E questa volta il viaggio va piuttosto bene; la stessa compagnia che m’aveva fatto penare tra improbabili ritardi, con una puntualità esagerata parte da Madrid, destinazione Lima. A me Lima proprio non m’attira, sensazione confermata passandoci qualche giorno; tra nebbia ed umidità sembrava di stare a San Dona in inverno, col valore “aggiunto” di un livello di criminalità insostenibile e delle distanze assolutamente impraticabili. Lima ha nove milioni di abitanti, come tutta Bolivia, ricavate le vostre conclusioni sulla comodità del muoversi in cittá.
D’altra parte scopro Barranco, zona bellissima della cittá che da sul mare. D’altra parte, ancora una volta, sconosciuti mi accolgono come un fratello, mi mostrano le bellezze dei loro luoghi, mi danno casa, ci conosciamo e passiamo del bel tempo assieme. Ma è cosi difficile?
In Perú come in tutto il continente il calcio è fonte di dolori di stomaco ma anche di grandi gioie. Una persona non può prescindere dal calcio, e vi assicuro che non è come da noi. È endemico. Dagli “schiavi al re” tutti entrano in una vita parallela, soprattutto quando gioca la nazionale. Ed il Perú, come la Bolivia, sono nettamente le peggiori squadre di Sudamerica, quindi nemmeno dire che regalino grandi soddisfazioni, ma ormai l’ho capito, non è questo il punto. Il giorno in cui sto a Lima c’è Argentina - Perú, partita fondamentale per i gauchos per non restare fuori dal mondiale; si gioca a Buenos Aires. Non farò certo la cronaca della partita, ma vedere la partecipazione nervosa con la quale gli amici peruviani seguono l’incontro, assolutamente irrilevante per la loro nazionale, è pazzesca. Neanche in Germania - Italia al novantaduesimo prima del gol di Grosso ho sentito tanta elettricità. Ed il Perú proprio al novantaduesimo riesce a pareggiare, sull’unica specie d’azione sviluppata in tutta la partita. DELIRIO. Delirio davvero, si rompono pezzi di casa, l’edificio trema perché tutti nei loro appartamenti saltano dicendo Perú! Perú! Ed uno per un secondo pensa che sia l’ennesimo terremoto che con regolarità colpisce la capitale, invece no, è la sua gente terremotata da un gol. L’Argentina é fuori dai mondiali. Dura un minuto, sessanta secondi esatti. In una rocambolesca azione, i cugini segnano, ed il Perú, come quasi sempre, perde. Ma nessuno è triste, perché “si é quasi pareggiato a Buenos Aires”. Tutti spengono la tv contenti, pronti a far festa. Misteri del calcio e degli enzimi che produce.
E infatti si festeggia. Ci mettiamo un’ora e mezza ad andare da dove eravamo al compleanno che ci aspetta. Si arriva in questa zona bene, che come spesso in questi paesi è circondata da muri di sicurezza con reticolato elettrico ed uomini armati. Si, armati. Si festeggia il compleanno di un amico di amici. Ovviamente io mi imbuco allegramente. Ma anche se questi sono peruviani classe alta, non mancano le conversazioni interessanti; cibo buono, eh si, perché oggettivamente, comparata con la cucina boliviana, quella peruviana è nouvelle! E mentre passano le ore cominciano i balli. Ormai memore delle esperienze latine, prima di invitare qualcuna a ballare, domando il permesso, per evitare spiacevoli disguidi, e per fortuna!! Più che in altri paesi, nella circostanza, risulta intricatissima la rete di relazioni per cui, per una ragione o per l’altra ho diritto a ballare solamente con la donna del mio amico, perché chiaro, conoscendomi sa che non ci proverò. Dio mio che paranoici. Si perché l’essere sposato, come avrete capito, non ha nessuna implicazione verso il relazionamento con altre persone, e, diciamolo pure, questo accade da una parte come dall’altra. Per fortuna grazie ai fiumi di Ron Anejo che si bevono la gente si rilassa un attimino e tutto diventa molto più gioviale. Si riesce a ballare con delle fanciulle senza essere accoltellati, e si, come per la cucina, devo dire che a bellezza e capacità di muovere i fianchi, stravincono le peruviane. Ed è una gioia, perché due anni di Bolivia andina, avevano fatto apparire come un sogno il ballare sabroso nicaraguense. E invece no, è proprio in Bolivia che non ce la fanno. Comunque, la serata vedrà sorgere il sole; ed è bello ballare fino a vedere la luce. La festa terminerà verso le sei del mattino, quasi due ore più tardi riusciremo a raggiungere casa dopo l’ennesima traversata della cittá. Pazzesco.
Forza Perú
lunedì 12 ottobre 2009
sabato 10 ottobre 2009
MILANO et BARCELLONA
Saluto San Dona in una comodissima Mini del compagno Filippo, che suona proprio bene, compagno Filippo. Una mistura di base e aristocrazia, il nome. Bello il viaggio, per queste autostrade piazze del XXI secolo, non luoghi per eccellenza. E grazie al compagno per l’ospitalità e le analitiche chiacchiere. Che condividendo si cresce, viva!
Milano cittá, che mai e poi mai riuscirò a digerire, che gli Afterhours dicono non essere la verità, ma che grazie a persone speciali risulta accogliente. Ancora una volta Santa Vale di Crespolandia, accoglie le spoglie vive di me e mi fa trascorrere un tempo splendido; grazie a Santa Marianna dei Taraborelli, a Santa Lilia dei Grossolani. Grazie a tutti ancora una volta riesco a divertirmi tra i lastricati cementifici milanesi.
Approfitto per un colloquio piacevole, che non porterà a nulla, ma che piacevole è stato.
Poco tempo in quella città, sufficiente per apprezzare una volta di più chi si compromette con la stessa e con i suoi abitanti. Milano come Roma davvero sono l’avanguardia dell’Italia che verrà ma in realtà già c’è. Ed il mio essere provinciale esplode quando in metro rimango sbalordito fissando come sciocco due ragazzine dai tratti tipicamente cinesi parlarsi, non in mandarino ma in un italico dall’accento marcato dall’essere nate e cresciute in un contesto, nello specifico il milanese ed il romano. E lo so che è una banalità, ma per me è una banalità bellissima. E mi piace sorprendermi, mi piace proprio.
Poi si parte, perché in questo viaggio è vietato stare più di cento ore nello stesso luogo. Si va a Barcellona dove l’estate ad Ottobre chiede ancora spazio e lo ottiene ampiamente. Nemmeno lo sforzo di prendere un bus dall’aeroporto, arrivano nuovi amici a salvarmi dall’ingarbugliato traffico catalano. Tania ed Andreu, fantastica coppia nicaraguense-catalana, con una macchina grande il necessario per far entrare i loro due figli, di una bellezza che solo i mestizos possono avere. Baci ed abbracci, piacere!!!
Il mio rapporto con Nicaragua e la sua gente è ampiamente documentato, ed ancora una volta non posso che rimanere allibito dalla buona energia, la dolcezza, la gioia di vivere che Tania ha, e che trasmette abbondantemente al suo compagno. Mi ospitano a casa loro che da bravi giovani padri hanno scelto nella periferia dove già il cemento lascia spazio al verde, perché i bimbi possano crescere tra aria pulita, pomodori sani e spazi dove rotolarsi. Bravi!
Cucino una pizza che in certi casi viene bene, in certi casi no, ma felice di sporcarmi con i bimbi ed i loro genitori. Che c’è più bello di cucinare in compagnia? Belle serate con loro, alcune chiacchiere bellissime ed intense, che riempiono e danno forza. E tante altre belle persone, catalane e greche, italiane ed ecuadoriane. Il bello delle grandi cittá, la diversità nello stesso luogo.
