sabato 15 marzo 2008

Cairoma Stellare

A volte ci si rende conto di quanto si è fortunati a lavorare tra questi paesaggi da fiaba, tra questa gente semplice e sorridente.
A volte le persone si preoccupano per noi, ascoltano delle notizie sui luoghi dove viviamo, e traggono delle conclusioni generali.
A volte le persone si dimenticano di noi.
A volte le strade che percorriamo ci portano lontani da casa, ma, proprio per questo, vicini con il cuore alla nostra gente, anche se, ogni giorno di piú, risulta difficile capire le dinamiche del bel paese, le scelte che le persone fanno. La mia coscienza è inevitabimente, anche se sarebbe bello si potesse evitare, diversa da chi ci sta dentro. Una coscienza che accomuna la gran maggioranza delle persone che quel paese, per diverse ragioni, l’hanno lasciato.
A volte queste stesse persone, invece, si comportano come l’italiano medio medio.
A volte mi viene voglia di raccontarvi degli attimi, come quelli vissuti in una notte tornando a Cairoma, il villaggio dove lavoro, da una comunità vicina, seduto dietro nella moto guidata da un nostro promotore.
Un viaggio nel nero, non nel grigio o nella nebbia, ma nel nero, in quell’oscurità totale illuminata solo dalla luna, quando trova spazio tra le nuvole. Le zone rurali di Bolivia spesso non hanno elettricità, se ce l’hanno sicuramente non la destinano all’illuminazione del cammino che collega una comunità all’altra. Chiamarlo cammino è appropriato perchè gli unici che dovrebbero averci il permesso di transitare sono i pedoni, visto lo stato pietoso dello stesso. Terra, roccia, sassi, erba, da cui negli anni si è ricavato qualcosa che assomiglia ad una strada, un cammino appunto.
E come il cammino di Santiago serve a ritrovarsi, i cammini di Cairoma sono una buona prova di forza anche per me che di strade credo ormai di averne viste di tutti i tipi.
Pochi giorni fa me ne sono reso conto, la diversa percezione delle cose. Stavo in un microbus in una strada di montagna, nemmeno troppo mal messa, quando dando un occhiata svogliata alle mie spalle, mi sono reso conto che una signora tedesca stava tremando coprendosi gli occhi per il terrore che il micro potesse sbandare e rotolare per un migliaio di metri nell’onnipresente burrone. Sinceramente mi è venuto da ridere, ma non per mancanza di rispetto verso la signora, evidentemente non abituata alle strade sterrate boliviane. Sorridevo di me, della mia percezione distinta delle cose, di come evidentemente le concepisca e le senta, di una forma molto più tranquilla e rilassata, dovuta evidentemente all’abitudine al viverle.
Insomma, tornando a Cairoma, ricontestualizzando, mi trovavo in queste strade immaginate con Filiberto, il promotore, che tranquillo avanzava come se conoscesse il percorso a memoria. E questa è l’unica spiegazione che mi do visto che non si vedeva nulla e lui tranquillamente impostava i tornanti come se fossimo stati sotto il sole di mezzogiorno. All’improvviso, in lontananza, nell’altro versante della montagna, delle luci; capire se fossero luci o stelle era davvero difficile, e alla fine, irrilevante. La sensazione era che queste luci che mi apparivano timide ogni tot di chilometri, fossero pianeti lontani ed irraggiungibili. Come se noi fossimo persi nello spazio, nuotando nel nulla, e vedessimo nell’universo queste stelle, asteroidi o pianeti. Mi rimbalzava il cuore, non certo dalla paura, se non dall’emozione.
Dalla coscienza acquisita che ti fa vivere con gioia l’opportunità di lavorare in dei luoghi che sono davvero altri pianeti, popolati da questi contadini orgogliosi della loro cultura millenaria, che passano le giornate arando a mano i loro campi, da delle donne che portano delle gonne a mongolfiera che, perennemente in cinta, lavano, cucinano, accudiscono i piccoli, e da dei bimbi, irrimediabilmente cicciotti e sorridenti che a diec’anni sono molto più maturi rispetto al lavoro e alla famiglia che il promedio degli universitari italiani.
Cairoma Stellare, Cairoma.


