mercoledì 28 gennaio 2009

COLOMBIA II

Le isole del Rosario, e uno pensa subito alle serate di Maggio passate da bimbo nel garage della vicina Maria, a recitare litanie e salmi alla Madonna. Poi succede che contestualizzando, pur incontrandomi probabilmente nel paese piú cattolico del mondo, (nel bene, nel male e nella facciata) apro gli occhi e sono in una barchetta di legno a motore che da Cartagena vola verso queste isole. La barchetta non naviga, vola, perchè con regolarità decolla a piú d’un metro in altezza per poi atterrare pesantemente sul mare sempre agitato, forte, padrone del suo spazio.
Prima di arrivare alle isole del Rosario, passiamo per Barù facendoci fregare abbondantemente da uno dei pochi colombiani approfittatori che abbiamo incontrato. Si arriva alla isola ed il tipo, belloccio come molti neri, pieno di collanacce e telefonini ci assicura farci il favore di portarci alla spiaggia degli innamorati, precisando che la chiamano anche spiaggia dei morti (!?!). Più tardi si scopre che la chiamano degli innamorati perchè è tranquilla e bellissima, e dei morti perchè nel sottosuolo c’è un cimitero degli indigeni del luogo, con tutte le energie pesanti che questo comporta.
Alla spiaggietta s’arriva tipo Isola dei Famosi, scendendo dall’ennesimo barchino di legno e nuotando zaino sopra la testa fino alla spiaggia. All’arrivo invece di mille telecamere, milioni di insetti di tutti i tipi. Chissà se gli insetti ci riprendono e ridono della stramberia dell’uomo. L’accordo è che il simpaticone venga a riprenderci la mattina successiva alle sei, cosa che non succederà, mai.
Ad accoglierci nella spiaggia degli innamorati morti, c’è una di quelle famiglie ricche ed alternative colombiane che per le loro vacanze affittano sicurezza, cuoca e logista e se li portano nella spiaggia perchè loro possano passare un mese senza muovere un dito per necessità. Si genera lavoro e si mantiene disparità, dibattiti sempre aperti sulla povertà sostenibile che piace all’opinione pubblica.
Il contesto, tipicamente caraibico, con alcune aggiunte niente male: la canoa di isolani che passa a velocità d’uomo dicendo benvenuti in paradiso, uno dei lavoratori dei ricconi che c’accompagna a comprare viveri a basso costo in una passeggiata che attraversa un bosco di mangrovie che ci fa sbucare al villaggio della gente di li, semplice e gioviale. Avete presente le mangrovie? A me m’hanno sorpreso un sacco, degne rappresentanti della forza della natura, boschi che nascono dall’acqua. Allucinante.
Non è stato facile dimenticare gli insetti della spiaggia degli innamorati morti; al mattino, al risveglio, all’uscire dalla tenda vengo assalito da una nuvola di zanzarine che entrano tra i miei capelli e da li beccano in quantità, risultato.. un centinaio di beccate solamente nel braccio destro, a moltiplicarsi per tutta la superficie del corpo. Ma a parte grattarsi non provocano danni particolari. Il lavoratore dei ricconi, ormai amico, viene in soccorso e accende un fuoco, e io da piccolo eurocentrista con la testa chiusa a chiave penso..ma guarda questo che invece d’aiutarmi si mette ad accendere il fuocherello. Stupido, il fumo del fuoco allontana gli insetti, un’altra piccola lezione imparata e messa da parte.
Liberato dall’invasione delle zanzare punzerecchie, mi metto comodo a vedere sorgere il sole, aspettando la barca che non arriverà mai. Mala onda come si dice qui, ma allo stesso tempo troviamo rapido appoggio nell’ormai fraterno amico che con la barchina dei ricchi c’accompagna al molo da dove partiamo con un altra canoa volante verso le isole del Rosario. Saluti all’amico e ringraziamenti in birre che da queste parti, con il caldo che fa, sono sempre molto apprezzati.
Il corporativismo latino fa si che il guidatore della canoa volante ci porti dalla sorella che per un modicissimo – mah – prezzo ci permette mettere la tenda in uno spazio. Dopo una lunga e divertente contrattazione raggiungiamo un compromesso di prezzo ragionevole. Bene, siamo nell’isola dove gli hotel costano 200 US$ a notte a testa e noi accampiamo per 10 US$ in totale. Positivo. Si perchè le isole del Rosario sono il rifugio di politici, narcotrafficanti, impresari, colombiani e non, che, per una ragione non meglio specificata, decidono spendere un patrimonio per stare in un’isola bella si, ma nemmeno così straordinariamente unica. Immagino che tutto rientri nell’appartenenza castale colombiana.
Se il detto “gli hanno fatti e accoppiati” è vero, allora non ci sorprende che io e Chiara risultiamo leggermente fuori contesto tra bikini che valgono un salario mensile del lavoratore medio. Fino a quando i locali ci avvicinano, certo per fini anche commerciali, ma soprattutto per chiaccierare con delle persone “normali”, che nella loro cosmovisione saremmo io e Chiara. Quindi passiamo queste giornate girando l’isola con giovani e meno giovani locali, ascoltando. E quello che emerge rispecchia perfettamente il neocolonialismo economico; i locali, che vivono li da centinaia d’anni sono stati poco a poco ghettizzati in un pezzetto d’isola per permettere al ricco di turno di comprare terra e costruirci lussuosi hotel. Vi ricorda vagamente Santo Domingo, Cuba, Zanzibar, Capo Verde et similaris? Si, stessa cosa. Cosa ancor più scioccante, ai locali NON è permesso entrare in questi hotel, nemmeno girarci intorno, perchè importunerebbero i ricchi visitanti. Un orrore. Una vergogna. Per fortuna l’approccio di queste persone verso l’altro è inclusivo, e non esclusivo come sembra piacerci un sacco. Perciò con un signore orgoglioso come pochi della sua isola, camminiamo fino ad arrivare alla “riserva” dove vivono, e tra karaokes, immancabili birre, e conoscenze, si nota come ci tengano alla loro identità, afrodiscendente caraibica. E bene così.
Riusciamo pure a fare snorkling intorno ad un’isoletta, godendoci dei coralli spaziali e dei pesci tanto grandi come sconosciuti. Il mare e la sua gente, umana ed animale, colori e dimensioni diverse. L’isoletta in questione indovinate di chi era? Di Pablo Escobar, forse il più famoso narcotrafficante della storia, amato dai colombiani perchè parte delle sue ricchezze le destinava ad opere per il popolo, tenendoselo buono ovviamente, assicurando però allo stesso tempo quell’appoggio che lo stato non ha mai dato. E le similitudini con il sud italia sono abbastanza ovvie.
Della ventina d’isole che compongono l’arcipelago, Escobar era arrivato a comprarsene sette, tra gli altri famosi proprietari c’è il matto di Asprilla, Shakira e un tal siciliano attore di telenovele colombiane, Salvo non ricordo più che. Mah. Negli ultimi anni però molte isole sono state abbandonate dai proprietari perchè il governo ha imposto una tassa che la maggioranza non ha voluto pagare, sulla proprietá e la preservazione dell’ambiente (ricorda tanto la legge di Soru in Sardegna no?e ovviamente lo hanno cacciato). E così succede di poter entrare in una delle isolette espropriate a Escobar, venti metri per venti, e immaginarsi i festini pazzeschi alla cocaina che devono aver caratterizzato quei metri quadrati fino ad una decina d’anni fa.
Lasciate l’isole del Rosario passiamo altre due belle giornate in compagnia di Mao e ....., la ragazza puntini del racconto precedente, la querida Linda, sorella rastafari, e una coppia e tre quarti di cooperanti italiani, conoscenza nuova quanto piacevole, con lei già quasi quasi mamma. Campeggio, mare, spiaggia, fuoco, racconti e canzoni.
Grazie Colombia, grazie alla sua gente e agli infiltrati che tanto c’hanno aiutato.