E a Barcellona, a parte che per gli amici, sono andato anche per un colloquio, destinazione un’isola magica, che in cinquant’anni con tutte le contraddizioni del caso è riuscita a non piegarsi alla visione unica, che lo sviluppo è solo l’accumulazione di ricchezza, l’individualismo; signori e signore, Cuba. E il colloquio è andato pure bene, i tempi di risposta sono lunghi.
Vedremo!
Tempo di ripartire, di ringraziare le meraviglie scoperte, quelle re-incontrate, augurare a tutti buona fortuna. A presto Europa. Eccomi Lima!
Milano cittá, che mai e poi mai riuscirò a digerire, che gli Afterhours dicono non essere la verità, ma che grazie a persone speciali risulta accogliente. Ancora una volta Santa Vale di Crespolandia, accoglie le spoglie vive di me e mi fa trascorrere un tempo splendido; grazie a Santa Marianna dei Taraborelli, a Santa Lilia dei Grossolani. Grazie a tutti ancora una volta riesco a divertirmi tra i lastricati cementifici milanesi.
Approfitto per un colloquio piacevole, che non porterà a nulla, ma che piacevole è stato.
Poco tempo in quella città, sufficiente per apprezzare una volta di più chi si compromette con la stessa e con i suoi abitanti. Milano come Roma davvero sono l’avanguardia dell’Italia che verrà ma in realtà già c’è. Ed il mio essere provinciale esplode quando in metro rimango sbalordito fissando come sciocco due ragazzine dai tratti tipicamente cinesi parlarsi, non in mandarino ma in un italico dall’accento marcato dall’essere nate e cresciute in un contesto, nello specifico il milanese ed il romano. E lo so che è una banalità, ma per me è una banalità bellissima. E mi piace sorprendermi, mi piace proprio.
Poi si parte, perché in questo viaggio è vietato stare più di cento ore nello stesso luogo. Si va a Barcellona dove l’estate ad Ottobre chiede ancora spazio e lo ottiene ampiamente. Nemmeno lo sforzo di prendere un bus dall’aeroporto, arrivano nuovi amici a salvarmi dall’ingarbugliato traffico catalano. Tania ed Andreu, fantastica coppia nicaraguense-catalana, con una macchina grande il necessario per far entrare i loro due figli, di una bellezza che solo i mestizos possono avere. Baci ed abbracci, piacere!!!
Il mio rapporto con Nicaragua e la sua gente è ampiamente documentato, ed ancora una volta non posso che rimanere allibito dalla buona energia, la dolcezza, la gioia di vivere che Tania ha, e che trasmette abbondantemente al suo compagno. Mi ospitano a casa loro che da bravi giovani padri hanno scelto nella periferia dove già il cemento lascia spazio al verde, perché i bimbi possano crescere tra aria pulita, pomodori sani e spazi dove rotolarsi. Bravi!
Cucino una pizza che in certi casi viene bene, in certi casi no, ma felice di sporcarmi con i bimbi ed i loro genitori. Che c’è più bello di cucinare in compagnia? Belle serate con loro, alcune chiacchiere bellissime ed intense, che riempiono e danno forza. E tante altre belle persone, catalane e greche, italiane ed ecuadoriane. Il bello delle grandi cittá, la diversità nello stesso luogo.
E a Barcellona, a parte che per gli amici, sono andato anche per un colloquio, destinazione un’isola magica, che in cinquant’anni con tutte le contraddizioni del caso è riuscita a non piegarsi alla visione unica, che lo sviluppo è solo l’accumulazione di ricchezza, l’individualismo; signori e signore, Cuba. E il colloquio è andato pure bene, i tempi di risposta sono lunghi.
Vedremo!
Tempo di ripartire, di ringraziare le meraviglie scoperte, quelle re-incontrate, augurare a tutti buona fortuna. A presto Europa. Eccomi Lima!
lunedì 5 ottobre 2009
San Donà e la Fiera del Rosario
Mentre la sposa è diventata ormai una dj internazionale apprezzata in America Latina, io torno all’ovile a passare del tempo con l’amata famiglia. Coincidenza volle, per il secondo anno consecutivo, che il ritorno coincida con la storica Fiera del Rosario, appuntamento plurisecolare nato come grande mercato d’animali, poi concentratosi sull’agricoltura con l’avvento dei macchinari ed oggi giorno una scusa per mangiare e bere in abbondanza con gli amici di sempre.
Si perché succede qualcosa al popolo di San Dona nei giorni della fiera. Per una ragione o per l’altra Tutti ritornano a San Dona dai cinque contenenti, dai ventisette paesi membri dell’UE e dalle ventuno regioni italiane. Tutti. C’è chi sostiene che inconsciamente si ritorni fetali tra le braccia di mamma proprio nei giorni che caratterizzano di più il paese (visione romantica in via d’estinzione), c’è chi dice che lo si fa per ottimizzare la possibilità di vedere gente (visione in grande voga figlia dell’ingegneristica del miracolo veneto), c’è chi sostiene che sia una casualità, causale nel suo essere casuale.
Ciò che è certo è che, in questo primo fine settimana di Ottobre, ho visto e abbracciato la stessa quantità di sandonatesi che non vedevo nell’ordine dall’asilo, dalle elementari, dalle medie, dagli anni gloriosi dell’Alé Lastimma (Alé Lastimma Alé OOOOHHHH OOOHHHHH OHHHH OOOOHHH Lastimma Alé), da notti frugali dei tempi andati di Trieste Universitaria. In quei pochi giorni poi si beve la stessa quantità di spritz barra birretta barra vinello barra Jack Cola, che un essere umano spalmerebbe su un anno almeno, domandatelo ai fratelli nicaraguensi che devono ancora riprendersi.
Si perché davvero vi ho visti tutti questa volta, dagli appuntamenti fissi, tipo vedersi con Schilla una volta all’anno per quattro minuti esatti al lato degli austriaci, vedersi con la Lucia sempre più farmacista una volta all’anno per nove secondi e cinquantasei record del mondo. Poi ci sono le sorprese, la Claudia che comunque sa sempre tutto di tutti e continua a sembrare una giovine ragazzina (brava!), Gio con degli occhiali da splatter tarantiniano, Manuel sempre uguale, Tino dottorando, compagni con una pancia piuttosto preoccupante per l’età (chi ha orecchie per intendere..).
Ci sono i mostri, persone che a mala pena avranno qualche anno più di me e sono diventate delle bestie, nel senso che uno ha paura a guardarli, stravolti dalla vita così giovani. Impressionante, pauroso, triste, quale sia la causa proprio non lo so.
Ci sono le nuove generazioni, che come da prassi si dividono in gruppi stagni, i fighetti, gli alternativi fatti, gli alternativi radical-chic, i tossici, insomma, la normale gioventù italiana, ci sono cose che non cambiano. Beh un cambio rispetto alla mia generazione effettivamente c’è.. sono tutti altissimi. Bene! Speriamo non sia il risultato di ormoni che li riempiono fin da bimbi (cfr. gringos-as) ma un naturale processo di crescita del popolo italiano, che fino al secolo scorso era universalmente riconosciuto come tappo, e che ora rischia di avvicinarsi ai vicini imperatori austroungarici.
La città certo cambia, sempre più fashion nel suo essere inevitabilmente provinciale (e certo questo è un valore aggiunto e non una limitante), sempre più piena di fiori che ormai avranno raggiunto con le piste ciclabili il 99% del budget comunale, sempre più interculturale, volenti o no (e magari il 5% del budget dedicato ad attività di conoscenza reciproca non ci starebbe così male), sempre più complessa, come questo mondo globalizzato impone.
E poi c’è la famiglia sempre pronta ad accogliere il figlio perso per il mondo, sempre disponibile a confrontarsi con gli amici del figlio, che quasi inevitabilmente ormai non parlano l’italiano ma grazie a dio risolvono tutto con dei sorrisi che riempiono la terra d’energia. Grazie!