domenica 10 febbraio 2008

Arequipa, un Perù di monasteri, marce e carnevale

Avendo già avuto la fortuna di vedere le prove delle sfilate, per il lungo fine settimana di carnevale (due giorni e mezzo di ferie), abbiamo approfittato per andare in Perù, ad Arequipa. La città non è particolarmente distante a chilometraggio, essendo La Paz ubicata nell’ovest di Bolivia, ma il viaggio è tutto un programma. Comprato il biglietto ci assicurano che in dieci ore saremo li, il che, contando l’immensità di Bolivia e la condizione media delle strade, non è un gran viaggio. Partiamo quasi puntuali e dopo vari controlli intermedi, in meno di tre ore siamo al confine, wow! Qui inizia il divertente: primo, dobbiamo abbandonare il nostro bus, passare per l’immigrazione boliviana, poi per quella peruviana e poi andare a una agenzia di viaggi tal dei tali dove li ci starebbero aspettando e ci avrebbero caricato in un altro bus. A parte il fatto che non avevano detto che bisognava cambiare bus, il resto sembra fattibile. Passiamo l’immigrazione boliviana senza intoppi e entriamo in Perù, attraversando un ponte a piedi che unisce i due paesi. In realtà è molto bello il contesto: sulle sponde del Lago Titicaca c’è il confine boliviano-peruviano. La cosa curiosa è che le persone sono identiche, tutte Aymara, tutte cholite, tutti contadini. A volte i confini fanno proprio ridere. Quello che si, differenzia questi due confini è la lentezza colossale dell’immigrazione peruviana: nell’ordine, fai una fila di venti minuti per poi sentirti dire che prima devi fare un’altra fila, vai all’altra fila, aspetti mezz’ora e una volta li ti dicono che non era necessario fare quella fila, di rimetterti nell’altra, che nel frattempo è diventata lunghissima. In quasi due ore, rispetto ai due minuti boliviani, riusciamo a passare per la migrazione peruviana. Raggiungiamo rilassati l’agenzia di viaggi per sentirci dire che il nostro bus se ne è andato perché ci abbiamo messo troppo a immigrazione e non poteva più aspettare… Eh??? Noi ci abbiamo messo troppo? Vabeh. Aspettiamo quattro ore e prendiamo il prossimo bus. A notte fonda arriviamo ad Arequipa, troviamo un ostello carino, facciamo un giro per la città e a dormire. Il giorno dopo ha riservato altre due sorprese, una la visita al monastero delle suore di clausura dell’ordine di Santa Caterina, l’altro l’ennesimo problema ai denti per me. Il monastero di queste monache è una città nel mezzo della città,con le sue vie, le sue fontane, la sua organizzazione interna. C’abbiamo messo mezza giornata a visitarlo. L’altra mezza (insieme ad altri rapidi passaggi nei giorni successivi) invece, ahimé, è stata passata dal dentista per una devitalizzazione ( e speriamo che almeno da morto mi lasci in pace sto dente!). Abbiamo assistito anche ad un curioso sovrapporsi: l’appuntamento domenicale con la sfilata di tutte le forze militari peruviane presenti nella città (tutte le domeniche lo fanno !?) resa più simpatica dal rincorrersi, nelle vie limitrofi, di bambini e ragazzini che, giustamente, erano molto più concentrati sul carnevale e, anche qui, sul cercare di bagnare più malcapitati possibili. Bel contrasto, gli apparati della guerra sfilano, e i bimbi giocano, alla guerra dell’acqua. Abbiamo incontrato due personaggi degni di nota, uno statunitense annoiato dalla vita che era in città per studiare spagnolo accompagnato dall’inseparabile Lonely Planet e da una logorroica ma simpatica voglia di chiacchierare, soprattutto sul tema delle elezioni presidenziali nel suo paese. Era assai eccitato dall’idea che presto avranno un presidente nero o una presidentessa (mmm..mai dirlo prima che avvenga davvero mannaggia), e si lamentava per il fatto di non poter andare in Bolivia perché la gente li odia. Lasciatemi aprire una parentesi: la questione è che da questo anno, dato che i cittadini boliviani per andare negli Stati Uniti devono richiedere un visto, lo stesso vale per gli statunitensi. E ovviamente, quando le loro stesse regole, gli vengono opposte, cadono dalle nuvole invocando l’odio (mmm). A parte che la gente non li odia, ma al massimo, e con tutta la ragione, ce l’hanno con il loro governo, colpevole da vent’anni di portare avanti una guerra contro la coltivazione della coca, pianta sacra agli indigeni e fonte di ingresso e sostentamento per centinaia di migliaia di famiglie attraverso la vendita delle sue foglie, legali, con cui si fanno dei te e si masticano per recuperare energie durante e dopo la giornata di lavoro. A quattromila metri, lavorare quattordici ore al campo non è esattamente semplice, la foglia di coca da energia. La cocaina non c’entra niente, è un derivato ricavato attraverso trasformazioni chimiche che prevedono, fra l’altro l’uso di benzina nella lavorazione. Insomma, una cosa naturale della pachamama e una delle cose più chimiche che esistano, niente in comune, tranne che per il governo nordamericano. Chiusa la parentesi.
L’altro personaggio degno di nota è un ragazzo peruviano, che viveva nel nostro ostello, che ci accompagnato in una passeggiata notturna alla scoperta della città che sta dall’altra parte del fiume, molto meno curata, molto più simile a una qualsiasi periferia latinoamericana. Tra chiacchierate più o meno allucinanti abbiamo macinato chilometri, per poi salutarci e augurarci buona fortuna.
Si riparte per La Paz!