giovedì 15 gennaio 2009

Colombia I

C’eravamo lasciati ad una soffertissima quanto meritatissima visa, raggiunta dopo vari mal di stomaco e mancie obbligatorie.
Perchè quel visto tanto agognato? Per potermene andare tranquillo in Colombia per le vacanze di Natale e tornare senza dover ricominciare daccapo i tramiti per la residenza annuale in Bolivia.
Quindi si parte tranquilli.
Attraverso un comodo scalo a Lima con una connessione diciotto ore più tardi, arriviamo a Bogotà e superiamo non senza problemi la poco simpatica incaricata di migrazioni che a parte le ventisette domande di rito inizia a squadrarmi come ormai so succede quando arrivo a migrazione, narcotrafficante, terrorista, chi più ne ha più ne metta. Comunque, dopo dieci minuti di retorica dell’apparenza mettiamo piede a Bogotà. Enorme, estesa, trafficata, grigia. Ottima premessa. Raggiugiamo l’amica Cecilia, argentina compagna del Master, che con il suo fanciullo ci ospitano una notte e ci fanno conoscere i vari strati di Bogotà. Gli altri compagni che ci daranno ospitalità saranno una coppia di francesi che c’ha lasciato la loro casa senza averci mai visto, che conosceremo solo di sfuggita, incrociandoli mentre loro arrivavano a Bogotà e noi stavamo partendo.
Ma tornando agli strati, non parliamo di altezza sul livello del mare, ma di strati sociali, evidenti come sorprendentemente, passivamente accettati.
Quindi passiamo dalla zona dei ricconi colombiani e stranieri, alla classe media, al barrio bohemienne, senza entrare in zone off limits a livello di sicurezza. Ricorrendo Bogotà, e ce ne vuole, si nota pulizia, ordine, disciplina e rispetto. Insomma il paradiso del destroide, una perfetta cittá dell’apparenza, che nasconde perfettamente i drammi che racchiude. Poi certo, ci sono i bus cittadini che mettono un pò di colore e fantasia, ma in genere l’ordine è sorprendente. La disciplina è una strategia del governo, soldati ogni cinque metri che certamente non fanno venire voglia di fare nulla che sia camminare rapidamente ed allontanarsi da loro. In realtà, rispetto al pro medio conosciuto, sono pure disponibili, non direi gentili, ma educati.
La zona che più m’è piaciuta è stata la candelaria, banale da parte mia. La zona bohemienne di case diroccate e colorate, di piccoli bar che sanno d’osteria veneziana, di concertini e prezzi ragionevoli. Si perchè Bogotà e la Colombia in generale sono assai care, quasi a livelli europei; peccato gli stipendi siano lontani anni luce dal continente di Rousseau, di Lock e, Dio ci salvi, dell’emeritissimo presidente del consiglio dei buffoni e dei suoi amici del Pd, già caduti in disgrazia. Sarà che una giustizia divina esiste? Sarà la volta che il popolo si svegli o, come cari amici mi ricordano, non sarà il caso, essendo ormai il popolo docile, assopito, passivo a qualsiasi cosa, desideroso di far emergere quell’individualismo che in nessuna parte del mondo ha portato a nulla, mai.
Quell’individualismo lontano anni luce dai processi di cambio in corso in Latino America, volti all’associativismo, alla riscoperta e affermazione del comunitarismo.
Da Bogotà un bus modernissimo ci porta sulla costa atlantica, in una ventina d’ore. Sono sconcertato dalla modernità dei bus colombiani. Bagni divisi per uomini e donne, cibo in abbondanza servito, il controllo della velocità, così che il conducente non possa superare il limite previsto!!
Arriviamo a Santa Marta, gettiamo le poche cose in un ostello di gringos a una cuadra da un postribolo e a una dal porto, certo dal mare. Decidiamo cosí di ripartire rapidamente per Taganga, un villaggietto di pescatori a pochi minuti da Santa Marta dove, possibilmente, un’amica portoghese che abbiamo ospitato a La Paz, ci aspetta, per passare il natale insieme. Da buona artigiana che da tremila giri per il paese, non riusciamo ad incontrarci, ma passiamo tre bellissime giornate di camminate, sole, bagni. E una notte di pazzi balli, circondati da stranieri tra i quali la percentuale di consumatori di cocaina era praticamente totale. Questo della cocaina è proprio una tristezza europea, nordamericana e australiana. Una tristezza totale. Come se la meravigliosa musica del caribe non fosse sufficiente a svegliare lo spiritello ballerino, a lasciar andare i corpi e a divertirsi. Una tristezza che ha implicazioni economiche e sociali rilevanti.
Da Taganga ci dirigiamo al Parco Tairona, una meraviglia dell’umanità. Quattro giorni conoscendo spiaggie sempre più bianche, un oceano forte come non mai, che in quelle spiaggie si è mangiato duecento persone, un cammino di qualche ora che porta ad un villaggio indigeno perso nella giungla, dove oggi non vivono più gli originari. Vedere la differenza di coscienza tra questi indigeni e i compagni boliviani m’ha fatto pensare come lo stesso continente americano presenti livelli totalmente diversi di avanzamento, nella lotta per la affermazione e rivendicazione del diritto sacro alla terra, alla cultura, alla lingua.
Passo Natale con Chiara, perfetto. Ancor più bello che, per quelle casualità che non smettono di rendere la vità bellissima, incontro Gaia, amica italiana compagna di lavoro con ACRA in Nicaragua, che stava passando le vacanze proprio li. Che gioia!! Grandi chiacchiere e spazio allo sport preferito a livello mesoamericano, il chisme, il pettegolezzo.
Salutiamo Gaia e iniziamo a ricorrere la costa atlantica arrivando a Cartagena, dove altri amici c’aspettano per aprirci le porte della loro casa. Cartagena in sè è una cittadella che da sul mare totalmente venduta al turismo; per fortuna i nostri amici l’hanno capito subito e affittano una casa ad un’ora dal mare, arrivando alle colline che circondano la costa. Giornate rilassanti, con Mao e .......; tra queste l’ultimo dell’anno, passato girando per la città, ballando e notando con sconcerto,una volta di più, la divisione castale. I ricchi affittano le piazze, le chiudono, pagano dei musici costosissimi, ed il resto fuori dalla piazza, nei marciapiedi, a ballare senza pensare troppo alla tristezza del sistema.
E poi le isole del Rosario..ma a queste dedichiamo altro capitolo...

