Dopo l'ottima premessa del furto e un conseguente sonno non proprio rilassato, corriamo all’alba in aeroporto a prendere l’aereo che diretti ci porterà a Madrid. Ovviamente senza avere il tempo di denunciare il furto, cosa comunque totalmente inutile. E però, altro però.. il volo ha otto dico otto ore di ritardo che sommate alle tre ore d’anticipo al check-in che richiedono i voli transatlantici fanno undici dico undici ore d’attesa che c’aspettano piuttosto rilassati nell’aeroporto più costoso del continente. Che gioia! E se Chiara affossa le sue tristezza in dei ceviches, specialità peruviana a base di gamberi crudi con limone, io… lasciamo perdere.
Finalmente s’arriva a Madrid allietati dalla meravigliosa Marta, madrileña conosciuta a La Paz, bella quanto persa, simpatica quanto stordita, Martita pues!! La generosa amica vive a Lavapies, per chi conosce Madrid decisamente la zona più bohemien e diversa della città. La poverella c’ha un appartamento di proprietà nel mezzo della zona. Ci si riabitua subito agli spazi ridotti, a camere di 2*2 e cucine di 1,5*1,5 che uno si domanda PERCHÉ e sa già la risposta. Lavapies continua ad essere una delle realtà inscatolate europee, la bohemien per l’appunto, centri sociali occupati, bar fumosi (si in Spagna continuano a fumare nei bar e se ne fregano della legge), vita goduta e disincantata. Ovviamente a dieci minuti di cammino si è già nella city londinese dove tutti camminano correndo, questo processo per cui non stai correndo ma decisamente non stai camminando, sguardo fisso in avanti cercando l’interstizio tra individui a cui per carità non rivolgi nemmeno uno sguardo, finalizzato ad arrivare quattro secondi e tre decimi prima al lavoro. Vantaggio assolutamente imperdibile, rilevante per l’equilibrio dell’uomo ufficio.
Si saluta Marta e si vola a Roma per la prima selezione, ospitati dall’Antonio Pintimalli, in arte Antó..si calabrese di Catanzaro bella. L’appartamentino che affitta con altre tre persone a due minuti dalla celeberrima Tibbburrrtttiiinnna, in realtà rappresenta un’isola felice immersa nel verde. Silenzio, un parco con tanta gente sportiva o dedicata alla famiglia che ai giorni d’oggi sembra una battuta. Antonio è l’eroe che c’ha portato in giro per la Calabria su una Matiz quest’estate. Calabria che, quando ne avrò le energie, meriterà decisamente un racconto a parte. Il colloquio, con una ong di Roma dura due giorni, si due giorni. E tra prove psico-attitudinali, esami di lingua, colloqui individuali e di gruppo, esame scritto su gestione del ciclo del progetto, varie ed eventuali, alla fine ci scelgono, entrambi., contratto da due a tre anni, entrambi. Una specie di miracolo, essere scelti allo stesso tempo, nello stesso paese, nella stessa regione, nella stessa città, nello stesso villaggio, nello stesso progetto. Cosa più unica che rara, ovviamente tutto ha una spiegazione: il villaggio, definito in realtà agglomerato di case, è talmente isolato, culturalmente retrogrado e chiuso, che si o si l’ong voleva mandare una coppia. Insomma lavorate fate all’amore, pace e bene. Che se mandiamo due sconosciuti si spennano. Il problema è che questo agglomerato di vite, risulta essere a tre ore dal primo centro abitato sette mesi all’anno, gli altri cinque la strada si ghiaccia quindi si rimane bloccati tra questi montanari albanesi che fanno portare i pantaloni sotto le gonne alle loro donne perché non si sa mai (!?!). Ringrazio l’ong di essere stati piuttosto onesti, la descrizione di Sicilia dell’inizio ventesimo secolo credo sia stato il dato più utile per farci gentilmente declinare l’offerta, anche perché lavorando e vivendo nello stesso posto pure io e Chiara ci saremmo spennati. Si lo so che non capiterà mai più, fra l’altro con un ottimo contratto, si lo so che l’Albania è bellissima. Ma passare da la Santissima città de La Pace, al nulla, risultava un pó troppo traumatico. E quindi, dopo una bella serata con gli amici calabri, popolo autoctono che appartiene all’Italia unificata immaginatevi, saluto Chiara che se ne torna in America Latina e me ne parto per Venezia.
mercoledì 30 settembre 2009
sabato 5 settembre 2009
LI CEN ZIA TO
Succede che ad inizio settembre ricevo la lieta novella che accomuna tante persone in questi ultimi due anni: LI CEN ZIA TO, ben scandito mi raccomando, perché sia chiaro LI CEN ZIA TO.
La famigerata crisi economica tocca di grosso anche il mondo della cooperazione allo sviluppo, che risente della forte diminuzione di finanziamenti delle entità statali e non a questo preposte. E quindi, con due settimane di preavviso, mi ritrovo senza lavoro, proprio nel momento in cui pure a Chiara termina il contratto. Ottimo!
Dopo qualche giorno di proverbiale nervosismo del genere statemi lontano che se abbaio vi decomponete per l’onda d’urto, recupero lo zenit e inizio a pensare..
E quindi mille paranoie e prospettive, tutto allo stesso tempo. Inizia la roulette che deciderà i nostri prossimi anni. Si cerca lavoro e tra le decine di domande un certo numero di organizzazioni risponde: Albania, Angola, Cuba, Italia. Peccato che queste risposte implichino un colloquio obbligatorio in sede europea… Ma skype sta gente non lo usa? MAH.
Che fare, che non fare? Investire o aspettare?
Decidiamo di andare, nemmeno due settimane dopo aver ricevuto la tragicomica telefonata di conclusione del rapporto di lavoro precedente. Chiudo l’affitto della casa a Santa Cruz organizzando in mezza giornata l’invio di quantità di cose e libri a La Paz. La cultura pesa e costa..mannaggia se costa.. Il tempo di partecipare ad un festival di elettronica che saluta l’arrivo della primavera boliviana e si parte! Destinazione Lima da cui abbiamo incontrato un volo ragionevolmente costoso. Parte anche Chiara che è stata selezionata per un’intervista pure lei.
Il viaggio di due settimane mi porterà a Lima-Madrid-Roma-Venezia-Milano-Barcellona-Madrid-Lima, non male. Le ventisei ore che separano La Paz da Lima in bus diventano trentatre, fosse questo il problema non ci lamenteremmo. Se non fosse che i conduttori del bus peruviano, da buoni ladri riconosciuti in tutto il continente, riescono a rubarci netbook a me e memoria esterna a Chiara. Tutto ciò merita delle righe perché davvero è stato un furto da standing ovation!! Siamo a due ore da Lima, la maggioranza delle persone stanche e piuttosto nervose. In Bolivia come in Perú nervosismo significa fame chimica. E quindi l’impiegato della compagnia decide di sedare gli animi assicurando che ci fermeremo per una sosta dove la compagnia offrirà la cena (extra) per scusarsi per il ritardo. La premessa è che abbiamo comprato un biglietto con la flotta più sicura e conosciuta, giustamente per evitare problemi. Quindi tutti scendono dal bus, io per ultimo, si chiudono le porte e si cena. Si riapre il bus, salgo per primo, e si riparte. In un paio d’ore s’arriva a Lima e velocemente tutti se ne scappano a casa o in ostello come noi. Se non fosse, se non fosse… che aprendo lo zainetto in ostello manca qualcosa, non un’arancia, no no, non una banana, no no, non un quaderno, no no. Un netbook hp super meravigliosamente bellissimo ed efficiente comprato quattro mesi prima negli Stati Uniti. Apriti cielo, ricostruiamo ricostruiamo..che è successo? Beh, i conduttori del bus, veri geni del crimine, hanno approfittato della sosta per esaminare con attenzione ogni singola borsa, ogni singolo zainetto ed attuare il cosiddetto furto selettivo. Certo perché se avessero rubato tutto sarebbe successa la rivoluzione. Essendo che all’apparenza nulla s’era mosso, noi come gli altri non ci siamo accorti di nulla. E voi mi direte… tanti anni in America Latina e ti fai fregare cosí? Risposta.. tanti anni in America Latina e mi faccio fregare così.
BASITO.
La famigerata crisi economica tocca di grosso anche il mondo della cooperazione allo sviluppo, che risente della forte diminuzione di finanziamenti delle entità statali e non a questo preposte. E quindi, con due settimane di preavviso, mi ritrovo senza lavoro, proprio nel momento in cui pure a Chiara termina il contratto. Ottimo!
Dopo qualche giorno di proverbiale nervosismo del genere statemi lontano che se abbaio vi decomponete per l’onda d’urto, recupero lo zenit e inizio a pensare..
E quindi mille paranoie e prospettive, tutto allo stesso tempo. Inizia la roulette che deciderà i nostri prossimi anni. Si cerca lavoro e tra le decine di domande un certo numero di organizzazioni risponde: Albania, Angola, Cuba, Italia. Peccato che queste risposte implichino un colloquio obbligatorio in sede europea… Ma skype sta gente non lo usa? MAH.
Che fare, che non fare? Investire o aspettare?
Decidiamo di andare, nemmeno due settimane dopo aver ricevuto la tragicomica telefonata di conclusione del rapporto di lavoro precedente. Chiudo l’affitto della casa a Santa Cruz organizzando in mezza giornata l’invio di quantità di cose e libri a La Paz. La cultura pesa e costa..mannaggia se costa.. Il tempo di partecipare ad un festival di elettronica che saluta l’arrivo della primavera boliviana e si parte! Destinazione Lima da cui abbiamo incontrato un volo ragionevolmente costoso. Parte anche Chiara che è stata selezionata per un’intervista pure lei.