martedì 29 gennaio 2008

Fare e pensare a La Paz

Tornato dal Brasile mi sono rapidamente rituffato nel lavoro, anche se, in questo primo mese dell’anno, prettamente a La Paz. E’stagione delle piogge in Bolivia, e si sente. L’accesso alle comunità del progetto è impossibile; alcuni dipartimenti del paese, Beni e Pando, stanno vivendo un’emergenza dovuta alle forti inondazioni e alla rottura di alcune tubature di acquedotti che stanno fortemente limitando l’approvvigionamento di acqua. Il pericolo di epidemie e i disagi stanno affliggendo il quotidiano di decine di migliaia di persone.
Rispetto al lavoro, ho rivissuto in questo mese l’atmosfera da “ufficio”, che tanto ha caratterizzato la vita nicaraguese. Diagnostici, alberi dei problemi e delle loro soluzioni, quadri logici, domande di finanziamento e via dicendo. Ho avuto anche la fortuna di partecipare ad un corso avanzato di Ciclo del Progetto, che è appunto la disciplina che studia le varie attività di cui mi sono occupato. Certo è importante formarsi e ascoltare pareri autorevoli, a volte però ho la sensazione di sconnettermi dalla realtà. E’ la stessa paura che non mi fa affrontare serenamente l’idea di re-inserirmi nel mondo accademico. Temo di rifinire in grandi discorsi annaffiati da del buon vino, che hanno, secondo me, il limite di fermarsi li. E’ la dinamica tra il fare ed il pensare. Un amico dice che ormai ha capito che lui è fatto per pensare, teorizzare. Io credo di essere nel medio. E non mi schiodo, un democristiano insomma, o udcese, o rosa bianchese, o udeurese, o libdemese o..lasciamo perdere meglio. Se certo il fare è importante, il pensare teorico è indispensabile. Sto cercando di capire se posso fare entrambe le cose.
Nel mezzo di queste pippe atroci ho passato delle settimane piacevoli. Si è festeggiato il compleanno di Chiara, il suo ultimo da nubile. Nonostante fosse un Lunedì abbiamo pensato di organizzare una festicciola in casa Utopia. Sorprendentemente, per essere Lunedì, sono arrivate una quantità impressionante di persone che hanno saturato la seppur grande nostra casetta. Tra queste la fauna era varia: c’erano gli amici boliviani che c’hanno onorato suonando delle musiche tradizionali con tamburi e fiati, i futbolinari, che non si schiodano dal calcio balilla nemmeno per brindare, i danzerecci, che nemmeno per un secondo abbandonano il nostro salottino ballerino, i bevitori, i chiacchieroni, l’antropologa del cibo, gli “ongeros”, cioè quelli che lavorano con ong, quelli delle organizzazioni internazionali. Tutte queste categorizzazioni risultano fluide, riuscendo addirittura queste persone a comunicare tra di loro! La festa è proseguita allegramente fino a che alle due, dovendo essere in ufficio qualche ora dopo, abbiamo iniziato a pulire mentre gli amici boliviani, che non lavorano, cercavano disperatamente una liquoreria nei paraggi per continuare a festeggiare. Per nostra fortuna non l’hanno trovata.
E’ stato il mese in cui ho iniziato ufficialmente a scalare, e mi piace. E’ una sensazione bella quella di accarezzare la roccia, sfiorarla cercando la giusta sfumatura per poi stringerla e spingere con gambe e braccia per salire, equilibrandosi con passi felpati e lungimirante gestione delle risorse energetiche. Il tutto all’aria aperta, con un sole benevolo e dei panorami notevoli. Lavoro permettendo cercherò di sviluppare questa nuova passione.La Bolivia, il primo fine settimana di Febbraio si ferma per il carnevale. Celebrazione caratterizzante questo paese, dove a parte le vesti, si realizzano delle sfilate ballate di confraternite e gruppi, soprattutto nella città di Oruro, tre ore al Sud di La Paz. Essendoci andati a scalare la settimana prima della sfilata, abbiamo approfittato per viverne l’atmosfera delle prove. Montano delle gradinate intorno al percorso della sfilata, la gente paga per il posto e passa il pomeriggio osservando partecipe il passare dei gruppi. Il tutto bevendo e lanciando globos, gavettoni; ogni persona partecipa all’eccidio, dall’ottantenne al bambino in carrozzina. E’ una guerra civile senza fazioni, tutti contro tutti! Le ragazze più sagge si coprono con dei ponchos, io pure, con una gobba fenomenale dovuta allo zaino che porto sulle spalle e che mi fa sentire ancor più osservato. Credo assomigliassi ad un mostro ambulante; nonostante ciò, vengo immediatamente chiamato a ballare da una fanciulla “simpatica”, nel senso sandonatese del termine che lascio dopo un pò, mentre lei mi dice con fare sensuale “non te ne puoi andare, resta con me!”L’alcool!! Trasforma pure le integerrime aymara in delle focose donne.

lunedì 7 gennaio 2008

Parallelamensci Bahia

Le vacanze di Natale oltre a regalarci Gesù, ci danno l’opportunità di recuperare un pò d’energie, riposando le membra. Con Chiara si è deciso di farlo in Brasile, nella regione di Bahia, l’arcicelebrato nordest brasiliano. Una decina di giorni da dedicare alla spiaggia, all’oceano, ai balli e ai piatti tipici della zona, dove nei secoli si sono mischiati gli autoctoni, gli schiavi provenienti dalle coste Africane e i bianchi colonizzatori. Certamente Bahia è una tra le zone più nere di questo grande paese, dove i discendenti dei fratelli africani sono riusciti a mantenere le loro tradizioni culturali e religiose.
Arrivati a Salvador la vigilia di Natale, riceviamo immediatamente una lieta sorpresa, un conoscente artigiano, che avevamo cercato invano di contattare per telefono, arriva all’aeroporto e tra grandi abbracci e sorrisi ci porta direttamente a casa sua, dove, trattati come figli, passeremo il Natale e alcuni momenti memorabili. Non mi stanco mai di sottolineare come l’ospitalità sia un concetto che, a seconda dei luoghi, assuma forme assai differenti. Se qui è scontato che uno sconosciuto ti porti a casa sua, ti ci faccia stare una settimana, ti rimpinzi delle pietanze più buone e di frullati di frutta paragonabili ai nicaraguensi, in altri luoghi ciò è molto meno scontato, per differenti ragioni che lascio ad ognuno individuare.
Il nosto amico artigiano, Roberto, è una persona fantastica, ha vissuto quattro anni in Bolivia vendendo le sue collane per strada, innamorandosi del paese fino a quando, per motivi di permesso, è stato rimandato in Brasile, dove sta lavorando per raccogliere i soldi necessari a tornare a La Paz. Ci ha fatto conoscere la città, alcuni scorci di spiaggia immersi nel verde, abbiamo ballato reggae insieme, mangiato le prelibatezze afrobrasiliane, bevuto cocktail fatti in casa mentre sua madre e le sue sorelle ballavano in salotto a ritmo di samba.
La musica è essenza di ogni persona qui, si canta e balla per strada, si accennano ritmi nel bus usando i sedili e cantandoci sopra; e i retaggi africani sono evidenti nelle movenze e nei ritmi. Gli amici di Roberto ti parlano come se fossi li da sempre e conoscessi tutto, invitandoti da tutte le parti, sempre con un sorriso e una vibra spettacolare. È un osservazione che si fa spesso quella della buona vibra delle persone, in paesi dove, tecnicamente, ci sarebbero molte ragioni per lamentarsi. Avrá avuto ragione mia nonna, in una delle sue frasi più celebri, quando diceva che “se stea meio cuando se stea pezo”, si stava meglio quando si stava peggio. L’importanza che si da a tante cose ritenute fondamentali nei paesi che chiamano sviluppati è assente, ci si diverte e ci si gode la vita, il tutto in un contesto di appartenenza familiare, culturale e nazionale, che lascia però totalmente aperta allo straniero la partecipazione piena. Non ci sono integralismi indigeni, non c’è nemmeno nichilismo, è semplicemente naturale. La santeria, la religione afro-brasiliana, non prevede inferni o paradisi, non è restrittiva o punitiva, nè pretende di evangelizzare. Consiglia di comportarsi bene, e rispettare il prossimo.
Credo che in tutto ciò il clima aiuti, la gente gira solo in costume, si sveglia con il sole che scalda, l’energia e il buon umore non possono mancare!
E infatti, quando da Salvador ci siamo spostati vicino Iticaré, sei ore più al sud, in una riserva naturale dove avevano organizzato un festival musicale, l’energia era palpabile. Questo festival, chiamato universo parallelo, si caratterizza per musica che si ascolta ventiquattro ore al giorno ininterrottamente, per corsi di varie discipline come giocoleria, yoga etc; il tutto immerso tra le palme, con l’oceano di fronte. L’accampamento era lungo mezz’ora di cammino, immaginatevi quindi la quantitá di gente; la cosa piacevole è che c’erano estrazioni sociali e di etá differenti, dal borghese, alla coppietta di vecchietti, dall’artigiano squattrinato allo straniero in vacanza. Le persone erano ben felici, conscie di condividere un evento musicale notevole. Come sempre ci si trova di fronte a dei personaggi indimenticabili: dal giovane che ascolta trance seduto su una sedia con accanto il suo amico ET, un pupazzo di plastica a grandezza umana con le sembianze di un extraterrestre, all’artigiano che per intortarsi una preda qualsiasi parla di revoluzione parallela (che si legge revolusao parallelamensci in brasiliano) e mi fa scoppiare a ridere per mezz’ora, da una mamma che girava con la figlia di diec’anni gia truccata e con piercing, entrambe vestite come la principessa Xena, che facevano le giocoliere, da un signore sui cinquantanni soprannominato la bestia per la sua bruttezza, a cui aggiungeva uno stile di vesti non proprio probabile, inspiegabilmente accompagnato da delle bellissime fanciulle, ad alcune dee dalla bellezza folgorante: una ragazza nera che al semplice guardarla ti si bloccava la mascella a una giovane mamma bianca con il figlioletto nudo in braccio. Ho notato che la moda fa da padrone anche a questi eventi: quest anno andava di moda il completino leopardato. Come ben sapete i bikini brasiliani sono famosi per la loro essenzialità, a questo aggiungeteci il leopardato. Insomma, il fine era identificarsi con Jane, compagna di Tarzan, appena uscita dalla giungla. E diciamo che ci riuscivano bene.
La musica andava dalla trance, alla goa, dal reggae alle percussioni e alla chill out, ce n’era quindi per tutti i gusti. Si andava a dormire alle quattro e ci si svegliava alle sette, un pò per il caldo e un pò per la musica. Ma presto fatto, ci si trasferiva in spiaggia nella zona chill out, e all’ombra di una palma si poteva riposare fino a mezzodí.
E cosí le due settimane sono passate rapidamente, un aereo della compagnia Gol, a riprova che il calcio è ovunque in Brasile, ci ha riportato in Bolivia. Belle giornate, intensamente rilassanti.