Alla prossima Fiera amici
Si perché succede qualcosa al popolo di San Dona nei giorni della fiera. Per una ragione o per l’altra Tutti ritornano a San Dona dai cinque contenenti, dai ventisette paesi membri dell’UE e dalle ventuno regioni italiane. Tutti. C’è chi sostiene che inconsciamente si ritorni fetali tra le braccia di mamma proprio nei giorni che caratterizzano di più il paese (visione romantica in via d’estinzione), c’è chi dice che lo si fa per ottimizzare la possibilità di vedere gente (visione in grande voga figlia dell’ingegneristica del miracolo veneto), c’è chi sostiene che sia una casualità, causale nel suo essere casuale.
Ciò che è certo è che, in questo primo fine settimana di Ottobre, ho visto e abbracciato la stessa quantità di sandonatesi che non vedevo nell’ordine dall’asilo, dalle elementari, dalle medie, dagli anni gloriosi dell’Alé Lastimma (Alé Lastimma Alé OOOOHHHH OOOHHHHH OHHHH OOOOHHH Lastimma Alé), da notti frugali dei tempi andati di Trieste Universitaria. In quei pochi giorni poi si beve la stessa quantità di spritz barra birretta barra vinello barra Jack Cola, che un essere umano spalmerebbe su un anno almeno, domandatelo ai fratelli nicaraguensi che devono ancora riprendersi.
Si perché davvero vi ho visti tutti questa volta, dagli appuntamenti fissi, tipo vedersi con Schilla una volta all’anno per quattro minuti esatti al lato degli austriaci, vedersi con la Lucia sempre più farmacista una volta all’anno per nove secondi e cinquantasei record del mondo. Poi ci sono le sorprese, la Claudia che comunque sa sempre tutto di tutti e continua a sembrare una giovine ragazzina (brava!), Gio con degli occhiali da splatter tarantiniano, Manuel sempre uguale, Tino dottorando, compagni con una pancia piuttosto preoccupante per l’età (chi ha orecchie per intendere..).
Ci sono i mostri, persone che a mala pena avranno qualche anno più di me e sono diventate delle bestie, nel senso che uno ha paura a guardarli, stravolti dalla vita così giovani. Impressionante, pauroso, triste, quale sia la causa proprio non lo so.
Ci sono le nuove generazioni, che come da prassi si dividono in gruppi stagni, i fighetti, gli alternativi fatti, gli alternativi radical-chic, i tossici, insomma, la normale gioventù italiana, ci sono cose che non cambiano. Beh un cambio rispetto alla mia generazione effettivamente c’è.. sono tutti altissimi. Bene! Speriamo non sia il risultato di ormoni che li riempiono fin da bimbi (cfr. gringos-as) ma un naturale processo di crescita del popolo italiano, che fino al secolo scorso era universalmente riconosciuto come tappo, e che ora rischia di avvicinarsi ai vicini imperatori austroungarici.
La città certo cambia, sempre più fashion nel suo essere inevitabilmente provinciale (e certo questo è un valore aggiunto e non una limitante), sempre più piena di fiori che ormai avranno raggiunto con le piste ciclabili il 99% del budget comunale, sempre più interculturale, volenti o no (e magari il 5% del budget dedicato ad attività di conoscenza reciproca non ci starebbe così male), sempre più complessa, come questo mondo globalizzato impone.
E poi c’è la famiglia sempre pronta ad accogliere il figlio perso per il mondo, sempre disponibile a confrontarsi con gli amici del figlio, che quasi inevitabilmente ormai non parlano l’italiano ma grazie a dio risolvono tutto con dei sorrisi che riempiono la terra d’energia. Grazie!
Alla prossima Fiera amici
mercoledì 30 settembre 2009
MADRID et ROMA
Dopo l'ottima premessa del furto e un conseguente sonno non proprio rilassato, corriamo all’alba in aeroporto a prendere l’aereo che diretti ci porterà a Madrid. Ovviamente senza avere il tempo di denunciare il furto, cosa comunque totalmente inutile. E però, altro però.. il volo ha otto dico otto ore di ritardo che sommate alle tre ore d’anticipo al check-in che richiedono i voli transatlantici fanno undici dico undici ore d’attesa che c’aspettano piuttosto rilassati nell’aeroporto più costoso del continente. Che gioia! E se Chiara affossa le sue tristezza in dei ceviches, specialità peruviana a base di gamberi crudi con limone, io… lasciamo perdere.
Finalmente s’arriva a Madrid allietati dalla meravigliosa Marta, madrileña conosciuta a La Paz, bella quanto persa, simpatica quanto stordita, Martita pues!! La generosa amica vive a Lavapies, per chi conosce Madrid decisamente la zona più bohemien e diversa della città. La poverella c’ha un appartamento di proprietà nel mezzo della zona. Ci si riabitua subito agli spazi ridotti, a camere di 2*2 e cucine di 1,5*1,5 che uno si domanda PERCHÉ e sa già la risposta. Lavapies continua ad essere una delle realtà inscatolate europee, la bohemien per l’appunto, centri sociali occupati, bar fumosi (si in Spagna continuano a fumare nei bar e se ne fregano della legge), vita goduta e disincantata. Ovviamente a dieci minuti di cammino si è già nella city londinese dove tutti camminano correndo, questo processo per cui non stai correndo ma decisamente non stai camminando, sguardo fisso in avanti cercando l’interstizio tra individui a cui per carità non rivolgi nemmeno uno sguardo, finalizzato ad arrivare quattro secondi e tre decimi prima al lavoro. Vantaggio assolutamente imperdibile, rilevante per l’equilibrio dell’uomo ufficio.
Si saluta Marta e si vola a Roma per la prima selezione, ospitati dall’Antonio Pintimalli, in arte Antó..si calabrese di Catanzaro bella. L’appartamentino che affitta con altre tre persone a due minuti dalla celeberrima Tibbburrrtttiiinnna, in realtà rappresenta un’isola felice immersa nel verde. Silenzio, un parco con tanta gente sportiva o dedicata alla famiglia che ai giorni d’oggi sembra una battuta. Antonio è l’eroe che c’ha portato in giro per la Calabria su una Matiz quest’estate. Calabria che, quando ne avrò le energie, meriterà decisamente un racconto a parte. Il colloquio, con una ong di Roma dura due giorni, si due giorni. E tra prove psico-attitudinali, esami di lingua, colloqui individuali e di gruppo, esame scritto su gestione del ciclo del progetto, varie ed eventuali, alla fine ci scelgono, entrambi., contratto da due a tre anni, entrambi. Una specie di miracolo, essere scelti allo stesso tempo, nello stesso paese, nella stessa regione, nella stessa città, nello stesso villaggio, nello stesso progetto. Cosa più unica che rara, ovviamente tutto ha una spiegazione: il villaggio, definito in realtà agglomerato di case, è talmente isolato, culturalmente retrogrado e chiuso, che si o si l’ong voleva mandare una coppia. Insomma lavorate fate all’amore, pace e bene. Che se mandiamo due sconosciuti si spennano. Il problema è che questo agglomerato di vite, risulta essere a tre ore dal primo centro abitato sette mesi all’anno, gli altri cinque la strada si ghiaccia quindi si rimane bloccati tra questi montanari albanesi che fanno portare i pantaloni sotto le gonne alle loro donne perché non si sa mai (!?!). Ringrazio l’ong di essere stati piuttosto onesti, la descrizione di Sicilia dell’inizio ventesimo secolo credo sia stato il dato più utile per farci gentilmente declinare l’offerta, anche perché lavorando e vivendo nello stesso posto pure io e Chiara ci saremmo spennati. Si lo so che non capiterà mai più, fra l’altro con un ottimo contratto, si lo so che l’Albania è bellissima. Ma passare da la Santissima città de La Pace, al nulla, risultava un pó troppo traumatico. E quindi, dopo una bella serata con gli amici calabri, popolo autoctono che appartiene all’Italia unificata immaginatevi, saluto Chiara che se ne torna in America Latina e me ne parto per Venezia.