Il viaggio di due settimane mi porterà a Lima-Madrid-Roma-Venezia-Milano-Barcellona-Madrid-Lima, non male. Le ventisei ore che separano La Paz da Lima in bus diventano trentatre, fosse questo il problema non ci lamenteremmo. Se non fosse che i conduttori del bus peruviano, da buoni ladri riconosciuti in tutto il continente, riescono a rubarci netbook a me e memoria esterna a Chiara. Tutto ciò merita delle righe perché davvero è stato un furto da standing ovation!! Siamo a due ore da Lima, la maggioranza delle persone stanche e piuttosto nervose. In Bolivia come in Perú nervosismo significa fame chimica. E quindi l’impiegato della compagnia decide di sedare gli animi assicurando che ci fermeremo per una sosta dove la compagnia offrirà la cena (extra) per scusarsi per il ritardo. La premessa è che abbiamo comprato un biglietto con la flotta più sicura e conosciuta, giustamente per evitare problemi. Quindi tutti scendono dal bus, io per ultimo, si chiudono le porte e si cena. Si riapre il bus, salgo per primo, e si riparte. In un paio d’ore s’arriva a Lima e velocemente tutti se ne scappano a casa o in ostello come noi. Se non fosse, se non fosse… che aprendo lo zainetto in ostello manca qualcosa, non un’arancia, no no, non una banana, no no, non un quaderno, no no. Un netbook hp super meravigliosamente bellissimo ed efficiente comprato quattro mesi prima negli Stati Uniti. Apriti cielo, ricostruiamo ricostruiamo..che è successo? Beh, i conduttori del bus, veri geni del crimine, hanno approfittato della sosta per esaminare con attenzione ogni singola borsa, ogni singolo zainetto ed attuare il cosiddetto furto selettivo. Certo perché se avessero rubato tutto sarebbe successa la rivoluzione. Essendo che all’apparenza nulla s’era mosso, noi come gli altri non ci siamo accorti di nulla. E voi mi direte… tanti anni in America Latina e ti fai fregare cosí? Risposta.. tanti anni in America Latina e mi faccio fregare così.
BASITO.
giovedì 4 giugno 2009
Chachawarmi
A un anno dalle bellissime giornate rossanesi abbiamo pensato di ri-unirci, non che ci siano stati problemi, anzi ritengo questo primo anno di unione davvero bello, anche se forzatamente lontani uno dall’altro.
La cultura aymara prevede che l’essere umano non si realizzi in quanto tale fino a quando non si sposa. Fino al matrimonio, secondo gli aymara, siamo incompleti. Visto che i riti ci piacciono e che ci sembrava giusto essere considerati esseri umani (!!) abbiamo quindi pensato in ricorrenza del primo anniversario di risposarci. In realtà la cerimonia non è avvenuta ad un anno esatto da Rossana, ma un giorno prima. Il yatiri, l’anziano che ha realizzato l’unione, ci spiegava che meglio non farlo nello stesso giorno delle altre nozze perché il diavolo è vigile in quel giorno, e potrebbe guastarci la festa. Quindi per evitare il diavolo abbiamo anticipato di un giorno.
Organizzare un matrimonio in Bolivia è stato più semplice ed indolore che farlo in Italia (in nessuno dei due casi veramente il mio apporto è stato rilevante, non per mancanza di collaborazione ma per altri impegni). Ringrazio ancora i genitori per l’anno scorso e Chiara per quest anno.
Appuntamento in Piazza di Spagna, di fronte a casa nostra, per partire verso la zona sud di La Paz, dove si celebra l’unione.
Come sempre nel contesto non europeo in generale, fissare un ora, un appuntamento, non implica assolutamente che la gente arrivi a quell’ora. Circa tre ore più tardi, riusciamo a montare nei due bus affittati, e scendere fino alla zona sud con tappa intermedia per aspettare il camioncino delle birre, inevitabili nelle celebrazioni boliviane quanto i coriandoli. Tra multe per divieto di sosta, lunghe attese, vie imboccate che portano a muri di recinzione, varie ed eventuali, arriviamo al luogo sacro, nella Valle delle Anime.
Una vista spettecolare dell’Illimani ci accoglie.
La cerimonia punta a realizzare l’unione tra i due esseri, attraverso riti di continua condivisione di liquidi ed elementi in generale. Ci siamo scambiati i desideri per la nostra unione, cosi come hanno fatto i nostri testimoni, due amici boliviani. Tutto si conclude bruciando in un fuoco gli elementi utilizzati nell’ora precedente.
Tutto procede tra un vento gelido (ci spiegheranno che erano gli spiriti risvegliati) che provoca non pochi problemi di sopravvivenza e di accensione del fuoco. Ma poi si challa (offerta alla madre terra che consiste in versare dell’alcool alla stessa) e tutto bene.
Abbiamo continuato con l’apthapi, il pranzo condiviso. Ogni volta che c’è un attività comunitaria qui si realizza il pranzo condiviso. Ognuno porta da casa ciò che ha e si mangia insieme posando il cibo su gli aguayos .
Tra patate, buonissime verdure organiche, pollo e salsine abbiamo passato delle belle ore chiacchierando, approfittando di vedere persone care e conoscerne di nuove, da quando sono a Santa Cruz ho qualche problema a socializzarmi con le persone di quella parte del paese.
Si è proseguita la festa fino al mattino, prima al Sabrocito, piccolo bar gestito da amici, che organizzava un evento proprio lo stesso giorno. Hanno occupato lo spazio di fronte al bar e la gente ha iniziato a suonare e suonare. I passanti si fermano e ballano. E poi al Target, reggae in quantità!
Buena vibra herman@s! Gracias
La cultura aymara prevede che l’essere umano non si realizzi in quanto tale fino a quando non si sposa. Fino al matrimonio, secondo gli aymara, siamo incompleti. Visto che i riti ci piacciono e che ci sembrava giusto essere considerati esseri umani (!!) abbiamo quindi pensato in ricorrenza del primo anniversario di risposarci. In realtà la cerimonia non è avvenuta ad un anno esatto da Rossana, ma un giorno prima. Il yatiri, l’anziano che ha realizzato l’unione, ci spiegava che meglio non farlo nello stesso giorno delle altre nozze perché il diavolo è vigile in quel giorno, e potrebbe guastarci la festa. Quindi per evitare il diavolo abbiamo anticipato di un giorno.
Organizzare un matrimonio in Bolivia è stato più semplice ed indolore che farlo in Italia (in nessuno dei due casi veramente il mio apporto è stato rilevante, non per mancanza di collaborazione ma per altri impegni). Ringrazio ancora i genitori per l’anno scorso e Chiara per quest anno.
Appuntamento in Piazza di Spagna, di fronte a casa nostra, per partire verso la zona sud di La Paz, dove si celebra l’unione.
Come sempre nel contesto non europeo in generale, fissare un ora, un appuntamento, non implica assolutamente che la gente arrivi a quell’ora. Circa tre ore più tardi, riusciamo a montare nei due bus affittati, e scendere fino alla zona sud con tappa intermedia per aspettare il camioncino delle birre, inevitabili nelle celebrazioni boliviane quanto i coriandoli. Tra multe per divieto di sosta, lunghe attese, vie imboccate che portano a muri di recinzione, varie ed eventuali, arriviamo al luogo sacro, nella Valle delle Anime.
Una vista spettecolare dell’Illimani ci accoglie.
La cerimonia punta a realizzare l’unione tra i due esseri, attraverso riti di continua condivisione di liquidi ed elementi in generale. Ci siamo scambiati i desideri per la nostra unione, cosi come hanno fatto i nostri testimoni, due amici boliviani. Tutto si conclude bruciando in un fuoco gli elementi utilizzati nell’ora precedente.
Tutto procede tra un vento gelido (ci spiegheranno che erano gli spiriti risvegliati) che provoca non pochi problemi di sopravvivenza e di accensione del fuoco. Ma poi si challa (offerta alla madre terra che consiste in versare dell’alcool alla stessa) e tutto bene.
Abbiamo continuato con l’apthapi, il pranzo condiviso. Ogni volta che c’è un attività comunitaria qui si realizza il pranzo condiviso. Ognuno porta da casa ciò che ha e si mangia insieme posando il cibo su gli aguayos .
Tra patate, buonissime verdure organiche, pollo e salsine abbiamo passato delle belle ore chiacchierando, approfittando di vedere persone care e conoscerne di nuove, da quando sono a Santa Cruz ho qualche problema a socializzarmi con le persone di quella parte del paese.
Si è proseguita la festa fino al mattino, prima al Sabrocito, piccolo bar gestito da amici, che organizzava un evento proprio lo stesso giorno. Hanno occupato lo spazio di fronte al bar e la gente ha iniziato a suonare e suonare. I passanti si fermano e ballano. E poi al Target, reggae in quantità!
Buena vibra herman@s! Gracias
giovedì 28 maggio 2009
Newyorkeando
Ocurre que voy a Nueva York, en un avit de conocer, respirar y vomitar un poco de gringolandia.
Tuve la oportunidad de participar al VIII Encuentro de las NNUU sobre asuntos indígenas, o sea yo en el palacio de las naciones unidas con tanto de chaqueta y zapatos.
Pues imagínense,
Les cuento algunas cositas chistosas:
Como siempre los gringos me tratan como el peor de los izquierdistas así que al llegar a migración a Miami y a justificar mi ida a las NNUU el tipo no me creió y me dijo si iba más bien a protestar más que a participar (..con mucha razón lo dijo). Ni modo resulta que como siempre AA llegó tarde así que tuve que agarrar un pinche taxi del aeropuerto a las NNUU pagando algo tipo 30 US$, para registrarme si no estaba jodido. Pues resulta que al verme con mi mochilón los de las seguridad de las NNUU no me dejan entrar porqué la mochilla es demasiado grande. Yo le digo pero se allí hay un lugar donde guardar la mochilla no puedo guardarla allí? No! Es demasiado grande. La verdad que desde el principio me dí cuenta que no íbamos a hablar el mismo idioma… Asi que ni modo me pongo afuera de las NNUU a reflexionar mirando esta cantidad de gente elegante pero no demasiado, entrar y salir, todos muy concentrados en sus cosas, todos mirando abajo, pues si..aunque miren arriba solo hay sombra de estos edificios gigantes..para que tan grandes nunca he llegado a entender.