martedì 18 dicembre 2007

Riflessioni esogene

Dedicare del tempo a pensare a come trasmettere che cosa rappresentino due mesi in un paese ai piú e al medesimo poco conosciuto mi ha fatto pensare a delle istantanee che, nella loro specificitá ben descrivono l’apparire ed il sentire di questo topos variegato.

Iniziamo dalla cittá: l’arrivo a La Paz, implica il passaggio per El Alto, dove é situato l’aeroporto. El Alto é una cittá sorta intorno alla valle dove si distende la capitale, arrampicandosi sui monti che ne disegnano il profilo, risultando essere ormai quasi piú grande di La Paz stessa. La discesa tra le ripide vie che rapide portano al centro della cittá, costellato di grattacieli anni settanta e ottanta che fanno imprecare contro l’immaginario assessore all’urbanistica dell’epoca, si caratterizzano per le grandi differenze tipiche delle capitali e delle cittá cresciute in fretta. Si passa dalle case di adobe, un misto di fango e paglia da cui ricavano mattoni, a delle villette che tanto vogliono assaporare l’american dream nella loro sindacabile architettura.

Per le strade di Sopocachi, la zona della cittá dove é situato l’ufficio della ong, gli opposti non mancano. Di fronte alla sede del Programma Mondiale di Alimenti, il famigerato World Food Programme, giusto di fronte a macchine sproporzionatamente grandi, seduta su una sedia instabile, sta fissa una signora spettinata dal rossetto shocking che vende panini fatti in casa con pomodoro e avocado, vicino a lei un signore che, in un carretto dalle ruote sgonfie, vende piantine e fiori. Verso sera, nella stessa piazza, compare un signore ben piazzato che apre il suo baracchino, famoso per le salcipapas, un piatto a base di salsiccia e patate fritte condito con abbondanti salse che escono da improbabili contenitori di plastica colorata che tanto ricordano i porcari italiani, e che, ugualmente, dicono siano ottimi per saziare la fame chimica, fedele compagna di viaggio. Camminando solo un paio di minuti piú in giú del salcipaparo, si arriva a Plaza Avaroa, dedicata ad uno degli eroi nazionali boliviani, famoso per essere morto in battaglia contro i cileni, nella guerra in cui Bolivia perse l’accesso all’Oceano Pacifico. Tutto intorno a questa piazza pullulano i locali per occidentali, dove un caffé costa tre volte un panino della signora shocking o del salcipaparo. Sempre intorno a questa piazza amici fanno i giocolieri guadagnandosi il pane quotidiano con spettacoli di clave e palline, chiedendo un peso a uomini d’affari nascosti dietro i vetri oscurati dei loro suv.