Finalmente s’arriva a Madrid allietati dalla meravigliosa Marta, madrileña conosciuta a La Paz, bella quanto persa, simpatica quanto stordita, Martita pues!! La generosa amica vive a Lavapies, per chi conosce Madrid decisamente la zona più bohemien e diversa della città. La poverella c’ha un appartamento di proprietà nel mezzo della zona. Ci si riabitua subito agli spazi ridotti, a camere di 2*2 e cucine di 1,5*1,5 che uno si domanda PERCHÉ e sa già la risposta. Lavapies continua ad essere una delle realtà inscatolate europee, la bohemien per l’appunto, centri sociali occupati, bar fumosi (si in Spagna continuano a fumare nei bar e se ne fregano della legge), vita goduta e disincantata. Ovviamente a dieci minuti di cammino si è già nella city londinese dove tutti camminano correndo, questo processo per cui non stai correndo ma decisamente non stai camminando, sguardo fisso in avanti cercando l’interstizio tra individui a cui per carità non rivolgi nemmeno uno sguardo, finalizzato ad arrivare quattro secondi e tre decimi prima al lavoro. Vantaggio assolutamente imperdibile, rilevante per l’equilibrio dell’uomo ufficio.
Si saluta Marta e si vola a Roma per la prima selezione, ospitati dall’Antonio Pintimalli, in arte Antó..si calabrese di Catanzaro bella. L’appartamentino che affitta con altre tre persone a due minuti dalla celeberrima Tibbburrrtttiiinnna, in realtà rappresenta un’isola felice immersa nel verde. Silenzio, un parco con tanta gente sportiva o dedicata alla famiglia che ai giorni d’oggi sembra una battuta. Antonio è l’eroe che c’ha portato in giro per la Calabria su una Matiz quest’estate. Calabria che, quando ne avrò le energie, meriterà decisamente un racconto a parte. Il colloquio, con una ong di Roma dura due giorni, si due giorni. E tra prove psico-attitudinali, esami di lingua, colloqui individuali e di gruppo, esame scritto su gestione del ciclo del progetto, varie ed eventuali, alla fine ci scelgono, entrambi., contratto da due a tre anni, entrambi. Una specie di miracolo, essere scelti allo stesso tempo, nello stesso paese, nella stessa regione, nella stessa città, nello stesso villaggio, nello stesso progetto. Cosa più unica che rara, ovviamente tutto ha una spiegazione: il villaggio, definito in realtà agglomerato di case, è talmente isolato, culturalmente retrogrado e chiuso, che si o si l’ong voleva mandare una coppia. Insomma lavorate fate all’amore, pace e bene. Che se mandiamo due sconosciuti si spennano. Il problema è che questo agglomerato di vite, risulta essere a tre ore dal primo centro abitato sette mesi all’anno, gli altri cinque la strada si ghiaccia quindi si rimane bloccati tra questi montanari albanesi che fanno portare i pantaloni sotto le gonne alle loro donne perché non si sa mai (!?!). Ringrazio l’ong di essere stati piuttosto onesti, la descrizione di Sicilia dell’inizio ventesimo secolo credo sia stato il dato più utile per farci gentilmente declinare l’offerta, anche perché lavorando e vivendo nello stesso posto pure io e Chiara ci saremmo spennati. Si lo so che non capiterà mai più, fra l’altro con un ottimo contratto, si lo so che l’Albania è bellissima. Ma passare da la Santissima città de La Pace, al nulla, risultava un pó troppo traumatico. E quindi, dopo una bella serata con gli amici calabri, popolo autoctono che appartiene all’Italia unificata immaginatevi, saluto Chiara che se ne torna in America Latina e me ne parto per Venezia.
sabato 5 settembre 2009
LI CEN ZIA TO
Succede che ad inizio settembre ricevo la lieta novella che accomuna tante persone in questi ultimi due anni: LI CEN ZIA TO, ben scandito mi raccomando, perché sia chiaro LI CEN ZIA TO.
La famigerata crisi economica tocca di grosso anche il mondo della cooperazione allo sviluppo, che risente della forte diminuzione di finanziamenti delle entità statali e non a questo preposte. E quindi, con due settimane di preavviso, mi ritrovo senza lavoro, proprio nel momento in cui pure a Chiara termina il contratto. Ottimo!
Dopo qualche giorno di proverbiale nervosismo del genere statemi lontano che se abbaio vi decomponete per l’onda d’urto, recupero lo zenit e inizio a pensare..
E quindi mille paranoie e prospettive, tutto allo stesso tempo. Inizia la roulette che deciderà i nostri prossimi anni. Si cerca lavoro e tra le decine di domande un certo numero di organizzazioni risponde: Albania, Angola, Cuba, Italia. Peccato che queste risposte implichino un colloquio obbligatorio in sede europea… Ma skype sta gente non lo usa? MAH.
Che fare, che non fare? Investire o aspettare?
Decidiamo di andare, nemmeno due settimane dopo aver ricevuto la tragicomica telefonata di conclusione del rapporto di lavoro precedente. Chiudo l’affitto della casa a Santa Cruz organizzando in mezza giornata l’invio di quantità di cose e libri a La Paz. La cultura pesa e costa..mannaggia se costa.. Il tempo di partecipare ad un festival di elettronica che saluta l’arrivo della primavera boliviana e si parte! Destinazione Lima da cui abbiamo incontrato un volo ragionevolmente costoso. Parte anche Chiara che è stata selezionata per un’intervista pure lei.
Il viaggio di due settimane mi porterà a Lima-Madrid-Roma-Venezia-Milano-Barcellona-Madrid-Lima, non male. Le ventisei ore che separano La Paz da Lima in bus diventano trentatre, fosse questo il problema non ci lamenteremmo. Se non fosse che i conduttori del bus peruviano, da buoni ladri riconosciuti in tutto il continente, riescono a rubarci netbook a me e memoria esterna a Chiara. Tutto ciò merita delle righe perché davvero è stato un furto da standing ovation!! Siamo a due ore da Lima, la maggioranza delle persone stanche e piuttosto nervose. In Bolivia come in Perú nervosismo significa fame chimica. E quindi l’impiegato della compagnia decide di sedare gli animi assicurando che ci fermeremo per una sosta dove la compagnia offrirà la cena (extra) per scusarsi per il ritardo. La premessa è che abbiamo comprato un biglietto con la flotta più sicura e conosciuta, giustamente per evitare problemi. Quindi tutti scendono dal bus, io per ultimo, si chiudono le porte e si cena. Si riapre il bus, salgo per primo, e si riparte. In un paio d’ore s’arriva a Lima e velocemente tutti se ne scappano a casa o in ostello come noi. Se non fosse, se non fosse… che aprendo lo zainetto in ostello manca qualcosa, non un’arancia, no no, non una banana, no no, non un quaderno, no no. Un netbook hp super meravigliosamente bellissimo ed efficiente comprato quattro mesi prima negli Stati Uniti. Apriti cielo, ricostruiamo ricostruiamo..che è successo? Beh, i conduttori del bus, veri geni del crimine, hanno approfittato della sosta per esaminare con attenzione ogni singola borsa, ogni singolo zainetto ed attuare il cosiddetto furto selettivo. Certo perché se avessero rubato tutto sarebbe successa la rivoluzione. Essendo che all’apparenza nulla s’era mosso, noi come gli altri non ci siamo accorti di nulla. E voi mi direte… tanti anni in America Latina e ti fai fregare cosí? Risposta.. tanti anni in America Latina e mi faccio fregare così.
BASITO.
La famigerata crisi economica tocca di grosso anche il mondo della cooperazione allo sviluppo, che risente della forte diminuzione di finanziamenti delle entità statali e non a questo preposte. E quindi, con due settimane di preavviso, mi ritrovo senza lavoro, proprio nel momento in cui pure a Chiara termina il contratto. Ottimo!