De toda forma, después miles de cosas logro verme con la queridisima Nela y superbien! Otra vez me salió el acento pinolero. Otra vez la natural conexion con este lindo pueblo, con su hablada, su risa, su todo.
Ahora bien,
El encuentro en si lleno de pros y contras. Los pros son que los pueblos indígenas tengan un espacio donde denunciar las barbaridades de los gobiernos que los mandan, y más bueno aún que los gobierno estén presentes con sus representantes con la obligación de contestar a las preguntas e inquietudes de los indígenas. Rico también cruzarse y compartir ídeas, visiones, revoluciones con tanta gente comprometida.
Lo malo, y aquí empieza un libro. Pues, a ver. Un resumen.
1. Los estados si tienen que contestar pero pueden contestar cualquier huevada y por el protocolo de las NNUU todo bien. Todos siempre aplauden, todos con esa falsa sonrisa del carajo. Le aseguro que después las intervenciones de Chile, Colombia, Peru, Nicaragua, Canada quería colgar cada uno de esos huevones, mentirosos sin vergüenza.
2. A veces me parecía de estar en un dibujo animado, pero de esos aburridos, donde todo el mundo muestra una cara no más. Donde lo que gana es la etiqueta, la corbata, la diplomacía, los autos de 300.000 US$. Porque un dibujo animado? Por que al lado de esos ladrones había los indígenas en su traje o en su jeans, así sonriendo y hueveando esos diplomáticos queridos. El contraste era chistoso.
3. He empezado a odiar las dimensiones.. la gente es enorme, las sillas enormes, las panzas enormes, los tomates enormes (se lo juro, nunca en mi vida había visto un tomate tan grande..clase calabaza!).
De toda forma conocí mucha buena gente, gringuitz más, imagínense. De esos super anarquistas squatteristas veganistas y todo lo que termina en stas..
Bailé, comí, bailé, gracias a Jess, amiga cubana buena onda que me llevó a algunos sitios salseros y reggaeros.
No creo que por como soy podria vivir en una ciudad tan grande, no lo creo. Lo lindo de los lugares para bailar, salir, de la movida cultural para mi no sustituye la magnitud del compromiso, de la busqueda de un cambio inevitable, de la naturaleza, de las luchas.
Tuve la oportunidad de participar al VIII Encuentro de las NNUU sobre asuntos indígenas, o sea yo en el palacio de las naciones unidas con tanto de chaqueta y zapatos.
Pues imagínense,
Les cuento algunas cositas chistosas:
Como siempre los gringos me tratan como el peor de los izquierdistas así que al llegar a migración a Miami y a justificar mi ida a las NNUU el tipo no me creió y me dijo si iba más bien a protestar más que a participar (..con mucha razón lo dijo). Ni modo resulta que como siempre AA llegó tarde así que tuve que agarrar un pinche taxi del aeropuerto a las NNUU pagando algo tipo 30 US$, para registrarme si no estaba jodido. Pues resulta que al verme con mi mochilón los de las seguridad de las NNUU no me dejan entrar porqué la mochilla es demasiado grande. Yo le digo pero se allí hay un lugar donde guardar la mochilla no puedo guardarla allí? No! Es demasiado grande. La verdad que desde el principio me dí cuenta que no íbamos a hablar el mismo idioma… Asi que ni modo me pongo afuera de las NNUU a reflexionar mirando esta cantidad de gente elegante pero no demasiado, entrar y salir, todos muy concentrados en sus cosas, todos mirando abajo, pues si..aunque miren arriba solo hay sombra de estos edificios gigantes..para que tan grandes nunca he llegado a entender.
De toda forma, después miles de cosas logro verme con la queridisima Nela y superbien! Otra vez me salió el acento pinolero. Otra vez la natural conexion con este lindo pueblo, con su hablada, su risa, su todo.
Ahora bien,
El encuentro en si lleno de pros y contras. Los pros son que los pueblos indígenas tengan un espacio donde denunciar las barbaridades de los gobiernos que los mandan, y más bueno aún que los gobierno estén presentes con sus representantes con la obligación de contestar a las preguntas e inquietudes de los indígenas. Rico también cruzarse y compartir ídeas, visiones, revoluciones con tanta gente comprometida.
Lo malo, y aquí empieza un libro. Pues, a ver. Un resumen.
1. Los estados si tienen que contestar pero pueden contestar cualquier huevada y por el protocolo de las NNUU todo bien. Todos siempre aplauden, todos con esa falsa sonrisa del carajo. Le aseguro que después las intervenciones de Chile, Colombia, Peru, Nicaragua, Canada quería colgar cada uno de esos huevones, mentirosos sin vergüenza.
2. A veces me parecía de estar en un dibujo animado, pero de esos aburridos, donde todo el mundo muestra una cara no más. Donde lo que gana es la etiqueta, la corbata, la diplomacía, los autos de 300.000 US$. Porque un dibujo animado? Por que al lado de esos ladrones había los indígenas en su traje o en su jeans, así sonriendo y hueveando esos diplomáticos queridos. El contraste era chistoso.
3. He empezado a odiar las dimensiones.. la gente es enorme, las sillas enormes, las panzas enormes, los tomates enormes (se lo juro, nunca en mi vida había visto un tomate tan grande..clase calabaza!).
De toda forma conocí mucha buena gente, gringuitz más, imagínense. De esos super anarquistas squatteristas veganistas y todo lo que termina en stas..
Bailé, comí, bailé, gracias a Jess, amiga cubana buena onda que me llevó a algunos sitios salseros y reggaeros.
No creo que por como soy podria vivir en una ciudad tan grande, no lo creo. Lo lindo de los lugares para bailar, salir, de la movida cultural para mi no sustituye la magnitud del compromiso, de la busqueda de un cambio inevitable, de la naturaleza, de las luchas.
martedì 7 aprile 2009
Sullo scrivere
Ultimamente stavo scrivendo in spagnolo, non tanto per gli spagnoli, quanto per le persone incontrate in questi ultimi tre anni in America centrale e del sud, che sembrano riservare un attenzione ed un interesse particolare a questo sistema di comunicazione. I racconti, le lettere, le poesie. Non è un attenzione che si deve alla mancanza di quei sistemi tipo facebook, myspace e quant’altri, anzi! Da queste parti sono assolutamente dipendenti da queste cose che sviluppano ancor più quella socialità e sentimento di appartenenza a gruppi che qui è implicito. Le due cose si complementano.
Sempre più ammetto d’essere lontano anni luce dalla velocità della comunicazione, non me ne preoccupo ma osservo con attenzione questi cambi rapidi, dico cambi non evoluzioni. Mentre sono in un cybercafé a caricare uno dei milioni di monitoraggi realizzati, contemplando la lentezza con cui gli allegati si dirigono nel cyber spazio verso la loro destinazione, sono circondato da una sfilza di ragazzini che non superano i diciott’anni che chattano con dieci persone alla volta, caricano foto, leggono degli articoli, guardano i cartoni animati, chiacchierano al cellulare, salutano persone ad altri computer, tutto, allo stesso tempo.
Ma senza ansia, con grandi sorrisi. Complimenti. Gli stessi, inaspettatamente te li incontri a degli incontri di poesia o leggendo avidamente in una biblioteca.
A me piace ancora la carta, non disdegno il computer, che a volte è l’oggetto animato o non con cui passo più tempo. Presente le inchieste? Le persone passano il 15% della vita dormendo, il 30 mangiando etc. Credo che ormai si possa dire che la maggioranza relativa del nostro tempo la si passi davanti al pc. E sinceramente un pò spaventa. Che il nostro interlocutore sia uno schermo, per quanto magico.
E te ne accorgi quando stai per un pò lontano dallo stesso. E lo scrivere che c’entra? Chi scrive? Conosco alcune persone che scrivono, alcune. Qui ne conosco altre. Però noto un attaccamento allo scrivere, al leggere, all’informarsi, all’utilizzare il giornalismo per quello che è, un osservazione e critica della realtà. Non è un giudizio ovviamente, osservazioni. Compagni, sarà che davvero il giornale scomparirà? Che quel rito di caffé, giornale e sigaretta (per chi fuma) i nostri figli (per chi ne avrà) non lo vivranno? Che quei meravigliosi editoriali che ci fanno pensare, o quelli articoli che ci fanno arrabbiare dovremmo leggerli perdendo la vista davanti a un pc? Vi prego di non aprire ora un gruppo in facebook per “quelli che leggono il giornale”, in ginocchio ve lo chiedo. Che saremo costretti a metterci davanti ad una scatola più o meno grande, più o meno design, più o meno avanzata, per poter leggere e scrivere? Sarà che scomparirà l’inchiostro? Le agende di quella carta che lo assorbe e se ne impregna?
E se un giorno non c’è elettricità che si fa? Tragedia, il mondo disorientato, peggio che senza petrolio!
Per me, per la mia età e il mio punto di vista, considero il pc uno strumento di lavoro ed internet un invenzione assolutamente geniale, che mi permette di sapere cosa succede nel mio paese, e di creare reti di relazioni nuove, e mantenere quelle amicizie forti, dell’infanzia e delle varie esperienze nei vari paesi in cui ho vissuto. In questi paesi è, inoltre, un ottimo strumento di lotta sociale, interessantissimo. Ma non può essere un sostitutivo del mondo reale, del leggere e scrivere. Del pensare e meditare. Sono a San Ignacio de Moxos, un luogo nel Beni che vogliono fare patrimonio dell’umanità. Una meraviglia. Con mille problemi, ma una meraviglia. C’è una laguna qui, uno spettacolo che mostra la sua forza, il suo dominio incontrastato, incontrastabile. E quindi, quando riesco, al tramonto vado in un posticino che da sulla laguna, e mi emoziono, sempre. Ma di posti così, di luoghi magici ce ne sono dappertutto, e dedicarci cinque minuti al giorno ci permette di ossequiare il giusto, ciò da cui dipendiamo e a cui dobbiamo la nostra vita, la natura. La relazione con la natura: l’unica via è rispettarla ed accomodarsi alle sue esigenze. Credo d’aver perso il filo, me ne scuserete, volevo solo condividere un pò di pensieri che mi frullano veloci per la testa.