lunedì 15 dicembre 2008

De burocratie tomo II

Ed è così che presto al mattino, tra una fitta pioggia, pozzanghere e umidità mi accingo ad accompagnare l’ufficiale del registro domiciliario, mio ultimo ostacolo verso la residenza, a controllare che davvero (!?!) viva nell’ufficio di HOYAM, la nostra controparte, a Trinidad.
Questo dopo aver passato la notte precedente a cercare d’inventarmi una camera da letto in ufficio, perchè si l’ufficio di HOYAM sarà il mio domicilio, quindi casa, quindi cucina, bagno, camera e chi più ne ha più ne metta; più che altro chi più fantasia ha mi aiuti a far sembrar sto ufficio una casa. E quindi metti quel mobile li, fai sembrare quel letto utilizzabile, metti le 3 magliette che hai stese perchè occupino più spazio nell’armadio etc etc. E bene, bagnati come pulcini arriviamo con l’ufficiale alla casa, ufficio. La sua unica domanda è questo è il tuo ufficio? Si. E ci vivi pure? Eccerto se mi permette passi passi a vedere la mia stanza da letto (la cucina neanche provo a mostrargliela perchè è vuoto tristezza). E lui non passa, appunta la sua sentenza e ciao. Passi nel pomeriggio. Le ore più lunghe della mia vita. Anche se non sembra la firma di quel minuto signore mi può risparmiare altri non so nemmeno quanti mesi di follia e soldi soldi. Non so nemmeno più quanti ne ho spesi, forse ottocento euro in totale.
E pranziamo con lo stomaco chiuso.
E beviamo una buonissima ciccia, bevanda a base di mais masticato e sputato.
E passiamo nel pomeriggio, paghiamo i rituales pesos non si capisce mai bene perchè, ed infine con gesto flemmatico ascoltiamo la risposta: tenga il suo certificato di domicilio. Quasi lacrime.
E inizia l’ultimo passo. Corri al piano di sopra, a migrazione, semi allagato perchè nella sede della polizia manca un pezzo di soffitto (!?!) attento che le pozzanghere non bagnino i sacri documenti in triplice copia per carità. E così tra pc accesi che fanno a coppia con il pavimento allagato, sborsando gli ennesimi soldi, beh signori e signore, ho un visto. Ce l’ho!! Dopo tre mesi di lotte quotidiane, di corruzione mio malgrado. Dopo tutto. Ce l-ho!! Esulto come Pessotto sapeva fare, in un mare di ragionevoli lacrime di tensione che sfuma veloce. Si, Sarò legale in Bolivia fino a Dicembre 2009.
E una persona ha il diritto di domandarsi perchè la sua vita dev’essere segnata dalla burocrazia, da migrazione, da carte che qualcun altro ha deciso lui debba avere, possedere per poter stare in qualche luogo.

La legalità...perchè se non c’avessi delle carte non sarei legale? Perchè gli esseri umani per autogovernarsi riescono a scrivere delle pagine tanto buie.

Comunque, grazie a questo visto posso andare in vacanza tranquillo, senza pensare a che diavolo succederà una volta di ritorno.

Si amici qualche giorno e me ne vado in Colombia...