Dopo qualche giorno di proverbiale nervosismo del genere statemi lontano che se abbaio vi decomponete per l’onda d’urto, recupero lo zenit e inizio a pensare..
E quindi mille paranoie e prospettive, tutto allo stesso tempo. Inizia la roulette che deciderà i nostri prossimi anni. Si cerca lavoro e tra le decine di domande un certo numero di organizzazioni risponde: Albania, Angola, Cuba, Italia. Peccato che queste risposte implichino un colloquio obbligatorio in sede europea… Ma skype sta gente non lo usa? MAH.
Che fare, che non fare? Investire o aspettare?
Decidiamo di andare, nemmeno due settimane dopo aver ricevuto la tragicomica telefonata di conclusione del rapporto di lavoro precedente. Chiudo l’affitto della casa a Santa Cruz organizzando in mezza giornata l’invio di quantità di cose e libri a La Paz. La cultura pesa e costa..mannaggia se costa.. Il tempo di partecipare ad un festival di elettronica che saluta l’arrivo della primavera boliviana e si parte! Destinazione Lima da cui abbiamo incontrato un volo ragionevolmente costoso. Parte anche Chiara che è stata selezionata per un’intervista pure lei.
Il viaggio di due settimane mi porterà a Lima-Madrid-Roma-Venezia-Milano-Barcellona-Madrid-Lima, non male. Le ventisei ore che separano La Paz da Lima in bus diventano trentatre, fosse questo il problema non ci lamenteremmo. Se non fosse che i conduttori del bus peruviano, da buoni ladri riconosciuti in tutto il continente, riescono a rubarci netbook a me e memoria esterna a Chiara. Tutto ciò merita delle righe perché davvero è stato un furto da standing ovation!! Siamo a due ore da Lima, la maggioranza delle persone stanche e piuttosto nervose. In Bolivia come in Perú nervosismo significa fame chimica. E quindi l’impiegato della compagnia decide di sedare gli animi assicurando che ci fermeremo per una sosta dove la compagnia offrirà la cena (extra) per scusarsi per il ritardo. La premessa è che abbiamo comprato un biglietto con la flotta più sicura e conosciuta, giustamente per evitare problemi. Quindi tutti scendono dal bus, io per ultimo, si chiudono le porte e si cena. Si riapre il bus, salgo per primo, e si riparte. In un paio d’ore s’arriva a Lima e velocemente tutti se ne scappano a casa o in ostello come noi. Se non fosse, se non fosse… che aprendo lo zainetto in ostello manca qualcosa, non un’arancia, no no, non una banana, no no, non un quaderno, no no. Un netbook hp super meravigliosamente bellissimo ed efficiente comprato quattro mesi prima negli Stati Uniti. Apriti cielo, ricostruiamo ricostruiamo..che è successo? Beh, i conduttori del bus, veri geni del crimine, hanno approfittato della sosta per esaminare con attenzione ogni singola borsa, ogni singolo zainetto ed attuare il cosiddetto furto selettivo. Certo perché se avessero rubato tutto sarebbe successa la rivoluzione. Essendo che all’apparenza nulla s’era mosso, noi come gli altri non ci siamo accorti di nulla. E voi mi direte… tanti anni in America Latina e ti fai fregare cosí? Risposta.. tanti anni in America Latina e mi faccio fregare così.
BASITO.
giovedì 4 giugno 2009
Chachawarmi
A un anno dalle bellissime giornate rossanesi abbiamo pensato di ri-unirci, non che ci siano stati problemi, anzi ritengo questo primo anno di unione davvero bello, anche se forzatamente lontani uno dall’altro.
La cultura aymara prevede che l’essere umano non si realizzi in quanto tale fino a quando non si sposa. Fino al matrimonio, secondo gli aymara, siamo incompleti. Visto che i riti ci piacciono e che ci sembrava giusto essere considerati esseri umani (!!) abbiamo quindi pensato in ricorrenza del primo anniversario di risposarci. In realtà la cerimonia non è avvenuta ad un anno esatto da Rossana, ma un giorno prima. Il yatiri, l’anziano che ha realizzato l’unione, ci spiegava che meglio non farlo nello stesso giorno delle altre nozze perché il diavolo è vigile in quel giorno, e potrebbe guastarci la festa. Quindi per evitare il diavolo abbiamo anticipato di un giorno.
Organizzare un matrimonio in Bolivia è stato più semplice ed indolore che farlo in Italia (in nessuno dei due casi veramente il mio apporto è stato rilevante, non per mancanza di collaborazione ma per altri impegni). Ringrazio ancora i genitori per l’anno scorso e Chiara per quest anno.
Appuntamento in Piazza di Spagna, di fronte a casa nostra, per partire verso la zona sud di La Paz, dove si celebra l’unione.
Come sempre nel contesto non europeo in generale, fissare un ora, un appuntamento, non implica assolutamente che la gente arrivi a quell’ora. Circa tre ore più tardi, riusciamo a montare nei due bus affittati, e scendere fino alla zona sud con tappa intermedia per aspettare il camioncino delle birre, inevitabili nelle celebrazioni boliviane quanto i coriandoli. Tra multe per divieto di sosta, lunghe attese, vie imboccate che portano a muri di recinzione, varie ed eventuali, arriviamo al luogo sacro, nella Valle delle Anime.
Una vista spettecolare dell’Illimani ci accoglie.
La cerimonia punta a realizzare l’unione tra i due esseri, attraverso riti di continua condivisione di liquidi ed elementi in generale. Ci siamo scambiati i desideri per la nostra unione, cosi come hanno fatto i nostri testimoni, due amici boliviani. Tutto si conclude bruciando in un fuoco gli elementi utilizzati nell’ora precedente.
Tutto procede tra un vento gelido (ci spiegheranno che erano gli spiriti risvegliati) che provoca non pochi problemi di sopravvivenza e di accensione del fuoco. Ma poi si challa (offerta alla madre terra che consiste in versare dell’alcool alla stessa) e tutto bene.
Abbiamo continuato con l’apthapi, il pranzo condiviso. Ogni volta che c’è un attività comunitaria qui si realizza il pranzo condiviso. Ognuno porta da casa ciò che ha e si mangia insieme posando il cibo su gli aguayos .
Tra patate, buonissime verdure organiche, pollo e salsine abbiamo passato delle belle ore chiacchierando, approfittando di vedere persone care e conoscerne di nuove, da quando sono a Santa Cruz ho qualche problema a socializzarmi con le persone di quella parte del paese.
Si è proseguita la festa fino al mattino, prima al Sabrocito, piccolo bar gestito da amici, che organizzava un evento proprio lo stesso giorno. Hanno occupato lo spazio di fronte al bar e la gente ha iniziato a suonare e suonare. I passanti si fermano e ballano. E poi al Target, reggae in quantità!
Buena vibra herman@s! Gracias
La cultura aymara prevede che l’essere umano non si realizzi in quanto tale fino a quando non si sposa. Fino al matrimonio, secondo gli aymara, siamo incompleti. Visto che i riti ci piacciono e che ci sembrava giusto essere considerati esseri umani (!!) abbiamo quindi pensato in ricorrenza del primo anniversario di risposarci. In realtà la cerimonia non è avvenuta ad un anno esatto da Rossana, ma un giorno prima. Il yatiri, l’anziano che ha realizzato l’unione, ci spiegava che meglio non farlo nello stesso giorno delle altre nozze perché il diavolo è vigile in quel giorno, e potrebbe guastarci la festa. Quindi per evitare il diavolo abbiamo anticipato di un giorno.
Organizzare un matrimonio in Bolivia è stato più semplice ed indolore che farlo in Italia (in nessuno dei due casi veramente il mio apporto è stato rilevante, non per mancanza di collaborazione ma per altri impegni). Ringrazio ancora i genitori per l’anno scorso e Chiara per quest anno.
Appuntamento in Piazza di Spagna, di fronte a casa nostra, per partire verso la zona sud di La Paz, dove si celebra l’unione.