Insomma, scriviamo compagni! Scrivete che per me è una gioia immensa ricevere vostre notizie.
Stiate bene
Sempre più ammetto d’essere lontano anni luce dalla velocità della comunicazione, non me ne preoccupo ma osservo con attenzione questi cambi rapidi, dico cambi non evoluzioni. Mentre sono in un cybercafé a caricare uno dei milioni di monitoraggi realizzati, contemplando la lentezza con cui gli allegati si dirigono nel cyber spazio verso la loro destinazione, sono circondato da una sfilza di ragazzini che non superano i diciott’anni che chattano con dieci persone alla volta, caricano foto, leggono degli articoli, guardano i cartoni animati, chiacchierano al cellulare, salutano persone ad altri computer, tutto, allo stesso tempo.
Ma senza ansia, con grandi sorrisi. Complimenti. Gli stessi, inaspettatamente te li incontri a degli incontri di poesia o leggendo avidamente in una biblioteca.
A me piace ancora la carta, non disdegno il computer, che a volte è l’oggetto animato o non con cui passo più tempo. Presente le inchieste? Le persone passano il 15% della vita dormendo, il 30 mangiando etc. Credo che ormai si possa dire che la maggioranza relativa del nostro tempo la si passi davanti al pc. E sinceramente un pò spaventa. Che il nostro interlocutore sia uno schermo, per quanto magico.
E te ne accorgi quando stai per un pò lontano dallo stesso. E lo scrivere che c’entra? Chi scrive? Conosco alcune persone che scrivono, alcune. Qui ne conosco altre. Però noto un attaccamento allo scrivere, al leggere, all’informarsi, all’utilizzare il giornalismo per quello che è, un osservazione e critica della realtà. Non è un giudizio ovviamente, osservazioni. Compagni, sarà che davvero il giornale scomparirà? Che quel rito di caffé, giornale e sigaretta (per chi fuma) i nostri figli (per chi ne avrà) non lo vivranno? Che quei meravigliosi editoriali che ci fanno pensare, o quelli articoli che ci fanno arrabbiare dovremmo leggerli perdendo la vista davanti a un pc? Vi prego di non aprire ora un gruppo in facebook per “quelli che leggono il giornale”, in ginocchio ve lo chiedo. Che saremo costretti a metterci davanti ad una scatola più o meno grande, più o meno design, più o meno avanzata, per poter leggere e scrivere? Sarà che scomparirà l’inchiostro? Le agende di quella carta che lo assorbe e se ne impregna?
E se un giorno non c’è elettricità che si fa? Tragedia, il mondo disorientato, peggio che senza petrolio!
Per me, per la mia età e il mio punto di vista, considero il pc uno strumento di lavoro ed internet un invenzione assolutamente geniale, che mi permette di sapere cosa succede nel mio paese, e di creare reti di relazioni nuove, e mantenere quelle amicizie forti, dell’infanzia e delle varie esperienze nei vari paesi in cui ho vissuto. In questi paesi è, inoltre, un ottimo strumento di lotta sociale, interessantissimo. Ma non può essere un sostitutivo del mondo reale, del leggere e scrivere. Del pensare e meditare. Sono a San Ignacio de Moxos, un luogo nel Beni che vogliono fare patrimonio dell’umanità. Una meraviglia. Con mille problemi, ma una meraviglia. C’è una laguna qui, uno spettacolo che mostra la sua forza, il suo dominio incontrastato, incontrastabile. E quindi, quando riesco, al tramonto vado in un posticino che da sulla laguna, e mi emoziono, sempre. Ma di posti così, di luoghi magici ce ne sono dappertutto, e dedicarci cinque minuti al giorno ci permette di ossequiare il giusto, ciò da cui dipendiamo e a cui dobbiamo la nostra vita, la natura. La relazione con la natura: l’unica via è rispettarla ed accomodarsi alle sue esigenze. Credo d’aver perso il filo, me ne scuserete, volevo solo condividere un pò di pensieri che mi frullano veloci per la testa.
Insomma, scriviamo compagni! Scrivete che per me è una gioia immensa ricevere vostre notizie.
Stiate bene
venerdì 3 aprile 2009
Cinismo europeo en salsa amazonica
Hoy estuve dando vuelta para comunidades del proyecto de ?Extensión de la piscicultura en las provincias de Cercado, Marban y Moxos del Departamento del Beni?, financiado por la AECID.Fue bueno, útil, mucho más allá del romanticismo típico del europeo al exterior por el cual todo es romántico. Fue útil para acordarme cuanto complicado y a la vez estimulante es trabajar con esta gente.Estimulante porque estuve en la comunidad Porto Varador, donde había un conflicto sobre la gestión de una poza. Se hizo un encuentro, participativo, resultado del cual fue una resolución firmada por todos donde se aceptan las conclusiones de la asamblea comunitaria. Lindo saber que también en el Oriente de Bolivia la organización comunitaria sirve. Eso en un panorama lindísimo, con infinitas imagines que harían emocionar documentalistas gringos.Complicado porque luego con la camioneta íbamos a otra comunidad, se no fuera que entre lluvia, aguaceros y mala suerte, nos quedamos trancados en el medio de nada, en el medio de nadie. En algún lado a tantos kilómetros de esa comunidad y tantos de la otra. Sobrepasando los conocimientos de mecánica del Nico, lo único fue esperar. Palabra que aquí es tanto común como respirar. Porqué a veces no queda otra. Y si no es la camioneta es el camino, y si no, es que no hay electricidad, y si es que hay, no hay internet por alguna razón equis, y si hay internet va a velocidades que te permiten cocinarte una parmigiana de berenjenas en el medio. Que no está mal claro; y bueno, la tarde y las primeras horas de la noche se fueron así.Así que desde europeo al exterior, motivado y comprometido, le digo compañeros y compañeras, que si son lugares lindos, hermosos, perfectos para pasear. Pero nosotros trabajamos, y confrontarse con las circunstancias no es obvio, ni fácil. Se aprende un montón pero se deja mucho también. Se trabaja siempre en condiciones límites donde tener una oficina es una utopía, ni hablando de computadora o internet. Teniendo claro que eso no es todo, pero es muy necesario.En fin, sigue siendo por mi formación y visión, indudablemente, el trabajo más lindo del mundo!!!Que viva Bolivia
mercoledì 1 aprile 2009
Bolivia 6 - Argentina 1
Hoy es uno de esos días donde Bolivia para. Está vez no se trata de un bloqueo causado por alguna razón social o económica, se trata de futból. Hoy, la selección ha hecho la historía. Bolivia gana 6 a 1 a Argentina en La Paz. En su historia no se si Argentina habia perdido tanto con alguién, seguramente Bolivia no había ganado tanto. Como en el tenìs, Bolivia que en los ultimos once partidos había marcado nueve goles, marca seìs a la vez, a la Argentina de Maradona, del Pibe de Oro.
Desde Santa Cruz, desde la tierra camba, finalmente emerge el sentido de ser Bolivia y boliviano. El futból como herramienta de unidad nacional, mejor si ganando, mejor si a Argentina, tierra de emigración boliviana, de lucha desde abajo de cochabambinos, potosinos y orureños, lucha finalizada al trabajo y a la aceptación social en un país que todavía se considera blanco y europeo.
El equipo boliviano no es de esos que ganan a menudo. Cuando gana la verdad, casi es un milagro. Hoy la selección humilió la Celeste, 6 a 1. Los numeros a veces sirven. Hubo algunos casos cuando Bolivia ganó a Argentina, pero nunca así, nunca semejante victoria. En un país donde una de las pocas cosas que se hacen indistintamente a los cinco mil metros como en la amazónia es jugar al futból. Me imagino los festejos en La Paz, veo los festejos en Santa Cruz. De mi casa siento los televisores a todo volumen, como en los veranos del ’82 y del ’06 en Italia. Calles vacía. Gente buscando televisores en todos lados, en los billares, en los cybers, en la calle. Claro porqué la tele a veces es un lujo.
Todo eso es lindo, camba abrazando collas diciendole carajo de un colla y carajo de un camba. Unidos de dos alquimìas, el alcool y el futbòl.
Sugiero uficialmente que se tomen en cuenta estas dos variables en los varìos encuentros entre prefectura y gobierno. Que jueguen al futbòl, que chupen juntos. Van a ver, van a ver...
Desde Santa Cruz, desde la tierra camba, finalmente emerge el sentido de ser Bolivia y boliviano. El futból como herramienta de unidad nacional, mejor si ganando, mejor si a Argentina, tierra de emigración boliviana, de lucha desde abajo de cochabambinos, potosinos y orureños, lucha finalizada al trabajo y a la aceptación social en un país que todavía se considera blanco y europeo.
El equipo boliviano no es de esos que ganan a menudo. Cuando gana la verdad, casi es un milagro. Hoy la selección humilió la Celeste, 6 a 1. Los numeros a veces sirven. Hubo algunos casos cuando Bolivia ganó a Argentina, pero nunca así, nunca semejante victoria. En un país donde una de las pocas cosas que se hacen indistintamente a los cinco mil metros como en la amazónia es jugar al futból. Me imagino los festejos en La Paz, veo los festejos en Santa Cruz. De mi casa siento los televisores a todo volumen, como en los veranos del ’82 y del ’06 en Italia. Calles vacía. Gente buscando televisores en todos lados, en los billares, en los cybers, en la calle. Claro porqué la tele a veces es un lujo.
Todo eso es lindo, camba abrazando collas diciendole carajo de un colla y carajo de un camba. Unidos de dos alquimìas, el alcool y el futbòl.
Sugiero uficialmente que se tomen en cuenta estas dos variables en los varìos encuentros entre prefectura y gobierno. Que jueguen al futbòl, que chupen juntos. Van a ver, van a ver...
lunedì 23 febbraio 2009
Carnaval de Oruro
Las premisas eran buenas, yo, Chiara, otra Chiara italiana, la parejita de franceses que viven en Casa Utopía y dos queridas hermanas chilenas llegadas a Bolivia para visitarme e ir al Carnaval, lo de Oruro, capital folklórica de uno de los países más diferentes que existan en este mundo.