A presto nuove nuove, buone nuove

mercoledì 10 dicembre 2008

De burocratiae tomo I

Amici, amiche
Dopo un pò di tempo, due o tre mesi credo, trovo dei minuti per scrivervi qualche riga.
Non mettevo mano al computer da mesi (ajajaajaj bugia), pero si verità che non m’ha dato mai il tempo per raccogliere le idee.
L’ultimo scritto credo risalga ai fatti di settembre in Bolivia, terribili atti di terrorismo cívico nei quali 15 contadini persero la vita, ne scomparsero un centinaio e si entró in una vorágine di guerra occidente-oriente che accordi politici hanno saputo calmare, certo non cicatrizzare.
Da allora che è successo, beh come sapete ho iniziato un nuovo lavoro, come rappresentante nel paese di una ong catalana, CEAM, centro studi amazzonici. Il lavoro in sé é molto interessante e stimolante, peccato non riesca a trovare il tempo per concentrarmi a sufficienza? Perché dite voi? Il caldo di Santa Cruz ti da alla testa? Macché, o almeno non è cosí drammatico. Il problema è che in questi due quasi tre mesi sto continuando instancabilmente a cercare ed ottenere certificati che serviranno poi per cercarne ed ottenerne altri che alla fine ti permetteranno di rivolgerti a migrazione per la grande sentenza: la VISA, il visto!
Insomma, sto provando sulla mia pelle le mille traversie del migrante, senza le facilitazioni che spesso lavorare con una ong comporta. Questo a parte farmi salire il nervosismo e alleggerirmi il portafoglio di forma piu o meno legale (…) mi fa pensare alle seicentomila traversie che qualsiasi immigrante che per casualità del destino non sia nato-a nella vecchia europa deve vivere se solo gli passa per la testa l’idea di conoscere un’altra parte del mondo. Si perchè come sapete nemmeno da turisti si può arrivare in Europa, bisogna chiedere il visto pure per quello.
E va beh,
Allora nell’ordine uno inizia le varie file e trafile:
Andare a immigrazione a Santa Cruz per chiedere che cosa serve per ottenere il visto d’un anno. La risposta è fai la fila e domanda, un chilometro di fila e due ore più tardi la risposta è, lei non è nella giusta fila passi all’altra.. e alla risposta ma io volevo solo un’informazione su com.. NO passi all’altra. Un’ora dopo la signorina del caso (tutte alte bionde magre e succinte – típica valorazione dell’apparenza cruceña) con sorrisi esageratamente formali mi dice d’andare da una tipa che mi spiegherà. Benissimo, altra fila aspetto, parlo capisco, servono ottantamila documenti e fotocopie, me l’aspettavo, però crollo impotente quando scopro che il visto di 3 mesi che m’avevano fatto a Barcellona, in realtà vale un mese. E qui inizia il fastidio, dico sarà che il proconsole della pippa boliviano a barcellona non sappia nemmeno quanto caspita viga (viga?!?) un visto.. va beh. Il fatto è che io ho passato le prime 3 settimane arrivato viaggiando per visitare i progetti e empaparme come dicono qui, inpatatarmi tradotto. Insomma capire che fanno, come, conoscere i soci local etc. Conscio che avrei avuto 2 mesi abbondanti.
Niente, irremovibili è un errore di Barcellona ed è molto strano che l’abbiano fatto guardandoti con sospetto (ussignuuurr n’altra volta la migra no dai calmo passerà. E passa) Come risolviamo? Beh deve ottenere un altro visto di un mese cosi in 5 settimane SICURAMENTE otterrà tutti i certificati che le servono, più o meno una dozzina, più o meno facili. Con quei certificati poi farò domanda per il visto e in due settimane avrò risposta (mmm quindi ho tre settimane, non cinque).
Perfetto, pieno d’entusiasmo (¡?!) parto alla carica, e vai con la fotocopia di qualsiasi cosa vi venga in mente, e vai con il certificado che non ho l’aids (EVVVAAAIII jajaja), e vai con il certificato che sono in salute (pur vegetariano mi mantengo bene insomma jaja) e vai con il certificato di domicilio, con quello di antecedenti penali della polizia, e vai con la legalizzazione del certificato di matrimonio vistato dal console (un cavaliere della república fascista tristissimo, zozzissimo che si voleva intrattenere a parlare di natiche delle cruceñe.. ma vaff…ah no, sono io che non capisco le battute) e da un ufficio boliviano. E già son passate tre settimane. Sicuro mi sto dimenticando un tot di certificati.
Ma veniamo al problema,
INTERPOL, che non è un problema in sè ma lo diventa quando per legge il certificato deve andaré a la paz perchè lo certifichino, e li se ne vanno tre settimane. E lo ottengo.
MINISTERO DI LAVORO ussignurrr presente il ragioner filini? Uuuuuuu dei tipi diciamo di un’apertura mentale uguale a meno dieci. Insomma niente, il contratto non me lo vogliono accettare e non me l’accetteranno mai per una piccolezza inutile, buona per filini e nessun’altro.
In tutto ciò ho già dovuto chiedere l’ennesimo mese in più di visto pagando altri 100 dollari.
E gia avro speso 500 €.
Ma ecco la genialata. Addio Santa Cruz, andiamo al Beni, paradiso dei vaccari e degli schiavisti dove vivono 4 gatti e la burocrazia sembra molto più leggera.
E andiamo allora.
Ed effettivamente vado al ministero del lavoro e senza battere ciglio mi firmano il contratto (ma dimmi tu). E vado di giubilo, INGENUO.
Vado a interpol perchè mi convalidino il certificato e oddiooo risulta che il mascalzonissimo capo di interpol a santa cruz a parte farmi aspettare tre settimane non aveva inviato il documento a la paz per farlo firmare.. sicuro si era dimenticato e quando io sono arrivato è caduto dalle nuvole e ha falsificato la firma del super capo di interpol (ommarrronnnaa). E io racconto inocente la storia e le mie supposizioni su questo tipo.. Errore quasi fatale. Risposta interpol trinidad: più che mettere in discussione la caratura di un collega mettiamo in discussione il fatto che lei lo abbia corrotto per ottenere il beneplácito di interpol (eeeeelhhhhhh ¡?!??!??! Ma porca…). E la cosa arriva direttamente ai gironi infernali quando in tono quasi supplichevole faccio sapere che mi serve sto certificato per ottenere il visto ed il 19 io esco dal paese per andaré in vacanza in COLOMBIA. Bum, finito. Baratro. Risulta che il Beni è conosciuto piu per il narcotraffico che per la vita sociale o culturale. Il tipo fa 1+1 e nada NARCOTRAFFICANTE glielo leggo negli occhi che lo sta pensando. Faccio la faccia da inocente? Mi sa che non mi riesce molto bene.
Niente annullano il certificato di santa cruz e mi dicono che posso iniziarne un altro per loro gentilezza (eeehhhh???) che piu o meno in 3 mesi lo otterrò (crocifissione immediata).
Metto in moto tutti i contatti del mondo, parlo col capo regionale della polizia come a un fratello (..maronna..) e bon, dopo ogni morte c’è la resurrezione. Arriva all’ufficio il tipo di interpol con il certificato emesso dicendo che ok me lo danno, il giorno dopo (¡?! Mah, poteri loschi immagino).
E con quel certificato vado alla polizia per ottenere il nuovo domicilio, altri novantamila certificati che incredibilmente ottengo in un giorno per gentilezza del padrone di casa. E la risposta è, domani passeremo a visitare la sua casa per controllare che ci viva veramente..

… mmmmmmm..