Il mercato di Sopocachi é una esplosione verticale di bancarelle da cui a fatica, sommerse tra patate e verdure, si scorgono le cholite, cosí chiamano le donne che vestono tradizionalmente; appena piú in la ci sono i lustrascarpe, perennemente incapucciati per limitare gli effetti negativi del respirare le esalazioni della vernice che utilizzano per lavorare. Le strade sono stracolme di microbus e bus, tutti con una onorata carriera alle spalle in paesi come Corea o Giappone che, una volta considerati da buttare, vengono regalati dai rispettivi governi ai membri di cooperative di trasportatori di paesi in via di sviluppo, per farsi ben volere dalla gente e, piú subdolamente, come sempre con le donazioni, per fare lobbying sui governi locali per ottenere accordi economici vantaggiosi. La vita utile del mezzo qui raggiunge livelli inimmaginabili, essendo spesso il mezzo considerato come un regalo di Dio, da rispettare e curare certosinamente.

Muoversi nei microbus, nel formicaio di strade trafficato che é La Paz, da sempre il piacere di guardarsi attorno. In ogni marciapiede c´é un albero di mimose, ogni isolato una borsa abbandonata per terra dice plomero-electricista, persone che lavorano alla giornata lasciando la borsa degli attrezzi li e intanto girovagando nei dintorni nell’attesa che qualcuno li chiami. Spesso ci sono delle prove di ballo per strada. Tradizionalmente per celebrare qualsiasi festivitá, religiosa e non, qui ballano danze tipiche. Nei giorni precedenti, dai piú piccoli fino ai piú anziani, occupano le strade per esercitarsi; la cosa divertente é che tutti rispettano questo costume perció é tipico stare un bel pó fermi aspettando che i protagonisti terminino il loro ballo. Fra l’altro queste situazioni sono sempre buone per celebrare. E qui si celebra bevendo; tipica immagine é quella di una cholita che tra una giravolta e l’altra si trovi spaparanzata per terra per aver perso l’equilibrio, il tutto tra le risate dei compagni e di lei stessa.

mercoledì 28 novembre 2007

Yungas

C’é poi un altro campo, quello delle altre comunitá dove lavoro, al nord di La Paz. Nello stesso tempo in cui si raggiunge Cairoma, si arriva nello Yungas, vicino Caranavi. Se immaginate di addormentarvi appena partiti e svegliarvi giusto entrando a Caranavi, cosa impossibile visto lo stato del tragitto, rimarreste senza parole. Lo Yungas é una provincia che si presenta completamente diversa dalla capitale o dalle comunitá intorno a Cairoma. Fa gridare Nicaraguaaaaa!!! La vegetazione ed il clima sono assolutamente tropicali, assomigliando tantissimo alla realtá subtropicale centramericana. Gli alberi e la frutta, pur chiamandosi differentemente sono gli stessi. E ammetto che chiamare un avocado, che in nica é aguacate, palta ancora non mi riesce bene. Ma d’altronde ci si abitua. L’importante é poter mangiare questa squisitezza che qui quasi non riescono a vendere perché ce ne sono troppi. E poi ci sono i pappagalli e una varietá d’uccelli incredibile. Ovviamente ci sono anche le controindicazioni: zanzare enormi e micidiali, boa, vipere e chi piú ne ha piú ne metta. E in tutto ció, a fagiolo, c’era da identificare una fonte di acqua per un progetto di potabilizzazione: un ora di cammino in mezzo alla giungla sotto la pioggia che a stento riusciva a trapassare la fitta boscaglia, tra miliardi di suoni, per lo piú sconosciuti, che un pó facevano sentire in un mondo fatato e un pó facevano gelare la schiena non potendo identificare al suono un animale piú o meno mortale. E a Caranavi, dove alloggiamo in missione, c’é la piscina. Ora non é che di colpo mi son fatto piccolo borghese jacuziano. Il fatto é che in Bolivia non c’é il mare e andare in piscina a La Paz per poi uscire e doversi mettersi sei strati di maglioni di lana mi fa un pó tristezza. La possibilitá di fare il bagno in un sacrosanto costume muorendo di caldo ti da una carica energetica e di buona vibra totale, oltre a riaprire miliardi di fantastici ricordi legati a Nicaragua: la laguna d’Apoyo, Pochomil, León, Corn Island.

Il tutto, comunque, ad almeno duemila metri d’altezza.

Differentemente da Nicaragua la cultura indigena peró, assai riservata, non porta all’inevitabile confronto con la gente. La parola chele, con cui si descrive il bianco in centramerica, perenne colonna sonora del passeggiare per Managua, é assolutamente scomparsa dal vocabolario quotidiano. Qui si chiamano gringos indistintamente tutti i bianchi, e certo l’Esserlo crea delle barriere. Nonostante sia piacevole e formativo passare le serate con compagni boliviani aymara o quechua, é evidente che il non essere indigeno sia una discriminante per una totale accettazione come conpadre, come qui si definiscono le amicizie solide. Ho la sensazione che ci sia un pó di contro razzismo o forse é semplicemente un mantenere le distante. Certo é che la sensazione di sentirmi a casa che dopo non troppo tempo si era naturalmente sviluppata con i compagni nica, con tutti i suoi pro e contro, sono ancora molto lungi da intravederla qui. Si creano delle complicitá, ma mi paiono monche. Probabilmente saranno solo pippe mentali; sicuramente é ancora troppo presto per capire queste dinamiche.