El preámbulo es una noche de música y baile en dos lugarcitos bonitos de La Paz, el Mandrágola y el Target. Reggae y música del mundo con los queridos hermanos de Nativa, muchos amigos para saludar y charlar, mucha buena gente que me ha acompañado el año pasado y que estoy logrando seguir viendo este año en mis visitas a la capital.
Con dos horas de sueños salimos a la Terminal a buscar un pasaje a Oruro, en la perspectiva de quedarnos unas tres horas haciendo cola porqué todo el mundo, del occidente y del oriente, de Chile y Argentina llega para ir a uno de los carnavales de Bolivia, el más conocido. Pero la buena vibra nos ayuda y en media hora estamos en una flota que nos lleva rápida a Oruro, o por lo meno esa fue mi sensación porqué una vez salido cerré los ojos y al abrirlos habíamos llegado. En el medio casi cuatro horas, de justo y necesario descanso.
Ingenuamente empiezo a preguntar de cuartos básicos para poder dejar las cosas y de repente descansar un rato, pero los precios no bajan los 300 B$, 33€ por persona, alla gran puchica…. Una locura, mejor guardar esa plata por otras cosas; resolvimos dejando las mochillas en un deposito, 5 B$ a mochilla por un día, aguevo! Suena mejor, igual ya sabemos que no vamos a dormir en la noche. Muy bien, después que los demás comes-animales-muertos, se tiran un charque de cerdo y yo maíz y papa, vamos a descansar en el parquecito ecológico de Oruro, un jardín publico, casi la única zona verde de una ciudad caracterizada por el frío, el polvo, la minería y las buenas rocas para escalar.
Nos acercamos a la zona del desfile, muchísimos conjuntos llegan para desfilar, se preparan su entrada, bailando por horas, desfilando el recurrido que los lleva de la Terminal hacía la Plaza de la ciudad y de allí a la Iglesia. No me pregunten porqué algunas palabras estén en mayúsculo, es el corrector automático... a veces me pregunto quién se ocupa de decidir que va en mayúsculo, pero esa es otra historia.
Todo está organizado en gradas donde la gente paga para ver los desfiles, pero bueno, siempre se encuentra la forma de ahorrar platita, así que llegando a una curva encontramos un rinconcito y nos ponemos chochos a mirar el desfile, tomando alguito, charlando, o intentando hacerlo, con hermanos ya muy picados, mirando las primeras peleas, admirando los trajes que son obras de arte que hacen sonreír la moda gringa tan simple y parecida.
Sobre todo disfrutando de la energía que esta gente pone en sus bailes, reflejo de la identidad y de la conciencia comunitaria que los caracterizas. Baile como expresión cultural, baile como rivendicación, afirmación; no exclusiva si no de conocimiento reciproco.
Y así pasa el día, seguimos el desfile, hacemos guerra de globos con los niños, las niñas bonitas y las cholitas, tomamos chicha, encontramos amigos queridos hasta llegar a la plaza. Después un encuentro inolvidable con un señor loquito que por medía hora ha estado en frente a nosotros repitiendo la misma cosa: “¡Estados Unidos, Alemania, Francia, Ámsterdam, Banco Bisa, Plaza!” haciéndonos cagar de la risa, decidimos salir para ir a cambiarnos de la ropa mojada y empezar frescos la noche de fiesta. Ingenuos, una vez más; salir de la plaza nos cuesta hora y medía. Claro porqué todo alrededor de la plaza hay desfiles, así que solamente despacito dejan salir unas cuantas personas, y imagínense la cantidad de gente presente. Sumen a esto la poca capacidad logística que a veces caracteriza esta gente; resultado, una larguisima cola caracterizada por gente que meaba en la plaza, niños en overdosis hormonal que mojaban cualquier chavalita que pasaba que regularmente los mandaban al carajo, imagines de “dramas latinos” (i.e. parejas que pelean duro gritando, ella que escapa, el que la llama, el que la deja, ella que regresa, los dos que se besan, ella que va a comprar cerveza, el que se besa con otra y se va con ella). Y al fin, nos acercamos a la salida de la plaza, faltan un par de metros, nada más; pero resulta que del otro lado a los que quieren entrar faltan dos metros igual, y entre alcohol y hormones pues nadie deja pasar los demás; mientras estaba allí en el medio flotando, empujando, rezando Ohm Namah Shivaya para no mandar a la verga esa gente que mide su masculinidad según la fuerza de quién empuja más, me imaginaba que linda debía haber sido esa imagen vista del alto, tipo esa masa de hormigas pegadas que ni saben bien donde ir, pero si pegadas siguiendo por horas así. Resultado, rodillas fracasadas, celulares desaparecidos, gente llorando, gente en ambulancia, gente que se ha tomado una botella de Anejo mientras tantos; ¡todos vivos, sigue la fiesta! Pasaremos las horas comiendo sopitas para calentarnos, tomando linaza y aguardiente, mirando hermosos disfraces bailando, animados por cuerpos orgullosos que se mueven con elegancia. Llega la hora que nos acerca a la madrugada, así que vamos a la iglesia donde todos los conjuntos llegan. Chiara nos sugiere de subir unas escaleras porqué de allí la vista es diferente; y resulta muy cierto. De encima, se mira todo: Oruro, la gente en la plaza frente a la iglesia, los conjuntos entrando, los muertos durmiendo o molestando, la farra grave que encanta a la gente de este país, las peleas amortiguadas por los demás, los juegos pirotécnicos. Y poco a poco llega la luz; todos nuestros compañeros de viaje duermen en las escaleras, yo abrazado a Chiara, feliz. Llega el momento en el cual, al aparecer la luz, suena el tambor tres veces y otra locura empieza: todas las bandas empiezan a tocar su música al mismo tiempo, todos temas diferentes, todos bailando cosas distintas, todos con el trago en la mano (pues eso siempre), todos con una sonrisa tan grande cuanto la resaca que en dos días tendrán. Si porqué la fiesta sigue el día después, y el siguiente. Al campo, donde trabajaba el año pasado, se farrean una semana. Se dice que el carnaval sea el momento donde se pueda hacer todo lo que está contra la ley, moral como legal… ¡imagínense!
¡¡Linda Oruro, Linda Bolivia y su gente!!
El preámbulo es una noche de música y baile en dos lugarcitos bonitos de La Paz, el Mandrágola y el Target. Reggae y música del mundo con los queridos hermanos de Nativa, muchos amigos para saludar y charlar, mucha buena gente que me ha acompañado el año pasado y que estoy logrando seguir viendo este año en mis visitas a la capital.
Con dos horas de sueños salimos a la Terminal a buscar un pasaje a Oruro, en la perspectiva de quedarnos unas tres horas haciendo cola porqué todo el mundo, del occidente y del oriente, de Chile y Argentina llega para ir a uno de los carnavales de Bolivia, el más conocido. Pero la buena vibra nos ayuda y en media hora estamos en una flota que nos lleva rápida a Oruro, o por lo meno esa fue mi sensación porqué una vez salido cerré los ojos y al abrirlos habíamos llegado. En el medio casi cuatro horas, de justo y necesario descanso.
Ingenuamente empiezo a preguntar de cuartos básicos para poder dejar las cosas y de repente descansar un rato, pero los precios no bajan los 300 B$, 33€ por persona, alla gran puchica…. Una locura, mejor guardar esa plata por otras cosas; resolvimos dejando las mochillas en un deposito, 5 B$ a mochilla por un día, aguevo! Suena mejor, igual ya sabemos que no vamos a dormir en la noche. Muy bien, después que los demás comes-animales-muertos, se tiran un charque de cerdo y yo maíz y papa, vamos a descansar en el parquecito ecológico de Oruro, un jardín publico, casi la única zona verde de una ciudad caracterizada por el frío, el polvo, la minería y las buenas rocas para escalar.
Nos acercamos a la zona del desfile, muchísimos conjuntos llegan para desfilar, se preparan su entrada, bailando por horas, desfilando el recurrido que los lleva de la Terminal hacía la Plaza de la ciudad y de allí a la Iglesia. No me pregunten porqué algunas palabras estén en mayúsculo, es el corrector automático... a veces me pregunto quién se ocupa de decidir que va en mayúsculo, pero esa es otra historia.
Todo está organizado en gradas donde la gente paga para ver los desfiles, pero bueno, siempre se encuentra la forma de ahorrar platita, así que llegando a una curva encontramos un rinconcito y nos ponemos chochos a mirar el desfile, tomando alguito, charlando, o intentando hacerlo, con hermanos ya muy picados, mirando las primeras peleas, admirando los trajes que son obras de arte que hacen sonreír la moda gringa tan simple y parecida.
Sobre todo disfrutando de la energía que esta gente pone en sus bailes, reflejo de la identidad y de la conciencia comunitaria que los caracterizas. Baile como expresión cultural, baile como rivendicación, afirmación; no exclusiva si no de conocimiento reciproco.