..To be continued..

venerdì 12 settembre 2008

la lotta, la vita

Amici, odio questo mezzo, amo la carta, il suo odore, l’inchiostro.

Ma per parlare, condividere, dividere, discutere con voi è necessaria l’elettronica.

Sto a La Paz, sto in Bolivia, da un anno. Un anno in cui sono successe tante cose, tra cui il mio matrimonio, condiviso con gli amici di sempre, con gli amici dell’India, di Londra, di Nicaragua, della Bolivia, nel pensiero , per lo meno.

Siamo nel 2008, in Bolivia, a quarant’anni dall’assassinio di Ernesto Guevara, a quasi tre anni dall’elezione del primo presidente indigeno di questo continente.

Credo, fortemente, che, nonostante gli incredibili risultati elettorali in cui il 67% dei votanti hanno confermato il loro appoggio al presidente eletto, record in un paese dove giammai un presidente aveva raggiunto il 50% dei consensi, beh questo non basta per distruggere le forze oligarchiche, le stesse che nell’oriente del paese, nell’indifferenza del mondo, continuano a schiavizzare contadini, a non permetterli di votare. Perché le forze economiche, da decenni ormai, controllano l’economia politica e la politica economica. Perché i mezzi di comunicazione, come sappiamo, felicemente si sottomettono a queste dinamiche.

Fratelli, qui siamo sull’orlo di una guerra civile, 8 morti solo ieri.

Amici, io credo che per me, per lo meno, sia venuto il momento di appoggiare un movimento, un’idea. Non posso dire che il MAS sia la cosa migliore che potesse succedere a questo paese. Ma posso assicurarvi che all’interno del governo e dei ministeri ci sono delle dinamiche interessanti, assai. Penso, sostengo, che ormai da qualche anno Latino America rappresenti, nuovamente, un’avanguardia sociale, di lotta. A dispetto della soporifera Europa, addormentata nel suo agio o troppo intenta, comprensibilmente, ad arrivare a fine mese; lontana ormai da qualsiasi idea. Dove stanno le idee in Europa? Dov’è la politica nel suo significato storico-ideologico?? Dov’è???

Fratelli, non so cosa succederà nei prossimi giorni. L’ambasciata oggi ci ha pre-allarmato, pronti all’evacuazione. Ma perché avere questo diritto? Quando tutti i tuoi amici boliviani rimangono? Quando è tempo di lottare? E se mi conoscete bene, sapete che lottare non significa ammazzare. Lottare significa rivendicare fratelli.

Tutto ciò che negli ultimi decenni in Europa si è dato per scontato grazie alle lotte dei nostri genitori, zii, nonni,. Tutto ciò che in Europa si sta già perdendo, beh qui si sta conquistando.

Se l’ambasciata ci espatria, davvero, non credo d’andarmene. Credo che ognuno trovi il suo posto, io credo di essere stato concepito per appoggiare le lotte Se nel mio paese la gente dorme, lotterò qui.

Vi voglio bene, vi penso sempre, spero siate felici. Io lo sono, grazie al mio amore per Chiara, per la gente e per i diritti, le lotte.

mercoledì 10 settembre 2008

Democrazia e fascismo

di EZIO MAURO


NON c'è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.

Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l'unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.

Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l'identità della destra dopo 14 anni, l'esaltazione dell'eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all'errore dell'innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l'aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell'arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d'ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient'affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.

E' facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.

Nell'immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L'orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell'assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c'è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel '25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l'elitismo da un lato e il razzismo dall'altro, e dunque si può separare - come appunto fa Alemanno - l'esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l'"anticiviltà".

Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel '38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l'orrore supremo dell'Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall'assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell'anniversario, ottant'anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l'ordine di ammazzare un deputato d'opposizione.

Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un'autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia - a partire dalla Resistenza - come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo - una specie di autismo politico - che concepisce la sua grandezza nell'edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com'è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora - naturalmente a senso unico - anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.

Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c'è, ma nella prassi di governo della destra. E' come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa.

Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos'è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.

Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. E' ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune - con i suoi pregiudizi - si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.

Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c'era un sentimento civile condiviso: un'"idea comune della democrazia". E' ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c'è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà.

Da un lato c'è un'idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall'altro lato c'è l'idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l'eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.

Ce n'è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell'irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l'istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l'orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall'altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all'intero Paese? Non solo: quell'idea comune della democrazia - che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell'identità civile del Paese - non si può declinare e costruire già dall'opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?

venerdì 29 agosto 2008

Infamia de un gobierno infame

Luis Galeano

El Nuevo Diario // Nicaragua.
Jueves, 28 de agosto 2008.

La condena en contra del poeta y sacerdote Ernesto Cardenal, provocó la reacción de varios de los intelectuales más reconocidos a nivel mundial, entre ellos el escritor uruguayo Eduardo Galeano, autor de "Las venas abiertas de América Latina", quien calificó de "infame" la acción en contra del ex ministro de Cultura de la verdadera administración sandinista.

Los correos electrónicos en solidaridad con el padre de la orden trapense y promotor de la Teología de la Liberación, llegaron de plumas autorizadas en Suramérica, El Caribe, Estados Unidos y el Viejo Continente.

"Juicio infame de infame Gobierno", escribió Galeano
Eduardo Galeano, reconocido escritor, crítico de las políticas neoliberales y gran amigo del gobierno sandinista de los años 80, mostró su repudio a las acciones judiciales en contra del sacerdote de la orden trapense.

"Toda mi solidaridad para Ernesto Cardenal, gran poeta, espléndida persona, hermano mío del alma, contra esta infame condena de un juez infame al servicio de un infame gobierno", afirmó Galeano.

"Estas infamias te elogian, Ernesto. Te abraza, desde lejos, desde cerca", agregó el escritor uruguayo que escribió en su obra "Patas arriba", que "los violadores que más ferozmente violan la naturaleza y los derechos humanos, jamás van presos…ellos tienen las llaves de la cárcel".

El juez Primero de Distrito de lo Penal, David Rojas, condenó por el delito de injurias a Cardenal y le ordenó pagar una multa de 20 mil córdobas, como producto de una querella interpuesta por el ciudadano de origen alemán Inmanuel Zerger.