Il fatto, peró, d’avere questa spettacolare varietá climatica m’affascina molto. In poche ore si puó passare da un clima rigidissimo ed un ambiente brullo, al tropico. E in tutto ció entra una diversitá di popolazioni indigene che non ha pari. Con la Costituzione in approvazione, Bolivia sará dichiarata uno Stato plurinazionale, indigeno e comunitario; sintesi delle incredibili differenze che questo paese al centro di Sud America racchiude.

giovedì 15 novembre 2007

Il campo

Le mansioni lavorative mi stanno portando a trascorrere molto tempo nelle comunitá, al campo come il castigliano ben definisce queste missioni. Una decina si trovano un centinaio di chilometri e sei ore di macchina a sud di La Paz, un paio altrettante ore al Nord. Una volta usciti dalle strade principali inizia il magico mondo dei saltinbanco. Il tragitto che conduce alle comunitá al sud, nonostante le macchine di Acra non siano niente male, permette un’unica azione-reazione: rimbalzare da un sedile all’altro, spinti dalle fantastiche irregolaritá del fondo stradale in terra e sassi. Cosí, dopo il tragitto, si é puri saltinbanco, uomini e donne dalle molle incorporate. A parte questa piacevole caratteristica, tra un rimbalzo e l’altro, si riesce ad apprezzare un panorama che lascia senza fiato. Nelle ore di viaggio si passa dai tremila ai quasi seimila metri, passando da un clima sostenibile ad uno dove si fatica realmente a respirare; da colline verdi a pura terra brulla e innevata, dall’incrociare animali noti come vacche, cani e pecore, all’incontro con i lama, veri padroni delle alture.

Cairoma, sede del municipio a cui si riferiscono le comunitá dove lavoro, non é esattamente una metropoli. Paragonandola ad una cittá occidentale non cé gran fonte di divertimento che non sia l’alcool, che i locali consumano ad ogni occasione utile, indipendentemente siano le nove del mattino o le dieci di sera. Cosí quando non sono alle comunitá e non posso lavorare al computer perché salta l’energia elettrica, il passatempo principale sono le passeggiate tra i campi di patate, in questo periodo in fiore, che offrono delle viste spettacolari, con l’Illimani, montagna che da sola meriterebbe un libro per tutte le storie strane e gli accadimenti inspiegabili che la caratterizzano. I paesaggi sembrano disegnati dai bambini, infinite montagne con il sole e le nuvole che spuntano in cima, di tanto in tanto delle case con il loro campicello e degli esseri che alla distanza potrebbero essere uomini, ma che fino a quando non ci si avvicina non é dato confermarlo, potendo rivelarsi essere animali o spaventapasseri.

E poi c’é il tempo per l’analisi degli esseri curiosi che popolano questo paesello: la signora dalle lunghe trecce bianche che possiede la gallina da una gamba sola, il gallo piú grande e pauroso che si sia mai visto, le panchine della piazzetta che pendono da un lato come le persone che ci si siedono, le capre dispettose che scappano dal gregge e costringono le cholite a rincorrerle imprecando chissá cosa in aymara, le pozzanghere di fango di cui non cé modo di vedere il fondo, gli ubriachi che gongolano fino a cadere addormentati, le ragazzine che appena ti vedono iniziano quella risatina che racchiude chissá quali significati, i maiali che scorrazzano in gruppi e fanno lo stesso effetto d’incontrare le maras salvadoreñe, e poi c’é Persi.

Persi é l’uomo senza dubbio piú gobbo ancora in vita in questo nostro mondo. In sostanza ha le gambe dritte e poi é completamente recrinato in avanti, riuscendo a malapena a vedere davanti a sé perché l’inclinazione del volto gli offre piú che altro lo scenario dei suoi piedi rugosi. Chi sia Persi e cosa faccia, come viva, é per me un mistero. Lo si incontra sempre appallottolato su un sasso o una pietra, un pó all’ombra e un pó al sole. Non riesce ad esprimersi bene, perció tutti i suoni che emette rimangono incomprensibili a me, ma soprattutto ai compatrioti. Credo sia uno gnomo, un essere di un mondo diverso che é stato catapultato dai boschi direttamente a Cairoma. Sono convinto che di notte monti sul suo nastro trasportatore e vada a festeggiare tra compagni piú simili a lui che capiscono che dice, cosa vuole. Persi.

mercoledì 31 ottobre 2007

United Fruit and the CIA in GUATEMALA

by Manu Saxena

Our ever so-timely corporate press has at last seen fit to give us some of the facts about what happened in Guatemala--this time after only a short 30-40 year time lag. Both the New York Times and NPR ran stories in the last couple of weeks describing the truth commission report which found the Guatemalan military guilty of "acts of genocide" against the indigenous Mayan people. Out of 200,000 people killed, the report found the military responsible for 93 percent of the killings. The NYT report included the interesting tidbits that the CIA aided the Guatemalan military forces, and that American "counterinsurgency" training was a key factor in causing the human rights violations that occurred. These human rights violations included the use of, among other things, forced disappearances, the systematic rape and murder of women, and the extermination of the civilian populations of entire villages as weapons of war.

NYT deserves some credit for reporting on this subject (and on the front page, no less!), as does NPR. Even the Clinton administration deserves some praise (shocking, but true) for declassifying and making available several documents to the Guatemalan Historical Clarification Commission (the U. S. was, in fact, the only country to do so). Unfortunately, none of these reports reveal the full picture of U.S. involvement in Guatemala, a picture that's been available for the past 30 years. Contrary to the whitewashing by Donald Planty, the U.S. ambassador, who said, "...these were abuses committed by Guatemalans against other Guatemalans--the result of an internal conflict" (NYT), the U.S. national security state supported, equipped, and actually created the post-war Guatemalan military state. Corporate involvement and encouragement was there from the start.

A democratically elected President, Jacobo Arbenz, took office in 1951 with a program of land reform. Before his program was put into effect, 2.2% of the Guatemalan landowners owned 70% of the arable land, and the average annual per capita income of farm workers was about $87. Under the Arbenz program, uncultivated land was given away to around 100,000 landless peasants; in addition, he instituted a program of support for union rights and other social reforms. So of course he had to go.

One of the principal architects of his downfall was the United Fruit Company. Both the Truman and Eisenhower administrations were lobbied aggressively by executives of the United Fruit Company, which had friendly ties with many Congressmen and State Department officials. In addition, Eisenhower's personal secretary was the wife of United Fruit's public relations director, and Under Secretary of State Walter Smith was looking for a job with United Fruit while he was still in the administration. United Fruit monopolized Guatemala's banana exports and owned much of the country's communications system; its control over the economy was threatened by Arbenz's programs. But what must have especially raised United Fruit's ire was the land reform program: United Fruit wanted $16 million for the portion of its land the government was expropriating--land which United Fruit itself valued at only $525,000--exactly what the Guatemalan government was offering for it.