Y así pasa el día, seguimos el desfile, hacemos guerra de globos con los niños, las niñas bonitas y las cholitas, tomamos chicha, encontramos amigos queridos hasta llegar a la plaza. Después un encuentro inolvidable con un señor loquito que por medía hora ha estado en frente a nosotros repitiendo la misma cosa: “¡Estados Unidos, Alemania, Francia, Ámsterdam, Banco Bisa, Plaza!” haciéndonos cagar de la risa, decidimos salir para ir a cambiarnos de la ropa mojada y empezar frescos la noche de fiesta. Ingenuos, una vez más; salir de la plaza nos cuesta hora y medía. Claro porqué todo alrededor de la plaza hay desfiles, así que solamente despacito dejan salir unas cuantas personas, y imagínense la cantidad de gente presente. Sumen a esto la poca capacidad logística que a veces caracteriza esta gente; resultado, una larguisima cola caracterizada por gente que meaba en la plaza, niños en overdosis hormonal que mojaban cualquier chavalita que pasaba que regularmente los mandaban al carajo, imagines de “dramas latinos” (i.e. parejas que pelean duro gritando, ella que escapa, el que la llama, el que la deja, ella que regresa, los dos que se besan, ella que va a comprar cerveza, el que se besa con otra y se va con ella). Y al fin, nos acercamos a la salida de la plaza, faltan un par de metros, nada más; pero resulta que del otro lado a los que quieren entrar faltan dos metros igual, y entre alcohol y hormones pues nadie deja pasar los demás; mientras estaba allí en el medio flotando, empujando, rezando Ohm Namah Shivaya para no mandar a la verga esa gente que mide su masculinidad según la fuerza de quién empuja más, me imaginaba que linda debía haber sido esa imagen vista del alto, tipo esa masa de hormigas pegadas que ni saben bien donde ir, pero si pegadas siguiendo por horas así. Resultado, rodillas fracasadas, celulares desaparecidos, gente llorando, gente en ambulancia, gente que se ha tomado una botella de Anejo mientras tantos; ¡todos vivos, sigue la fiesta! Pasaremos las horas comiendo sopitas para calentarnos, tomando linaza y aguardiente, mirando hermosos disfraces bailando, animados por cuerpos orgullosos que se mueven con elegancia. Llega la hora que nos acerca a la madrugada, así que vamos a la iglesia donde todos los conjuntos llegan. Chiara nos sugiere de subir unas escaleras porqué de allí la vista es diferente; y resulta muy cierto. De encima, se mira todo: Oruro, la gente en la plaza frente a la iglesia, los conjuntos entrando, los muertos durmiendo o molestando, la farra grave que encanta a la gente de este país, las peleas amortiguadas por los demás, los juegos pirotécnicos. Y poco a poco llega la luz; todos nuestros compañeros de viaje duermen en las escaleras, yo abrazado a Chiara, feliz. Llega el momento en el cual, al aparecer la luz, suena el tambor tres veces y otra locura empieza: todas las bandas empiezan a tocar su música al mismo tiempo, todos temas diferentes, todos bailando cosas distintas, todos con el trago en la mano (pues eso siempre), todos con una sonrisa tan grande cuanto la resaca que en dos días tendrán. Si porqué la fiesta sigue el día después, y el siguiente. Al campo, donde trabajaba el año pasado, se farrean una semana. Se dice que el carnaval sea el momento donde se pueda hacer todo lo que está contra la ley, moral como legal… ¡imagínense!
¡¡Linda Oruro, Linda Bolivia y su gente!!
mercoledì 28 gennaio 2009
COLOMBIA II
Le isole del Rosario, e uno pensa subito alle serate di Maggio passate da bimbo nel garage della vicina Maria, a recitare litanie e salmi alla Madonna. Poi succede che contestualizzando, pur incontrandomi probabilmente nel paese piú cattolico del mondo, (nel bene, nel male e nella facciata) apro gli occhi e sono in una barchetta di legno a motore che da Cartagena vola verso queste isole. La barchetta non naviga, vola, perchè con regolarità decolla a piú d’un metro in altezza per poi atterrare pesantemente sul mare sempre agitato, forte, padrone del suo spazio.
Prima di arrivare alle isole del Rosario, passiamo per Barù facendoci fregare abbondantemente da uno dei pochi colombiani approfittatori che abbiamo incontrato. Si arriva alla isola ed il tipo, belloccio come molti neri, pieno di collanacce e telefonini ci assicura farci il favore di portarci alla spiaggia degli innamorati, precisando che la chiamano anche spiaggia dei morti (!?!). Più tardi si scopre che la chiamano degli innamorati perchè è tranquilla e bellissima, e dei morti perchè nel sottosuolo c’è un cimitero degli indigeni del luogo, con tutte le energie pesanti che questo comporta.
Alla spiaggietta s’arriva tipo Isola dei Famosi, scendendo dall’ennesimo barchino di legno e nuotando zaino sopra la testa fino alla spiaggia. All’arrivo invece di mille telecamere, milioni di insetti di tutti i tipi. Chissà se gli insetti ci riprendono e ridono della stramberia dell’uomo. L’accordo è che il simpaticone venga a riprenderci la mattina successiva alle sei, cosa che non succederà, mai.
Ad accoglierci nella spiaggia degli innamorati morti, c’è una di quelle famiglie ricche ed alternative colombiane che per le loro vacanze affittano sicurezza, cuoca e logista e se li portano nella spiaggia perchè loro possano passare un mese senza muovere un dito per necessità. Si genera lavoro e si mantiene disparità, dibattiti sempre aperti sulla povertà sostenibile che piace all’opinione pubblica.
Il contesto, tipicamente caraibico, con alcune aggiunte niente male: la canoa di isolani che passa a velocità d’uomo dicendo benvenuti in paradiso, uno dei lavoratori dei ricconi che c’accompagna a comprare viveri a basso costo in una passeggiata che attraversa un bosco di mangrovie che ci fa sbucare al villaggio della gente di li, semplice e gioviale. Avete presente le mangrovie? A me m’hanno sorpreso un sacco, degne rappresentanti della forza della natura, boschi che nascono dall’acqua. Allucinante.
Non è stato facile dimenticare gli insetti della spiaggia degli innamorati morti; al mattino, al risveglio, all’uscire dalla tenda vengo assalito da una nuvola di zanzarine che entrano tra i miei capelli e da li beccano in quantità, risultato.. un centinaio di beccate solamente nel braccio destro, a moltiplicarsi per tutta la superficie del corpo. Ma a parte grattarsi non provocano danni particolari. Il lavoratore dei ricconi, ormai amico, viene in soccorso e accende un fuoco, e io da piccolo eurocentrista con la testa chiusa a chiave penso..ma guarda questo che invece d’aiutarmi si mette ad accendere il fuocherello. Stupido, il fumo del fuoco allontana gli insetti, un’altra piccola lezione imparata e messa da parte.
Liberato dall’invasione delle zanzare punzerecchie, mi metto comodo a vedere sorgere il sole, aspettando la barca che non arriverà mai. Mala onda come si dice qui, ma allo stesso tempo troviamo rapido appoggio nell’ormai fraterno amico che con la barchina dei ricchi c’accompagna al molo da dove partiamo con un altra canoa volante verso le isole del Rosario. Saluti all’amico e ringraziamenti in birre che da queste parti, con il caldo che fa, sono sempre molto apprezzati.
Il corporativismo latino fa si che il guidatore della canoa volante ci porti dalla sorella che per un modicissimo – mah – prezzo ci permette mettere la tenda in uno spazio. Dopo una lunga e divertente contrattazione raggiungiamo un compromesso di prezzo ragionevole. Bene, siamo nell’isola dove gli hotel costano 200 US$ a notte a testa e noi accampiamo per 10 US$ in totale. Positivo. Si perchè le isole del Rosario sono il rifugio di politici, narcotrafficanti, impresari, colombiani e non, che, per una ragione non meglio specificata, decidono spendere un patrimonio per stare in un’isola bella si, ma nemmeno così straordinariamente unica. Immagino che tutto rientri nell’appartenenza castale colombiana.
Se il detto “gli hanno fatti e accoppiati” è vero, allora non ci sorprende che io e Chiara risultiamo leggermente fuori contesto tra bikini che valgono un salario mensile del lavoratore medio. Fino a quando i locali ci avvicinano, certo per fini anche commerciali, ma soprattutto per chiaccierare con delle persone “normali”, che nella loro cosmovisione saremmo io e Chiara. Quindi passiamo queste giornate girando l’isola con giovani e meno giovani locali, ascoltando. E quello che emerge rispecchia perfettamente il neocolonialismo economico; i locali, che vivono li da centinaia d’anni sono stati poco a poco ghettizzati in un pezzetto d’isola per permettere al ricco di turno di comprare terra e costruirci lussuosi hotel. Vi ricorda vagamente Santo Domingo, Cuba, Zanzibar, Capo Verde et similaris? Si, stessa cosa. Cosa ancor più scioccante, ai locali NON è permesso entrare in questi hotel, nemmeno girarci intorno, perchè importunerebbero i ricchi visitanti. Un orrore. Una vergogna. Per fortuna l’approccio di queste persone verso l’altro è inclusivo, e non esclusivo come sembra piacerci un sacco. Perciò con un signore orgoglioso come pochi della sua isola, camminiamo fino ad arrivare alla “riserva” dove vivono, e tra karaokes, immancabili birre, e conoscenze, si nota come ci tengano alla loro identità, afrodiscendente caraibica. E bene così.
Riusciamo pure a fare snorkling intorno ad un’isoletta, godendoci dei coralli spaziali e dei pesci tanto grandi come sconosciuti. Il mare e la sua gente, umana ed animale, colori e dimensioni diverse. L’isoletta in questione indovinate di chi era? Di Pablo Escobar, forse il più famoso narcotrafficante della storia, amato dai colombiani perchè parte delle sue ricchezze le destinava ad opere per il popolo, tenendoselo buono ovviamente, assicurando però allo stesso tempo quell’appoggio che lo stato non ha mai dato. E le similitudini con il sud italia sono abbastanza ovvie.
Della ventina d’isole che compongono l’arcipelago, Escobar era arrivato a comprarsene sette, tra gli altri famosi proprietari c’è il matto di Asprilla, Shakira e un tal siciliano attore di telenovele colombiane, Salvo non ricordo più che. Mah. Negli ultimi anni però molte isole sono state abbandonate dai proprietari perchè il governo ha imposto una tassa che la maggioranza non ha voluto pagare, sulla proprietá e la preservazione dell’ambiente (ricorda tanto la legge di Soru in Sardegna no?e ovviamente lo hanno cacciato). E così succede di poter entrare in una delle isolette espropriate a Escobar, venti metri per venti, e immaginarsi i festini pazzeschi alla cocaina che devono aver caratterizzato quei metri quadrati fino ad una decina d’anni fa.