El poeta aseguró que se trata de una "venganza política" del presidente Ortega, por la manera en que fue recibido y homenajeado en Paraguay, a donde asistió para la toma de posesión del mandatario Fernando Lugo, mientras el titular del Ejecutivo nicaragüense era repudiado por feministas que lo acusaron de violador de su hijastra Zoilamérica Narváez.

Cardenal se declaró públicamente en desacato de la sentencia de Rojas, a quien tildó de "danielista". Incluso dijo estar dispuesto a ir a la cárcel antes que cumplir con el fallo que consideró "injusto e ilegal", porque ya el sistema judicial lo había absuelto en diciembre del año 2005.

"No se atrevan a tocarlo", advierte Skarmeta.

En la lista de correos solidarios con el poeta Cardenal apareció el escritor chileno Antonio Skarmeta, quien advirtió que lo más indicado es que no se aventuren a agredirle de ninguna manera.

"Dile a Ortega que aquí en Chile le decimos que no se atreva a tocar a Cardenal ni con el pétalo de una dama. Te abrazo", escribió el intelectual chileno.

Pilar del Río, esposa del escritor José Saramago, calificó de "fuerte y valiente" la decisión de Cardenal de hacer pública la denuncia de la condena en su contra e hizo un llamado a tomar acciones para apoyarle.

"Supongo que habrá que hacer cosas: Cardenal tiene todo el respeto del mundo. Por su poesía, por su vida", señaló del Río, mientras que Roberto Vargas, un activista de Derechos Humanos de Hispanos en Estados Unidos, escribió desde California: "Estimado Padre y Poeta Cardenal, NO ESTÁS SOLO/YOU ARE NOT ALONE!!!!".

Carmen Bohórquez, directora General de Relaciones Internacionales del Ministerio del Poder Popular para la Cultura, Coordinadora de la Red de Intelectuales y Artistas en defensa de la Humanidad, de Venezuela, saludó a Cardenal y se comprometió a informar inmediatamente a sus colegas de Bolivia sobre la situación que atraviesa en Nicaragua.


"No te perdonan por decir la verdad"

La puertorriqueña Luce López-Baralt, traductora de literatura, se sumó a las voces de apoyo al bardo nicaragüense y lamentó que a estas alturas tenga que estar enfrentando tales acciones en su contra.

"Sé bien de tu entereza (yo conozco tu alma como pocas personas) y de tu valor
incondicional. Pero me apena, de veras, que a estas alturas de tu vida, ejemplar en todos los sentidos, tengas que pasar por estos sinsabores totalmente innecesarios. La Revolución perdida, qué bien lo apuntaste. Sé que les es difícil perdonarte tu sinceridad y tu denuncia ante el mundo", señaló López Baralt.

"Es indigno lo que está ocurriendo", manifestó el traductor Bernard Desfretiéres, mientras que la escritota brasileña Ione Carvalho, escribió: "Puedo imaginar la tensión que esto puede significar para usted, pero estoy segura que no te colocarán en la cárcel, porque esto provocará un movimiento de repudio a Daniel (Ortega) de escala nacional e internacional".

"No creo que se atrevan a meter en prisión a un hombre de 82 años, que fue el ministro de Cultura, pero uno nunca sabe, así que manténganme informado de todo lo que ocurra con el poeta Cardenal", indicó Tamsin Mitchell, miembro de PEN INTERNACIONAL, una organización que promueve el fortalecimiento de las sociedades y las comunidades de diferentes culturas y los idiomas mediante la lectura y la escritura.

"Querido poeta Cardenal: Quiero manifestar de antemano mi apoyo a cualquier pronunciamiento que hagan los escritores nicaragüenses para denunciar la barbarie cometida contra usted. Lo que están haciendo Daniel Ortega y Rosario Murillo es un ejemplo más de la cobardía de este gobierno, que odia a los artistas y a los medios de comunicación que tienen opiniones independientes y criterio propio. Un abrazo y la lucha continúa", fue el escrito de Daniel Ulloa, poeta joven nicaragüense residente en Alemania.

Los escritores nicaragüenses Sergio Ramírez, Gioconda Belli, Claribel Alegría, Daysi Zamora y Vida Luz Meneses, coincidieron en que se trata de una "venganza política" en contra del sacerdote, y aseguraron denunciarán internacionalmente esta acción de Ortega, a quien acusaron de manipular el Poder Judicial para castigar a sus adversarios y premiar a sus fieles.

mercoledì 27 agosto 2008

Trinidad, Tocaña e Santa Cruz

Sono passati già tre mesi da quelle bellissime giornate rossanesi, per me indimenticabili. E in tre mesi sono successe un sacco di cose, una mole di lavoro notevole mi ha tenuto spesso tra le Tre Croci, così si chiama la cordigliera che accarezza i villaggi dove lavoro, vista sull’imperioso Illimani.

Ho avuto l’opportunità di stare qualche giorno in Beni, dipartimento orientale del paese, amazzonico. Un altro pianeta, almeno trenta gradi costanti, una quantità di flora e fauna mai vista, coccodrilli nei rigagnoli ai bordi delle strade di terra. Un’altra Bolivia, sempre Bolivia. Un altro tempo, lontano dall’Andino indaffarato a coltivare la terra. Rilassato perchè in oriente la terra dà, e il lavoro per sopravvivere è di conseguenza esponenzialmente minore; motorizzato, essendo il passatempo principale girare intorno alla piazza della capitale, Trinidad, a bordo di giganteschi suv o di moto più o meno enormi . Il clima e l’attitudine..nuovamente Nicaragua, amache, musica dalle case, balli fino al mattino allietati da qualche bevanda gelata. Nicaragua.

E a Ferragosto, non potendo partecipare alla sandonatese amatissima grigliata da Gio, sono stato a Tocaña, vicino Coroico, tre ore al nord di La Paz , subtropico, a festeggiare la festa degli afroboliviani. L’ennesima, altra, Bolivia. Due giorni di Saya, la musica degli afrodiscendenti boliviani, ovviamente a base di percussioni. Balli e scene divertenti; come sempre quando in questo paese c’è una festa non si fanno mancare l’alcool che scorre a fiumi, fino a perdere la coscienza. Prima che questo avvenga, però, le situazioni divertenti non mancano: come per esempio un artigiano cileno che balla avvinghiato ad una cholita nera. Come raccontavo altre volte le cholite sono le donne boliviane che vestono tradizionale, con capelli raccolti in treccie, gonna a strati a mongolfiera, tanto grasso e una bombetta. Immaginatevi questo artigiano giovane sporco con dreads, insomma l’artigiano viveur medio, che abbraccia e mostra la lingua a questa cholita nera venti centimetri più alta e cinquanta chili più grassa di lui. Certamente trash, certamente divertente. Altra scena non da poco, il piacere di vedere i neri ballare. Fantastiche le loro movenze come sempre, con il particolare però, che, come da costume boliviano, non cè contatto fisico tra i ballerini. Quindi ad un atmosfera caliente per le note movenze si associava questa distanza fisica. Sopita dagli ormoni.