The first CIA plan to overthrow Arbenz was formulated in 1952, but wasn't implemented until after Eisenhower became president in 1953. The CIA approached right-wing malcontents in the military and supplied them with weapons, with a generous $64,000 donation by United Fruit. The resulting uprising was defeated, and the role of United Fruit came out in the trial of the rebels.

The role of the CIA was revealed in 1954, when plans of yet another coup were discovered and published in Guatemala's newspapers. The State Department and U.S. newspapers such as the NYT pooh-poohed the charges, naming them communist propaganda. There were, of course, some communists in the Arbenz government, but not very many. Out of the 51 seats that made up the Arbenz coalition, a total of 4 were held by communists, and Arbenz himself wasn't a communist--not that that would have excused the attempt by the U.S. to overthrow a popularly elected government.

The CIA, of course, implemented its plans and proceeded to launch a massive propaganda campaign against the Guatemalan people. One example: United Fruit company representatives circulated pictures of mutilated bodies claiming they were victims of atrocities committed by the Arbenz regime, all the while knowing this was untrue. On June 18 the CIA dropped leaflets demanding Arbenz resign, and then proceeded to attack that afternoon, its planes strafing the National Palace and dropping bombs. An insidious propaganda campaign led the people and armed forces to believe they were being invaded by an overwhelming force, and finally Arbenz was forced to resign in favor of the military.

The results of the military takeover were to be expected. Thousands of people were arrested on suspicion of being communist, many of whom were tortured and killed. Labor organizers for United Fruit were murdered, the banana unions and other labor organizations were banned, and the land reform program was reversed. Political parties and peasant organizations were also banned, newspapers were closed, and politically unacceptable books were burned.

This was the beginning of the CIA's role as protector of the rich against the poor in Guatemala. Those who in later years rebelled against the military rule were the poorest of the poor, typically the indigenous Mayan people. Indeed, because of their poverty, the Mayans were profiled as being natural supporters of the guerrilla movement, which is why the military (aided and abetted by the CIA) conducted their campaign of genocide to wipe them out, in 36 years of the most brutal war in Central American history. (One of the most fascinating accounts of the civil war can be found in Jennifer Harbury's book, "Bridge of Courage.") It's an amazing tribute to the power of the human spirit that the military didn't succeed, and that, as of 1996, the guerrillas now have their own political parties.

Nevertheless, human rights violations in Guatemala continue despite the current cease-fire; Bishop Gerardi was murdered just last year for bringing some of these violations to light.

martedì 30 ottobre 2007

Burma: Children Bought and Sold by Army Recruiters

UN Security Council Group to Consider Violations Against Children in Burma

Facing a military staffing crisis, the Burmese government is forcibly recruiting many children, some as young as age 10, into its armed forces, Human Rights Watch said in a report released today.
Burmese military recruiters target children in order to meet unrelenting demands for new recruits due to continued army expansion, high desertion rates and a lack of willing volunteers. Non-state armed groups, including ethnic-based insurgent groups, also recruit and use child soldiers, though in far smaller numbers.
The brutality of Burma's military government goes beyond its violent crackdown on peaceful protestors, said Jo Becker, children's rights advocate for Human Rights Watch. Military recruiters are literally buying and selling children to fill the ranks of the Burmese armed forces.
Based on an investigation in Burma, Thailand and China, the 135-page report, "Sold to be soldiers: the recruitment and use of child soldiers in Burma", found that military recruiters and civilian brokers receive cash payments and other incentives for each new recruit, even if the recruit clearly violates minimum age or health standards.
One boy told Human Rights Watch that he was forcibly recruited at age 11, despite being only 1.3 meters tall and weighing less than 31 kilograms (70 pounds). Officers at recruitment centers routinely falsify enlistment records to list children as 18, the minimum legal age for recruitment. Recruiters target children at train and bus stations, markets and other public places, and often threaten them with arrest if they refuse to join the army. Some children are beaten until they agree to volunteer.
The government's senior generals tolerate the blatant recruitment of children and fail to punish perpetrators, said Becker. In this environment, army recruiters traffic children at will.
Child soldiers typically receive 18 weeks of military training. Some are sent into combat situations within days of their deployment to battalions. Child soldiers are sometimes forced to participate in human rights abuses, such as burning villages and using civilians for forced labor. Those who attempt to escape or desert are beaten, forcibly re-recruited or imprisoned.
All of the former soldiers interviewed by Human Rights Watch reported the presence of children in their training units. Thousands of children are present in the army's ranks, although their prevalence varies considerably by battalion. Particularly in some newly formed battalions, children reportedly constitute a large percentage of privates.