Come sempre nel contesto non europeo in generale, fissare un ora, un appuntamento, non implica assolutamente che la gente arrivi a quell’ora. Circa tre ore più tardi, riusciamo a montare nei due bus affittati, e scendere fino alla zona sud con tappa intermedia per aspettare il camioncino delle birre, inevitabili nelle celebrazioni boliviane quanto i coriandoli. Tra multe per divieto di sosta, lunghe attese, vie imboccate che portano a muri di recinzione, varie ed eventuali, arriviamo al luogo sacro, nella Valle delle Anime.
Una vista spettecolare dell’Illimani ci accoglie.
La cerimonia punta a realizzare l’unione tra i due esseri, attraverso riti di continua condivisione di liquidi ed elementi in generale. Ci siamo scambiati i desideri per la nostra unione, cosi come hanno fatto i nostri testimoni, due amici boliviani. Tutto si conclude bruciando in un fuoco gli elementi utilizzati nell’ora precedente.
Tutto procede tra un vento gelido (ci spiegheranno che erano gli spiriti risvegliati) che provoca non pochi problemi di sopravvivenza e di accensione del fuoco. Ma poi si challa (offerta alla madre terra che consiste in versare dell’alcool alla stessa) e tutto bene.
Abbiamo continuato con l’apthapi, il pranzo condiviso. Ogni volta che c’è un attività comunitaria qui si realizza il pranzo condiviso. Ognuno porta da casa ciò che ha e si mangia insieme posando il cibo su gli aguayos .
Tra patate, buonissime verdure organiche, pollo e salsine abbiamo passato delle belle ore chiacchierando, approfittando di vedere persone care e conoscerne di nuove, da quando sono a Santa Cruz ho qualche problema a socializzarmi con le persone di quella parte del paese.
Si è proseguita la festa fino al mattino, prima al Sabrocito, piccolo bar gestito da amici, che organizzava un evento proprio lo stesso giorno. Hanno occupato lo spazio di fronte al bar e la gente ha iniziato a suonare e suonare. I passanti si fermano e ballano. E poi al Target, reggae in quantità!
Buena vibra herman@s! Gracias
giovedì 28 maggio 2009
Newyorkeando
Ocurre que voy a Nueva York, en un avit de conocer, respirar y vomitar un poco de gringolandia.
Tuve la oportunidad de participar al VIII Encuentro de las NNUU sobre asuntos indígenas, o sea yo en el palacio de las naciones unidas con tanto de chaqueta y zapatos.
Pues imagínense,
Les cuento algunas cositas chistosas:
Como siempre los gringos me tratan como el peor de los izquierdistas así que al llegar a migración a Miami y a justificar mi ida a las NNUU el tipo no me creió y me dijo si iba más bien a protestar más que a participar (..con mucha razón lo dijo). Ni modo resulta que como siempre AA llegó tarde así que tuve que agarrar un pinche taxi del aeropuerto a las NNUU pagando algo tipo 30 US$, para registrarme si no estaba jodido. Pues resulta que al verme con mi mochilón los de las seguridad de las NNUU no me dejan entrar porqué la mochilla es demasiado grande. Yo le digo pero se allí hay un lugar donde guardar la mochilla no puedo guardarla allí? No! Es demasiado grande. La verdad que desde el principio me dí cuenta que no íbamos a hablar el mismo idioma… Asi que ni modo me pongo afuera de las NNUU a reflexionar mirando esta cantidad de gente elegante pero no demasiado, entrar y salir, todos muy concentrados en sus cosas, todos mirando abajo, pues si..aunque miren arriba solo hay sombra de estos edificios gigantes..para que tan grandes nunca he llegado a entender.
De toda forma, después miles de cosas logro verme con la queridisima Nela y superbien! Otra vez me salió el acento pinolero. Otra vez la natural conexion con este lindo pueblo, con su hablada, su risa, su todo.
Ahora bien,
El encuentro en si lleno de pros y contras. Los pros son que los pueblos indígenas tengan un espacio donde denunciar las barbaridades de los gobiernos que los mandan, y más bueno aún que los gobierno estén presentes con sus representantes con la obligación de contestar a las preguntas e inquietudes de los indígenas. Rico también cruzarse y compartir ídeas, visiones, revoluciones con tanta gente comprometida.
Lo malo, y aquí empieza un libro. Pues, a ver. Un resumen.
1. Los estados si tienen que contestar pero pueden contestar cualquier huevada y por el protocolo de las NNUU todo bien. Todos siempre aplauden, todos con esa falsa sonrisa del carajo. Le aseguro que después las intervenciones de Chile, Colombia, Peru, Nicaragua, Canada quería colgar cada uno de esos huevones, mentirosos sin vergüenza.
2. A veces me parecía de estar en un dibujo animado, pero de esos aburridos, donde todo el mundo muestra una cara no más. Donde lo que gana es la etiqueta, la corbata, la diplomacía, los autos de 300.000 US$. Porque un dibujo animado? Por que al lado de esos ladrones había los indígenas en su traje o en su jeans, así sonriendo y hueveando esos diplomáticos queridos. El contraste era chistoso.
3. He empezado a odiar las dimensiones.. la gente es enorme, las sillas enormes, las panzas enormes, los tomates enormes (se lo juro, nunca en mi vida había visto un tomate tan grande..clase calabaza!).
De toda forma conocí mucha buena gente, gringuitz más, imagínense. De esos super anarquistas squatteristas veganistas y todo lo que termina en stas..
Bailé, comí, bailé, gracias a Jess, amiga cubana buena onda que me llevó a algunos sitios salseros y reggaeros.
No creo que por como soy podria vivir en una ciudad tan grande, no lo creo. Lo lindo de los lugares para bailar, salir, de la movida cultural para mi no sustituye la magnitud del compromiso, de la busqueda de un cambio inevitable, de la naturaleza, de las luchas.
Tuve la oportunidad de participar al VIII Encuentro de las NNUU sobre asuntos indígenas, o sea yo en el palacio de las naciones unidas con tanto de chaqueta y zapatos.
Pues imagínense,
Les cuento algunas cositas chistosas:
Como siempre los gringos me tratan como el peor de los izquierdistas así que al llegar a migración a Miami y a justificar mi ida a las NNUU el tipo no me creió y me dijo si iba más bien a protestar más que a participar (..con mucha razón lo dijo). Ni modo resulta que como siempre AA llegó tarde así que tuve que agarrar un pinche taxi del aeropuerto a las NNUU pagando algo tipo 30 US$, para registrarme si no estaba jodido. Pues resulta que al verme con mi mochilón los de las seguridad de las NNUU no me dejan entrar porqué la mochilla es demasiado grande. Yo le digo pero se allí hay un lugar donde guardar la mochilla no puedo guardarla allí? No! Es demasiado grande. La verdad que desde el principio me dí cuenta que no íbamos a hablar el mismo idioma… Asi que ni modo me pongo afuera de las NNUU a reflexionar mirando esta cantidad de gente elegante pero no demasiado, entrar y salir, todos muy concentrados en sus cosas, todos mirando abajo, pues si..aunque miren arriba solo hay sombra de estos edificios gigantes..para que tan grandes nunca he llegado a entender.
De toda forma, después miles de cosas logro verme con la queridisima Nela y superbien! Otra vez me salió el acento pinolero. Otra vez la natural conexion con este lindo pueblo, con su hablada, su risa, su todo.
Ahora bien,
El encuentro en si lleno de pros y contras. Los pros son que los pueblos indígenas tengan un espacio donde denunciar las barbaridades de los gobiernos que los mandan, y más bueno aún que los gobierno estén presentes con sus representantes con la obligación de contestar a las preguntas e inquietudes de los indígenas. Rico también cruzarse y compartir ídeas, visiones, revoluciones con tanta gente comprometida.
Lo malo, y aquí empieza un libro. Pues, a ver. Un resumen.