Lasciate l’isole del Rosario passiamo altre due belle giornate in compagnia di Mao e ....., la ragazza puntini del racconto precedente, la querida Linda, sorella rastafari, e una coppia e tre quarti di cooperanti italiani, conoscenza nuova quanto piacevole, con lei già quasi quasi mamma. Campeggio, mare, spiaggia, fuoco, racconti e canzoni.
Grazie Colombia, grazie alla sua gente e agli infiltrati che tanto c’hanno aiutato.
Prima di arrivare alle isole del Rosario, passiamo per Barù facendoci fregare abbondantemente da uno dei pochi colombiani approfittatori che abbiamo incontrato. Si arriva alla isola ed il tipo, belloccio come molti neri, pieno di collanacce e telefonini ci assicura farci il favore di portarci alla spiaggia degli innamorati, precisando che la chiamano anche spiaggia dei morti (!?!). Più tardi si scopre che la chiamano degli innamorati perchè è tranquilla e bellissima, e dei morti perchè nel sottosuolo c’è un cimitero degli indigeni del luogo, con tutte le energie pesanti che questo comporta.
Alla spiaggietta s’arriva tipo Isola dei Famosi, scendendo dall’ennesimo barchino di legno e nuotando zaino sopra la testa fino alla spiaggia. All’arrivo invece di mille telecamere, milioni di insetti di tutti i tipi. Chissà se gli insetti ci riprendono e ridono della stramberia dell’uomo. L’accordo è che il simpaticone venga a riprenderci la mattina successiva alle sei, cosa che non succederà, mai.
Ad accoglierci nella spiaggia degli innamorati morti, c’è una di quelle famiglie ricche ed alternative colombiane che per le loro vacanze affittano sicurezza, cuoca e logista e se li portano nella spiaggia perchè loro possano passare un mese senza muovere un dito per necessità. Si genera lavoro e si mantiene disparità, dibattiti sempre aperti sulla povertà sostenibile che piace all’opinione pubblica.
Il contesto, tipicamente caraibico, con alcune aggiunte niente male: la canoa di isolani che passa a velocità d’uomo dicendo benvenuti in paradiso, uno dei lavoratori dei ricconi che c’accompagna a comprare viveri a basso costo in una passeggiata che attraversa un bosco di mangrovie che ci fa sbucare al villaggio della gente di li, semplice e gioviale. Avete presente le mangrovie? A me m’hanno sorpreso un sacco, degne rappresentanti della forza della natura, boschi che nascono dall’acqua. Allucinante.
Non è stato facile dimenticare gli insetti della spiaggia degli innamorati morti; al mattino, al risveglio, all’uscire dalla tenda vengo assalito da una nuvola di zanzarine che entrano tra i miei capelli e da li beccano in quantità, risultato.. un centinaio di beccate solamente nel braccio destro, a moltiplicarsi per tutta la superficie del corpo. Ma a parte grattarsi non provocano danni particolari. Il lavoratore dei ricconi, ormai amico, viene in soccorso e accende un fuoco, e io da piccolo eurocentrista con la testa chiusa a chiave penso..ma guarda questo che invece d’aiutarmi si mette ad accendere il fuocherello. Stupido, il fumo del fuoco allontana gli insetti, un’altra piccola lezione imparata e messa da parte.
Liberato dall’invasione delle zanzare punzerecchie, mi metto comodo a vedere sorgere il sole, aspettando la barca che non arriverà mai. Mala onda come si dice qui, ma allo stesso tempo troviamo rapido appoggio nell’ormai fraterno amico che con la barchina dei ricchi c’accompagna al molo da dove partiamo con un altra canoa volante verso le isole del Rosario. Saluti all’amico e ringraziamenti in birre che da queste parti, con il caldo che fa, sono sempre molto apprezzati.
Il corporativismo latino fa si che il guidatore della canoa volante ci porti dalla sorella che per un modicissimo – mah – prezzo ci permette mettere la tenda in uno spazio. Dopo una lunga e divertente contrattazione raggiungiamo un compromesso di prezzo ragionevole. Bene, siamo nell’isola dove gli hotel costano 200 US$ a notte a testa e noi accampiamo per 10 US$ in totale. Positivo. Si perchè le isole del Rosario sono il rifugio di politici, narcotrafficanti, impresari, colombiani e non, che, per una ragione non meglio specificata, decidono spendere un patrimonio per stare in un’isola bella si, ma nemmeno così straordinariamente unica. Immagino che tutto rientri nell’appartenenza castale colombiana.
Se il detto “gli hanno fatti e accoppiati” è vero, allora non ci sorprende che io e Chiara risultiamo leggermente fuori contesto tra bikini che valgono un salario mensile del lavoratore medio. Fino a quando i locali ci avvicinano, certo per fini anche commerciali, ma soprattutto per chiaccierare con delle persone “normali”, che nella loro cosmovisione saremmo io e Chiara. Quindi passiamo queste giornate girando l’isola con giovani e meno giovani locali, ascoltando. E quello che emerge rispecchia perfettamente il neocolonialismo economico; i locali, che vivono li da centinaia d’anni sono stati poco a poco ghettizzati in un pezzetto d’isola per permettere al ricco di turno di comprare terra e costruirci lussuosi hotel. Vi ricorda vagamente Santo Domingo, Cuba, Zanzibar, Capo Verde et similaris? Si, stessa cosa. Cosa ancor più scioccante, ai locali NON è permesso entrare in questi hotel, nemmeno girarci intorno, perchè importunerebbero i ricchi visitanti. Un orrore. Una vergogna. Per fortuna l’approccio di queste persone verso l’altro è inclusivo, e non esclusivo come sembra piacerci un sacco. Perciò con un signore orgoglioso come pochi della sua isola, camminiamo fino ad arrivare alla “riserva” dove vivono, e tra karaokes, immancabili birre, e conoscenze, si nota come ci tengano alla loro identità, afrodiscendente caraibica. E bene così.
Riusciamo pure a fare snorkling intorno ad un’isoletta, godendoci dei coralli spaziali e dei pesci tanto grandi come sconosciuti. Il mare e la sua gente, umana ed animale, colori e dimensioni diverse. L’isoletta in questione indovinate di chi era? Di Pablo Escobar, forse il più famoso narcotrafficante della storia, amato dai colombiani perchè parte delle sue ricchezze le destinava ad opere per il popolo, tenendoselo buono ovviamente, assicurando però allo stesso tempo quell’appoggio che lo stato non ha mai dato. E le similitudini con il sud italia sono abbastanza ovvie.
Della ventina d’isole che compongono l’arcipelago, Escobar era arrivato a comprarsene sette, tra gli altri famosi proprietari c’è il matto di Asprilla, Shakira e un tal siciliano attore di telenovele colombiane, Salvo non ricordo più che. Mah. Negli ultimi anni però molte isole sono state abbandonate dai proprietari perchè il governo ha imposto una tassa che la maggioranza non ha voluto pagare, sulla proprietá e la preservazione dell’ambiente (ricorda tanto la legge di Soru in Sardegna no?e ovviamente lo hanno cacciato). E così succede di poter entrare in una delle isolette espropriate a Escobar, venti metri per venti, e immaginarsi i festini pazzeschi alla cocaina che devono aver caratterizzato quei metri quadrati fino ad una decina d’anni fa.
Lasciate l’isole del Rosario passiamo altre due belle giornate in compagnia di Mao e ....., la ragazza puntini del racconto precedente, la querida Linda, sorella rastafari, e una coppia e tre quarti di cooperanti italiani, conoscenza nuova quanto piacevole, con lei già quasi quasi mamma. Campeggio, mare, spiaggia, fuoco, racconti e canzoni.
Grazie Colombia, grazie alla sua gente e agli infiltrati che tanto c’hanno aiutato.
giovedì 15 gennaio 2009
Colombia I
C’eravamo lasciati ad una soffertissima quanto meritatissima visa, raggiunta dopo vari mal di stomaco e mancie obbligatorie.
Perchè quel visto tanto agognato? Per potermene andare tranquillo in Colombia per le vacanze di Natale e tornare senza dover ricominciare daccapo i tramiti per la residenza annuale in Bolivia.
Quindi si parte tranquilli.
Attraverso un comodo scalo a Lima con una connessione diciotto ore più tardi, arriviamo a Bogotà e superiamo non senza problemi la poco simpatica incaricata di migrazioni che a parte le ventisette domande di rito inizia a squadrarmi come ormai so succede quando arrivo a migrazione, narcotrafficante, terrorista, chi più ne ha più ne metta. Comunque, dopo dieci minuti di retorica dell’apparenza mettiamo piede a Bogotà. Enorme, estesa, trafficata, grigia. Ottima premessa. Raggiugiamo l’amica Cecilia, argentina compagna del Master, che con il suo fanciullo ci ospitano una notte e ci fanno conoscere i vari strati di Bogotà. Gli altri compagni che ci daranno ospitalità saranno una coppia di francesi che c’ha lasciato la loro casa senza averci mai visto, che conosceremo solo di sfuggita, incrociandoli mentre loro arrivavano a Bogotà e noi stavamo partendo.
Ma tornando agli strati, non parliamo di altezza sul livello del mare, ma di strati sociali, evidenti come sorprendentemente, passivamente accettati.
Quindi passiamo dalla zona dei ricconi colombiani e stranieri, alla classe media, al barrio bohemienne, senza entrare in zone off limits a livello di sicurezza. Ricorrendo Bogotà, e ce ne vuole, si nota pulizia, ordine, disciplina e rispetto. Insomma il paradiso del destroide, una perfetta cittá dell’apparenza, che nasconde perfettamente i drammi che racchiude. Poi certo, ci sono i bus cittadini che mettono un pò di colore e fantasia, ma in genere l’ordine è sorprendente. La disciplina è una strategia del governo, soldati ogni cinque metri che certamente non fanno venire voglia di fare nulla che sia camminare rapidamente ed allontanarsi da loro. In realtà, rispetto al pro medio conosciuto, sono pure disponibili, non direi gentili, ma educati.