E di notti in bianco ne ho passate, non solo per gli ormoni, ma anche per una decisione da prendere. Dopo riflessioni, pare e contropare, ho deciso: da ottobre me ne vado a Santa Cruz, capitale dell’oriente capitalista e schiavista. Sono stato selezionato come coordinatore paese di una piccola ong catalana, CEAM, che significa centro studi amazzonici. Come capirete dalla sigla, è una organizzazione che si focalizza sulla salvaguardia dell’amazzonia, delle sue genti, e non solo. E’ un’opportunità grande, per continuare ad imparare questo lavoro, per continuare a confrontarmi con le nazioni etniche che caratterizzano questo paese, per vivere il razzismo cittadino che si respira in quel lato di Bolivia, per capire come appoggiare il cambio, i contadini e la loro presa di coscienza.

Perchè le paranoie? Perchè la Bolivia è grande e Santa Cruz è a sedicissime comode ore da La Paz , capitale del paese e città dove vive la mia sposa, che resterà un altro anno in capitale, a lavorare con ACRA. Ma insomma, tra qualche charter e tanta pazienza faremo passare quest altro anno senza vivere assieme.

E poi c’è anche il fatto di lasciare ACRA, organizzazione con cui lavoro da due anni e mezzo, che mi ha dato tanto dandomi l’opportunità di mettere a disposizione le mie conoscenze in due contesti socio-politici incredibili come Nicaragua e l’Occidente Boliviano.

Certo non è un addio.

Insomma, come dice il nonno nicaraguenze, lo más probable es que quién sabe!

sabato 5 luglio 2008

Mohamed Ba, Presidio per i diritti degli stranieri

Un punto di vista..

1 NON AVER ALTRO IO ALL'INFUORI DI TE;

2 NON NOMINARE LA NaZIONALITA' DEI NUOVI COMPAGNI INVANO;

3 ONORARE LA MEMORIA DEI NONNI E RACCONTARE LA LORO STORIA AI NUOVI COMPAGNI;

4 RICORDARTI DI ONORARE LE FESTE DI TUTTE LE CULTURE PRESENTI NELLA TUA' CITTA;

5 ACCOGLIERE SPONTANEAMENTE I NUOVI COMPAGNI MA NON FARLO PERCHE' QUALCUN'ALTRO LO CHIEDE;

6 NON TESTIMONIARE SULLA CULTURA DEGLI ALTRI SE NON NE SAI NIENTE O PER SENTITO DIRE;

7 NON RUBARE LA PAROLA AI NUOVI COMPAGNI, PRIMA DI TUTTO IMPARA AD ASCOLTARLI;

8 NON DESIDERARE SOLO LA CULTURA DEGLI ALTRI, RISCHI DI FARE MORIRE LA TUA;

9 NON DESIDERARE SOLO LA TUA CULTURA, RISCHI LA SOLITUDINE E LA TRISTEZZA;

10 NON UCCIDERE LE DIFFERENZE CULTURALI, SONO LA BELLEZZA DELL'UMANITA';
NON PERDETE L'ATTIMO, ACCOGLIETE.

giovedì 3 luglio 2008

Discurso de Eduardo Galeano

Agradecimiento al título de primer Ciudadano Ilustre del Mercosur
Montevideo- Reenviado por VDA

Nuestra región es el reino de las paradojas.

Brasil, pongamos por caso:

paradójicamente, el Aleijadinho, el hombre más feo del Brasil, creó las más altas hermosuras del arte de la época colonial;

paradójicamente, Garrincha, arruinado desde la infancia por la miseria y la poliomelitis, nacido para la desdicha, fue el jugador que más alegría ofreció en toda la historia del fútbol;

y paradójicamente, ya ha cumplido cien años de edad Oscar Niemeyer, que es el más nuevo de los arquitectos y el más joven de los brasileños. ***

O pongamos por caso, Bolivia: en 1978, cinco mujeres voltearon una dictadura militar. Paradójicamente, toda Bolivia se burló de ellas cuando iniciaron su huelga de hambre. Paradójicamente, toda Bolivia terminó ayunando con ellas, hasta que la dictadura cayó.

Yo había conocido a una de esas cinco porfiadas, Domitila Barrios, en el pueblo minero de Llallagua. En una asamblea de obreros de las minas, todos hombres, ella se había alzado y había hecho callar a todos.

-Quiero decirles estito –había dicho-. Nuestro enemigo principal no es el imperialismo, ni la burguesía, ni la burocracia. Nuestro enemigo principal es el miedo, y lo llevamos adentro.

Y años después, reencontré a Domitila en Estocolmo. La habían echado de Bolivia, y ella había marchado al exilio, con sus siete hijos. Domitila estaba muy agradecida de la solidaridad de los suecos, y les admiraba la libertad, pero ellos le daban pena, tan solitos que estaban, bebiendo solos, comiendo solos, hablando solos. Y les daba consejos:

-No sean bobos –les decía-. Júntense. Nosotros, allá en Bolivia, nos juntamos. Aunque sea para pelearnos, nos juntamos. *** Y cuánta razón tenía.

Porque, digo yo: ¿existen los dientes, si no se juntan en la boca? ¿Existen los dedos, si no se juntan en la mano?

Juntarnos: y no sólo para defender el precio de nuestros productos, sino también, y sobre todo, para defender el valor de nuestros derechos. Bien juntos están, aunque de vez en cuando simulen riñas y disputas, los pocos países ricos que ejercen la arrogancia sobre todos los demás. Su riqueza come pobreza, y su arrogancia come miedo. Hace bien poquito, pongamos por caso, Europa aprobó la ley que convierte a los inmigrantes en criminales. Paradoja de paradojas: Europa, que durante siglos ha invadido el mundo, cierra la puerta en las narices de los invadidos, cuando le retribuyen la visita. Y esa ley se ha promulgado con una asombrosa impunidad, que resultaría inexplicable si no estuviéramos acostumbrados a ser comidos y a vivir con miedo.