1. Los estados si tienen que contestar pero pueden contestar cualquier huevada y por el protocolo de las NNUU todo bien. Todos siempre aplauden, todos con esa falsa sonrisa del carajo. Le aseguro que después las intervenciones de Chile, Colombia, Peru, Nicaragua, Canada quería colgar cada uno de esos huevones, mentirosos sin vergüenza.
2. A veces me parecía de estar en un dibujo animado, pero de esos aburridos, donde todo el mundo muestra una cara no más. Donde lo que gana es la etiqueta, la corbata, la diplomacía, los autos de 300.000 US$. Porque un dibujo animado? Por que al lado de esos ladrones había los indígenas en su traje o en su jeans, así sonriendo y hueveando esos diplomáticos queridos. El contraste era chistoso.
3. He empezado a odiar las dimensiones.. la gente es enorme, las sillas enormes, las panzas enormes, los tomates enormes (se lo juro, nunca en mi vida había visto un tomate tan grande..clase calabaza!).
De toda forma conocí mucha buena gente, gringuitz más, imagínense. De esos super anarquistas squatteristas veganistas y todo lo que termina en stas..
Bailé, comí, bailé, gracias a Jess, amiga cubana buena onda que me llevó a algunos sitios salseros y reggaeros.
No creo que por como soy podria vivir en una ciudad tan grande, no lo creo. Lo lindo de los lugares para bailar, salir, de la movida cultural para mi no sustituye la magnitud del compromiso, de la busqueda de un cambio inevitable, de la naturaleza, de las luchas.
martedì 7 aprile 2009
Sullo scrivere
Ultimamente stavo scrivendo in spagnolo, non tanto per gli spagnoli, quanto per le persone incontrate in questi ultimi tre anni in America centrale e del sud, che sembrano riservare un attenzione ed un interesse particolare a questo sistema di comunicazione. I racconti, le lettere, le poesie. Non è un attenzione che si deve alla mancanza di quei sistemi tipo facebook, myspace e quant’altri, anzi! Da queste parti sono assolutamente dipendenti da queste cose che sviluppano ancor più quella socialità e sentimento di appartenenza a gruppi che qui è implicito. Le due cose si complementano.
Sempre più ammetto d’essere lontano anni luce dalla velocità della comunicazione, non me ne preoccupo ma osservo con attenzione questi cambi rapidi, dico cambi non evoluzioni. Mentre sono in un cybercafé a caricare uno dei milioni di monitoraggi realizzati, contemplando la lentezza con cui gli allegati si dirigono nel cyber spazio verso la loro destinazione, sono circondato da una sfilza di ragazzini che non superano i diciott’anni che chattano con dieci persone alla volta, caricano foto, leggono degli articoli, guardano i cartoni animati, chiacchierano al cellulare, salutano persone ad altri computer, tutto, allo stesso tempo.
Ma senza ansia, con grandi sorrisi. Complimenti. Gli stessi, inaspettatamente te li incontri a degli incontri di poesia o leggendo avidamente in una biblioteca.
A me piace ancora la carta, non disdegno il computer, che a volte è l’oggetto animato o non con cui passo più tempo. Presente le inchieste? Le persone passano il 15% della vita dormendo, il 30 mangiando etc. Credo che ormai si possa dire che la maggioranza relativa del nostro tempo la si passi davanti al pc. E sinceramente un pò spaventa. Che il nostro interlocutore sia uno schermo, per quanto magico.
E te ne accorgi quando stai per un pò lontano dallo stesso. E lo scrivere che c’entra? Chi scrive? Conosco alcune persone che scrivono, alcune. Qui ne conosco altre. Però noto un attaccamento allo scrivere, al leggere, all’informarsi, all’utilizzare il giornalismo per quello che è, un osservazione e critica della realtà. Non è un giudizio ovviamente, osservazioni. Compagni, sarà che davvero il giornale scomparirà? Che quel rito di caffé, giornale e sigaretta (per chi fuma) i nostri figli (per chi ne avrà) non lo vivranno? Che quei meravigliosi editoriali che ci fanno pensare, o quelli articoli che ci fanno arrabbiare dovremmo leggerli perdendo la vista davanti a un pc? Vi prego di non aprire ora un gruppo in facebook per “quelli che leggono il giornale”, in ginocchio ve lo chiedo. Che saremo costretti a metterci davanti ad una scatola più o meno grande, più o meno design, più o meno avanzata, per poter leggere e scrivere? Sarà che scomparirà l’inchiostro? Le agende di quella carta che lo assorbe e se ne impregna?
E se un giorno non c’è elettricità che si fa? Tragedia, il mondo disorientato, peggio che senza petrolio!
Per me, per la mia età e il mio punto di vista, considero il pc uno strumento di lavoro ed internet un invenzione assolutamente geniale, che mi permette di sapere cosa succede nel mio paese, e di creare reti di relazioni nuove, e mantenere quelle amicizie forti, dell’infanzia e delle varie esperienze nei vari paesi in cui ho vissuto. In questi paesi è, inoltre, un ottimo strumento di lotta sociale, interessantissimo. Ma non può essere un sostitutivo del mondo reale, del leggere e scrivere. Del pensare e meditare. Sono a San Ignacio de Moxos, un luogo nel Beni che vogliono fare patrimonio dell’umanità. Una meraviglia. Con mille problemi, ma una meraviglia. C’è una laguna qui, uno spettacolo che mostra la sua forza, il suo dominio incontrastato, incontrastabile. E quindi, quando riesco, al tramonto vado in un posticino che da sulla laguna, e mi emoziono, sempre. Ma di posti così, di luoghi magici ce ne sono dappertutto, e dedicarci cinque minuti al giorno ci permette di ossequiare il giusto, ciò da cui dipendiamo e a cui dobbiamo la nostra vita, la natura. La relazione con la natura: l’unica via è rispettarla ed accomodarsi alle sue esigenze. Credo d’aver perso il filo, me ne scuserete, volevo solo condividere un pò di pensieri che mi frullano veloci per la testa.
Insomma, scriviamo compagni! Scrivete che per me è una gioia immensa ricevere vostre notizie.
Stiate bene
Sempre più ammetto d’essere lontano anni luce dalla velocità della comunicazione, non me ne preoccupo ma osservo con attenzione questi cambi rapidi, dico cambi non evoluzioni. Mentre sono in un cybercafé a caricare uno dei milioni di monitoraggi realizzati, contemplando la lentezza con cui gli allegati si dirigono nel cyber spazio verso la loro destinazione, sono circondato da una sfilza di ragazzini che non superano i diciott’anni che chattano con dieci persone alla volta, caricano foto, leggono degli articoli, guardano i cartoni animati, chiacchierano al cellulare, salutano persone ad altri computer, tutto, allo stesso tempo.
Ma senza ansia, con grandi sorrisi. Complimenti. Gli stessi, inaspettatamente te li incontri a degli incontri di poesia o leggendo avidamente in una biblioteca.
A me piace ancora la carta, non disdegno il computer, che a volte è l’oggetto animato o non con cui passo più tempo. Presente le inchieste? Le persone passano il 15% della vita dormendo, il 30 mangiando etc. Credo che ormai si possa dire che la maggioranza relativa del nostro tempo la si passi davanti al pc. E sinceramente un pò spaventa. Che il nostro interlocutore sia uno schermo, per quanto magico.
E te ne accorgi quando stai per un pò lontano dallo stesso. E lo scrivere che c’entra? Chi scrive? Conosco alcune persone che scrivono, alcune. Qui ne conosco altre. Però noto un attaccamento allo scrivere, al leggere, all’informarsi, all’utilizzare il giornalismo per quello che è, un osservazione e critica della realtà. Non è un giudizio ovviamente, osservazioni. Compagni, sarà che davvero il giornale scomparirà? Che quel rito di caffé, giornale e sigaretta (per chi fuma) i nostri figli (per chi ne avrà) non lo vivranno? Che quei meravigliosi editoriali che ci fanno pensare, o quelli articoli che ci fanno arrabbiare dovremmo leggerli perdendo la vista davanti a un pc? Vi prego di non aprire ora un gruppo in facebook per “quelli che leggono il giornale”, in ginocchio ve lo chiedo. Che saremo costretti a metterci davanti ad una scatola più o meno grande, più o meno design, più o meno avanzata, per poter leggere e scrivere? Sarà che scomparirà l’inchiostro? Le agende di quella carta che lo assorbe e se ne impregna?