La zona che più m’è piaciuta è stata la candelaria, banale da parte mia. La zona bohemienne di case diroccate e colorate, di piccoli bar che sanno d’osteria veneziana, di concertini e prezzi ragionevoli. Si perchè Bogotà e la Colombia in generale sono assai care, quasi a livelli europei; peccato gli stipendi siano lontani anni luce dal continente di Rousseau, di Lock e, Dio ci salvi, dell’emeritissimo presidente del consiglio dei buffoni e dei suoi amici del Pd, già caduti in disgrazia. Sarà che una giustizia divina esiste? Sarà la volta che il popolo si svegli o, come cari amici mi ricordano, non sarà il caso, essendo ormai il popolo docile, assopito, passivo a qualsiasi cosa, desideroso di far emergere quell’individualismo che in nessuna parte del mondo ha portato a nulla, mai.
Quell’individualismo lontano anni luce dai processi di cambio in corso in Latino America, volti all’associativismo, alla riscoperta e affermazione del comunitarismo.
Da Bogotà un bus modernissimo ci porta sulla costa atlantica, in una ventina d’ore. Sono sconcertato dalla modernità dei bus colombiani. Bagni divisi per uomini e donne, cibo in abbondanza servito, il controllo della velocità, così che il conducente non possa superare il limite previsto!!
Arriviamo a Santa Marta, gettiamo le poche cose in un ostello di gringos a una cuadra da un postribolo e a una dal porto, certo dal mare. Decidiamo cosí di ripartire rapidamente per Taganga, un villaggietto di pescatori a pochi minuti da Santa Marta dove, possibilmente, un’amica portoghese che abbiamo ospitato a La Paz, ci aspetta, per passare il natale insieme. Da buona artigiana che da tremila giri per il paese, non riusciamo ad incontrarci, ma passiamo tre bellissime giornate di camminate, sole, bagni. E una notte di pazzi balli, circondati da stranieri tra i quali la percentuale di consumatori di cocaina era praticamente totale. Questo della cocaina è proprio una tristezza europea, nordamericana e australiana. Una tristezza totale. Come se la meravigliosa musica del caribe non fosse sufficiente a svegliare lo spiritello ballerino, a lasciar andare i corpi e a divertirsi. Una tristezza che ha implicazioni economiche e sociali rilevanti.
Da Taganga ci dirigiamo al Parco Tairona, una meraviglia dell’umanità. Quattro giorni conoscendo spiaggie sempre più bianche, un oceano forte come non mai, che in quelle spiaggie si è mangiato duecento persone, un cammino di qualche ora che porta ad un villaggio indigeno perso nella giungla, dove oggi non vivono più gli originari. Vedere la differenza di coscienza tra questi indigeni e i compagni boliviani m’ha fatto pensare come lo stesso continente americano presenti livelli totalmente diversi di avanzamento, nella lotta per la affermazione e rivendicazione del diritto sacro alla terra, alla cultura, alla lingua.
Passo Natale con Chiara, perfetto. Ancor più bello che, per quelle casualità che non smettono di rendere la vità bellissima, incontro Gaia, amica italiana compagna di lavoro con ACRA in Nicaragua, che stava passando le vacanze proprio li. Che gioia!! Grandi chiacchiere e spazio allo sport preferito a livello mesoamericano, il chisme, il pettegolezzo.
Salutiamo Gaia e iniziamo a ricorrere la costa atlantica arrivando a Cartagena, dove altri amici c’aspettano per aprirci le porte della loro casa. Cartagena in sè è una cittadella che da sul mare totalmente venduta al turismo; per fortuna i nostri amici l’hanno capito subito e affittano una casa ad un’ora dal mare, arrivando alle colline che circondano la costa. Giornate rilassanti, con Mao e .......; tra queste l’ultimo dell’anno, passato girando per la città, ballando e notando con sconcerto,una volta di più, la divisione castale. I ricchi affittano le piazze, le chiudono, pagano dei musici costosissimi, ed il resto fuori dalla piazza, nei marciapiedi, a ballare senza pensare troppo alla tristezza del sistema.
E poi le isole del Rosario..ma a queste dedichiamo altro capitolo...
Perchè quel visto tanto agognato? Per potermene andare tranquillo in Colombia per le vacanze di Natale e tornare senza dover ricominciare daccapo i tramiti per la residenza annuale in Bolivia.
Quindi si parte tranquilli.
Attraverso un comodo scalo a Lima con una connessione diciotto ore più tardi, arriviamo a Bogotà e superiamo non senza problemi la poco simpatica incaricata di migrazioni che a parte le ventisette domande di rito inizia a squadrarmi come ormai so succede quando arrivo a migrazione, narcotrafficante, terrorista, chi più ne ha più ne metta. Comunque, dopo dieci minuti di retorica dell’apparenza mettiamo piede a Bogotà. Enorme, estesa, trafficata, grigia. Ottima premessa. Raggiugiamo l’amica Cecilia, argentina compagna del Master, che con il suo fanciullo ci ospitano una notte e ci fanno conoscere i vari strati di Bogotà. Gli altri compagni che ci daranno ospitalità saranno una coppia di francesi che c’ha lasciato la loro casa senza averci mai visto, che conosceremo solo di sfuggita, incrociandoli mentre loro arrivavano a Bogotà e noi stavamo partendo.
Ma tornando agli strati, non parliamo di altezza sul livello del mare, ma di strati sociali, evidenti come sorprendentemente, passivamente accettati.
Quindi passiamo dalla zona dei ricconi colombiani e stranieri, alla classe media, al barrio bohemienne, senza entrare in zone off limits a livello di sicurezza. Ricorrendo Bogotà, e ce ne vuole, si nota pulizia, ordine, disciplina e rispetto. Insomma il paradiso del destroide, una perfetta cittá dell’apparenza, che nasconde perfettamente i drammi che racchiude. Poi certo, ci sono i bus cittadini che mettono un pò di colore e fantasia, ma in genere l’ordine è sorprendente. La disciplina è una strategia del governo, soldati ogni cinque metri che certamente non fanno venire voglia di fare nulla che sia camminare rapidamente ed allontanarsi da loro. In realtà, rispetto al pro medio conosciuto, sono pure disponibili, non direi gentili, ma educati.
La zona che più m’è piaciuta è stata la candelaria, banale da parte mia. La zona bohemienne di case diroccate e colorate, di piccoli bar che sanno d’osteria veneziana, di concertini e prezzi ragionevoli. Si perchè Bogotà e la Colombia in generale sono assai care, quasi a livelli europei; peccato gli stipendi siano lontani anni luce dal continente di Rousseau, di Lock e, Dio ci salvi, dell’emeritissimo presidente del consiglio dei buffoni e dei suoi amici del Pd, già caduti in disgrazia. Sarà che una giustizia divina esiste? Sarà la volta che il popolo si svegli o, come cari amici mi ricordano, non sarà il caso, essendo ormai il popolo docile, assopito, passivo a qualsiasi cosa, desideroso di far emergere quell’individualismo che in nessuna parte del mondo ha portato a nulla, mai.
Quell’individualismo lontano anni luce dai processi di cambio in corso in Latino America, volti all’associativismo, alla riscoperta e affermazione del comunitarismo.
Da Bogotà un bus modernissimo ci porta sulla costa atlantica, in una ventina d’ore. Sono sconcertato dalla modernità dei bus colombiani. Bagni divisi per uomini e donne, cibo in abbondanza servito, il controllo della velocità, così che il conducente non possa superare il limite previsto!!
Arriviamo a Santa Marta, gettiamo le poche cose in un ostello di gringos a una cuadra da un postribolo e a una dal porto, certo dal mare. Decidiamo cosí di ripartire rapidamente per Taganga, un villaggietto di pescatori a pochi minuti da Santa Marta dove, possibilmente, un’amica portoghese che abbiamo ospitato a La Paz, ci aspetta, per passare il natale insieme. Da buona artigiana che da tremila giri per il paese, non riusciamo ad incontrarci, ma passiamo tre bellissime giornate di camminate, sole, bagni. E una notte di pazzi balli, circondati da stranieri tra i quali la percentuale di consumatori di cocaina era praticamente totale. Questo della cocaina è proprio una tristezza europea, nordamericana e australiana. Una tristezza totale. Come se la meravigliosa musica del caribe non fosse sufficiente a svegliare lo spiritello ballerino, a lasciar andare i corpi e a divertirsi. Una tristezza che ha implicazioni economiche e sociali rilevanti.
Da Taganga ci dirigiamo al Parco Tairona, una meraviglia dell’umanità. Quattro giorni conoscendo spiaggie sempre più bianche, un oceano forte come non mai, che in quelle spiaggie si è mangiato duecento persone, un cammino di qualche ora che porta ad un villaggio indigeno perso nella giungla, dove oggi non vivono più gli originari. Vedere la differenza di coscienza tra questi indigeni e i compagni boliviani m’ha fatto pensare come lo stesso continente americano presenti livelli totalmente diversi di avanzamento, nella lotta per la affermazione e rivendicazione del diritto sacro alla terra, alla cultura, alla lingua.
Passo Natale con Chiara, perfetto. Ancor più bello che, per quelle casualità che non smettono di rendere la vità bellissima, incontro Gaia, amica italiana compagna di lavoro con ACRA in Nicaragua, che stava passando le vacanze proprio li. Che gioia!! Grandi chiacchiere e spazio allo sport preferito a livello mesoamericano, il chisme, il pettegolezzo.
Salutiamo Gaia e iniziamo a ricorrere la costa atlantica arrivando a Cartagena, dove altri amici c’aspettano per aprirci le porte della loro casa. Cartagena in sè è una cittadella che da sul mare totalmente venduta al turismo; per fortuna i nostri amici l’hanno capito subito e affittano una casa ad un’ora dal mare, arrivando alle colline che circondano la costa. Giornate rilassanti, con Mao e .......; tra queste l’ultimo dell’anno, passato girando per la città, ballando e notando con sconcerto,una volta di più, la divisione castale. I ricchi affittano le piazze, le chiudono, pagano dei musici costosissimi, ed il resto fuori dalla piazza, nei marciapiedi, a ballare senza pensare troppo alla tristezza del sistema.
E poi le isole del Rosario..ma a queste dedichiamo altro capitolo...
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