Miedo de vivir, miedo de decir, miedo de ser. Esta región nuestra forma parte de una América Latina organizada para el divorcio de sus partes, para el odio mutuo y la mutua ignorancia. Pero sólo siendo juntos seremos capaces de descubrir lo que podemos ser, contra una tradición que nos ha amaestrado para el miedo y la resignación y la soledad y que cada día nos enseña a desquerernos, a escupir al espejo, a copiar en lugar de crear. *** Todo a lo largo de la primera mitad del siglo diecinueve, un venezolano llamado Simón Rodríguez anduvo por los caminos de nuestra América, a lomo de mula, desafiando a los nuevos dueños del poder:

-Ustedes –clamaba don Simón-, ustedes que tanto imitan a los europeos, ¿por qué no les imitan lo más importante, que es la originalidad?

Paradójicamente, era escuchado por nadie este hombre que tanto merecía ser escuchado. Paradójicamente, lo llamaban loco,

porque cometía la cordura de creer que debemos pensar con nuestra propia cabeza,

porque cometía la cordura de proponer una educación para todos y una América de todos, y decía que al que no sabe, cualquiera lo engaña y al que no tiene, cualquiera lo compra,

y porque cometía la cordura de dudar de la independencia de nuestros países recién nacidos:

-No somos dueños de nosotros mismos –decía -. Somos independientes, pero no somos libres. *** Quince años después de la muerte del loco Rodríguez, Paraguay fue exterminado. El único país hispanoamericano de veras libre fue paradójicamente asesinado en nombre de la libertad. Paraguay no estaba preso en la jaula de la deuda externa, porque no debía un centavo a nadie, y no practicaba la mentirosa libertad de comercio, que nos imponía y nos impone una economía de importación y una cultura de impostación.

Paradójicamente, al cabo de cinco años de guerra feroz, entre tanta muerte sobrevivió el origen. Según la más antigua de sus tradiciones, los paraguayos habían nacido de la lengua que los nombró, y entre las ruinas humeantes sobrevivió esa lengua sagrada, la lengua primera, la lengua guaraní. Y en guaraní hablan todavía los paraguayos a la hora de la verdad, que es la hora del amor y del humor.

En guaraní, ñe'é significa palabra y también significa alma. Quien miente la palabra, traiciona el alma.

Si te doy mi palabra, me doy. *** Un siglo después de la guerra del Paraguay, un presidente de Chile dio su palabra, y se dio.

Los aviones escupían bombas sobre el palacio de gobierno, también ametrallado por las tropas de tierra. Él había dicho:

-Yo de aquí no salgo vivo.

En la historia latinoamericana, es una frase frecuente. La han pronunciado unos cuantos presidentes que después han salido vivos, para seguir pronunciándola. Pero esa bala no mintió. La bala de Salvador Allende no mintió.

Paradójicamente, una de las principales avenidas de Santiago de Chile se llama, todavía, Once de Setiembre. Y no se llama así por las víctimas de las Torres Gemelas de Nueva York. No. Se llama así en homenaje a los verdugos de la democracia en Chile. Con todo respeto por ese país que amo, me atrevo a preguntar, por puro sentido común: ¿No sería hora de cambiarle el nombre? ¿No sería hora de llamarla Avenida Salvador Allende, en homenaje a la dignidad de la democracia y a la dignidad de la palabra? *** Y saltando la cordillera, me pregunto: ¿por qué será que el Che Guevara, el argentino más famoso de todos los tiempos, el más universal de los latinoamericanos, tiene la costumbre de seguir naciendo? Paradójicamente, cuanto más lo manipulan, cuanto más lo traicionan, más nace. Él es el más nacedor de todos.

Y me pregunto: ¿No será porque él decía lo que pensaba, y hacía lo que decía? ¿No será que por eso sigue siendo tan extraordinario, en este mundo donde las palabras y los hechos muy rara vez se encuentran, y cuando se encuentran no se saludan, porque no se reconocen? *** Los mapas del alma no tienen fronteras, y yo soy patriota de varias patrias. Pero quiero culminar este viajecito por las tierras de la región, evocando a un hombre nacido, como yo, por aquí cerquita.

Paradójicamente, él murió hace un siglo y medio pero sigue siendo mi compatriota más peligroso. Tan peligroso es que la dictadura militar del Uruguay no pudo encontrar ni una sola frase suya que no fuera subversiva, y tuvo que decorar con fechas y nombres de batallas el mausoleo que erigió para ofender su memoria.

A él, que se negó a aceptar que nuestra patria grande se rompiera en pedazos;

a él, que se negó a aceptar que la independencia de América fuera una emboscada contra sus hijos más pobres,

a él, que fue el verdadero primer ciudadano ilustre de la región, dedico esta distinción, que recibo en su nombre.

Y termino con palabras que le escribí hace algún tiempo: 1820, Paso del Boquerón. Sin volver la cabeza, usted se hunde en el exilio. Lo veo, lo estoy viendo: se desliza el Paraná con perezas de lagarto y allá se aleja flameando su poncho rotoso, al trote del caballo, y se pierde en la fronda.

Usted no dice adiós a su tierra. Ella no se lo creería. O quizás usted no sabe, todavía, que se va para siempre.

Se agrisa el paisaje. Usted se va, vencido, y su tierra se queda sin aliento.

¿Le devolverán la respiración los hijos que le nazcan, los amantes que le lleguen? Quienes de esa tierra broten, quienes en ella entren, ¿se harán dignos de tristeza tan honda?

Su tierra. Nuestra tierra del sur. Usted le será muy necesario, don José. Cada vez que los codiciosos la lastimen y la humillen, cada vez que los tontos la crean muda o estéril, usted le hará falta. Porque usted, don José Artigas, general de los sencillos, es la mejor palabra que ella ha dicho.

Eduardo Galeano, escritor y periodista uruguayo, autor de Las venas abiertas de América Latina, Memorias del fuego y Espejos/Una historia casi universal.