E se un giorno non c’è elettricità che si fa? Tragedia, il mondo disorientato, peggio che senza petrolio!
Per me, per la mia età e il mio punto di vista, considero il pc uno strumento di lavoro ed internet un invenzione assolutamente geniale, che mi permette di sapere cosa succede nel mio paese, e di creare reti di relazioni nuove, e mantenere quelle amicizie forti, dell’infanzia e delle varie esperienze nei vari paesi in cui ho vissuto. In questi paesi è, inoltre, un ottimo strumento di lotta sociale, interessantissimo. Ma non può essere un sostitutivo del mondo reale, del leggere e scrivere. Del pensare e meditare. Sono a San Ignacio de Moxos, un luogo nel Beni che vogliono fare patrimonio dell’umanità. Una meraviglia. Con mille problemi, ma una meraviglia. C’è una laguna qui, uno spettacolo che mostra la sua forza, il suo dominio incontrastato, incontrastabile. E quindi, quando riesco, al tramonto vado in un posticino che da sulla laguna, e mi emoziono, sempre. Ma di posti così, di luoghi magici ce ne sono dappertutto, e dedicarci cinque minuti al giorno ci permette di ossequiare il giusto, ciò da cui dipendiamo e a cui dobbiamo la nostra vita, la natura. La relazione con la natura: l’unica via è rispettarla ed accomodarsi alle sue esigenze. Credo d’aver perso il filo, me ne scuserete, volevo solo condividere un pò di pensieri che mi frullano veloci per la testa.
Insomma, scriviamo compagni! Scrivete che per me è una gioia immensa ricevere vostre notizie.
Stiate bene
venerdì 3 aprile 2009
Cinismo europeo en salsa amazonica
Hoy estuve dando vuelta para comunidades del proyecto de ?Extensión de la piscicultura en las provincias de Cercado, Marban y Moxos del Departamento del Beni?, financiado por la AECID.Fue bueno, útil, mucho más allá del romanticismo típico del europeo al exterior por el cual todo es romántico. Fue útil para acordarme cuanto complicado y a la vez estimulante es trabajar con esta gente.Estimulante porque estuve en la comunidad Porto Varador, donde había un conflicto sobre la gestión de una poza. Se hizo un encuentro, participativo, resultado del cual fue una resolución firmada por todos donde se aceptan las conclusiones de la asamblea comunitaria. Lindo saber que también en el Oriente de Bolivia la organización comunitaria sirve. Eso en un panorama lindísimo, con infinitas imagines que harían emocionar documentalistas gringos.Complicado porque luego con la camioneta íbamos a otra comunidad, se no fuera que entre lluvia, aguaceros y mala suerte, nos quedamos trancados en el medio de nada, en el medio de nadie. En algún lado a tantos kilómetros de esa comunidad y tantos de la otra. Sobrepasando los conocimientos de mecánica del Nico, lo único fue esperar. Palabra que aquí es tanto común como respirar. Porqué a veces no queda otra. Y si no es la camioneta es el camino, y si no, es que no hay electricidad, y si es que hay, no hay internet por alguna razón equis, y si hay internet va a velocidades que te permiten cocinarte una parmigiana de berenjenas en el medio. Que no está mal claro; y bueno, la tarde y las primeras horas de la noche se fueron así.Así que desde europeo al exterior, motivado y comprometido, le digo compañeros y compañeras, que si son lugares lindos, hermosos, perfectos para pasear. Pero nosotros trabajamos, y confrontarse con las circunstancias no es obvio, ni fácil. Se aprende un montón pero se deja mucho también. Se trabaja siempre en condiciones límites donde tener una oficina es una utopía, ni hablando de computadora o internet. Teniendo claro que eso no es todo, pero es muy necesario.En fin, sigue siendo por mi formación y visión, indudablemente, el trabajo más lindo del mundo!!!Que viva Bolivia
mercoledì 1 aprile 2009
Bolivia 6 - Argentina 1
Hoy es uno de esos días donde Bolivia para. Está vez no se trata de un bloqueo causado por alguna razón social o económica, se trata de futból. Hoy, la selección ha hecho la historía. Bolivia gana 6 a 1 a Argentina en La Paz. En su historia no se si Argentina habia perdido tanto con alguién, seguramente Bolivia no había ganado tanto. Como en el tenìs, Bolivia que en los ultimos once partidos había marcado nueve goles, marca seìs a la vez, a la Argentina de Maradona, del Pibe de Oro.
Desde Santa Cruz, desde la tierra camba, finalmente emerge el sentido de ser Bolivia y boliviano. El futból como herramienta de unidad nacional, mejor si ganando, mejor si a Argentina, tierra de emigración boliviana, de lucha desde abajo de cochabambinos, potosinos y orureños, lucha finalizada al trabajo y a la aceptación social en un país que todavía se considera blanco y europeo.
El equipo boliviano no es de esos que ganan a menudo. Cuando gana la verdad, casi es un milagro. Hoy la selección humilió la Celeste, 6 a 1. Los numeros a veces sirven. Hubo algunos casos cuando Bolivia ganó a Argentina, pero nunca así, nunca semejante victoria. En un país donde una de las pocas cosas que se hacen indistintamente a los cinco mil metros como en la amazónia es jugar al futból. Me imagino los festejos en La Paz, veo los festejos en Santa Cruz. De mi casa siento los televisores a todo volumen, como en los veranos del ’82 y del ’06 en Italia. Calles vacía. Gente buscando televisores en todos lados, en los billares, en los cybers, en la calle. Claro porqué la tele a veces es un lujo.
Todo eso es lindo, camba abrazando collas diciendole carajo de un colla y carajo de un camba. Unidos de dos alquimìas, el alcool y el futbòl.
Sugiero uficialmente que se tomen en cuenta estas dos variables en los varìos encuentros entre prefectura y gobierno. Que jueguen al futbòl, que chupen juntos. Van a ver, van a ver...
Desde Santa Cruz, desde la tierra camba, finalmente emerge el sentido de ser Bolivia y boliviano. El futból como herramienta de unidad nacional, mejor si ganando, mejor si a Argentina, tierra de emigración boliviana, de lucha desde abajo de cochabambinos, potosinos y orureños, lucha finalizada al trabajo y a la aceptación social en un país que todavía se considera blanco y europeo.
El equipo boliviano no es de esos que ganan a menudo. Cuando gana la verdad, casi es un milagro. Hoy la selección humilió la Celeste, 6 a 1. Los numeros a veces sirven. Hubo algunos casos cuando Bolivia ganó a Argentina, pero nunca así, nunca semejante victoria. En un país donde una de las pocas cosas que se hacen indistintamente a los cinco mil metros como en la amazónia es jugar al futból. Me imagino los festejos en La Paz, veo los festejos en Santa Cruz. De mi casa siento los televisores a todo volumen, como en los veranos del ’82 y del ’06 en Italia. Calles vacía. Gente buscando televisores en todos lados, en los billares, en los cybers, en la calle. Claro porqué la tele a veces es un lujo.
Todo eso es lindo, camba abrazando collas diciendole carajo de un colla y carajo de un camba. Unidos de dos alquimìas, el alcool y el futbòl.
Sugiero uficialmente que se tomen en cuenta estas dos variables en los varìos encuentros entre prefectura y gobierno. Que jueguen al futbòl, que chupen juntos. Van a ver, van a ver...
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