Human Rights Watch expressed concern that the military's recent crackdown on monks and civilian demonstrators may make children even more vulnerable to recruitment.
Even before the recent crackdown, many young adults rejected military service because of grueling conditions, low pay and mistreatment by superior officers, said Becker. After deploying its soldiers against Buddhist monks and other peaceful demonstrators, the government may find it even harder to find willing volunteers.
In 2004, the military government, known as the State Peace and Development Council (SPDC), created a high-level committee to prevent the recruitment of children into the military. However, Human Rights Watch found that in practice the committee has failed to effectively address the issue and devoted most of its efforts to denouncing outside reports of child recruitment. As recently as September, the state-run media announced that the government was working to reveal that accusations of child soldier use were totally untrue.
The government's committee to address child recruitment is a shame, said Becker. Instead of denouncing credible reports of child recruitment, the government must address the issue head-on. It needs to demobilize all of the children in its forces, and end all recruitment of children.
The majority of Burma's 30 or more non-state armed groups reportedly also recruit and use child soldiers, though in far smaller numbers. Human Rights Watch examined the policies and practices of 12 armed groups and found that some, like the Karenni Army and Karen National Liberation Army, have taken measures to reduce the numbers of children in their forces. But others, including the Democratic Karen Buddhist Army, United Wa State Army and Karenni Nationalities People's Liberation Front, continue to recruit and use children, sometimes by imposing recruitment quotas on local villages. Child soldiers in the armed forces of these groups may be as young as 11 or 12. While some armed groups restrict child soldiers to duties in their camps, others deploy child soldiers into combat situations.
In the coming weeks, the United Nations Security Councils working group on children and armed conflict will consider violations against children in Burma, including the use and recruitment of child soldiers. The UN secretary-general has already identified Burma's national armed forces in four consecutive reports to the Security Council for violating international laws prohibiting the use of child soldiers. The secretary-general has also listed several armed opposition groups as violators.
The Security Council has stated repeatedly that it will consider targeted sanctions, including embargoes of arms and other military assistance, against parties on the secretary-general's list that refuse to end their use of children as soldiers. So far, it has taken no action in the case of Burma.
Human Rights Watch recommended that the Security Council consider imposing measures including bans on the supply of arms and military assistance, travel restrictions on SPDC leaders, and restrictions on the flow of financial resources to the SPDC. The Security Council should fulfill its pledge to hold violators to account for recruiting and using child soldiers, said Becker. Given Burma's abysmal record on child soldiers, sanctions against the Burmese military government are clearly warranted.

domenica 14 ottobre 2007

45 giorni dal "lado del charco" europeo

Nicaragua Nicaraguita e la sua meravigliosa gente riempie i miei pensieri appena tornato al bel paese. Il delirium transitionis riempie, ovviamente, le mie giornate nutrendo dubbi sul fatto di lasciare questo paese speciale. Per riprendere fiato scendo a Santa Maria di Leuca, base per dieci giorni rilassanti e ingrassanti, utili a comprendere alcune dinamiche e a prendere decisioni mature. Ho conosciuto Lecce, Taranto e tanti paesini pieni di persone con voglia di divertirsi, tra notti della taranta e serate della proloco, reggae e pizzica con gli E’Zezi. Ho preso tutto il sole che non sono riuscito a prendere a Managua rinchiuso in ufficio, lo iodio deve aver fatto effetto. Così sono ripartito per il NordEst, insieme a Chiara, per farle conoscere Venezia, le sue parole, i suoi bacari, alcuni suoi angoli unici, la Biennale d`arte. Venezia e i pescatori, i ponti, il moto ondoso, i bengali e gli africani. Ma i veneziani? Sempre meno.
E poi ho passato del santo tempo con la mia famiglia, mia sorella.
E proprio in questo contesto è nata l’annunciazione. Si, Nicola e Chiara si sposano. Semplicemente, felicemente.
Il 31 Maggio dell’anno prossimo, vicino Torino, a Rossana, si..come le caramelle.
E così, è iniziata la babilonicissima follia dei preparativi. Anche perchè, nel frattempo, ACRA mi ha offerto l’opportunità per continuare la collaborazione con loro, questa volta in Bolivia, occupandomi di uno studio socio-economico sull’utilizzo dell’acqua in dieci comunità, fissandomi la partenza per il 15 Ottobre. Quindi, in un paio di settimane, abbiamo cercato di preparare quello che, normalmente, richiede molto più tempo ed energie. E’ stata una occasione per trascorrere una settimana a Torino, tra incartamenti, certificati, musica e serate bellissime. Conoscere la cittá dei Savoia, biciclettare, cenare in chiese sconsacrate ed in asili occupati, tra un film rumeno e l’ennesima denuncia sulla precarietà del lavoro di Ken Loach.
Parte delle cose era avvisare i miei testimoni, che saranno Gio e Lisy. Se dirlo a Gio è stato semplice, comunicarlo a Lisy di persona ha reso necessario prendere un aereo destinazione Bruxelles, aproffittando anche per invitare diversi amici che vivono li. Lisy è sempre bellissima, e ogni giorno di più ringrazio il destino che me l`ha fatta incontrare. Siamo stati nello squat che condivide con qualche amico a Gent, tra cene di verdure, crepés mangiate su ruote di legno, cioccolato scaduto e buonissimo, bagni improbabili, manifestazioni contro i neo-nazi delle fiandre a suon di samba e gran giri in biciclette altissime, tra drum’n’bass e autostop, tra vecchini con la faccia da santoni, e marocchini gentili. Al nord sono alti. Sono veramente alti. Lisy ha proprio una vibra magica, di un altro mondo, bello. I bimbi le cadono ai piedi incantati.A Bruxelles abbiamo rivisto Koen e Ines, compagni d’avventura in India che in comune con noi hanno il fatto di stare insieme da allora. Ho conosciuto Aline, con la quale siamo stati ad un concerto di musica popolare ad un’ora da Bruxelles, vicino le mura di una basilica che dev’essere stata imperiosa. Abbiamo pranzato con una spagnola che alla mia età prende tremila euro al mese per fare la traduttrice, e che ci ha portato in un posto supercaro e, per fortuna, ha ben pensato di offrire lei. S’è cenato con Eduardito, cubano amico di Chiara, uno spasso di persona, che vive in una casa con un congolese, tutta colorata, mangiando italiano grazie ad un amico siciliano che da Caltanissetta a Bruxelles ci mette venti ore in M3.
Bruxelles, tra tutte le sue incomprensioni, presenta delle peculiarità che la rendono speciale. E’ veramente multietnica, a differenza di Madrid, Parigi e Berlino, raccoglie immigrati provenienti da tutti i continenti. Con pochi legami coloniali, molti rifugiati politici, moltissimi europei, molti abiti e cerimonie tradizionali, mercati e balli che si sviluppano trasversalmente, ognuno con la sua identità, che non è però esclusiva ma cerca, quanto possibile, di essere inclusiva.
E così tra catering da chiamare e tendoni da scegliere, tra abbracci indelebili e parole sussurrate, è arrivato il giorno della partenza per la Bolivia, attraverso un altra volta in charco, questa volta destinazione Sud.