sabato 24 febbraio 2007

Naturale peregrinare


Questo paese ha un valore aggiunto, è splendido. Le perplessità legate alla partecipazione alla vita civile vengono affiancate dall’opportunità di passare due giornate a Ometepe, isola nel mezzo del lago Nicaragua, centro del centro di Centroamerica.
L’occasione è il primo festival culturale che diverse comunità dell’isola hanno organizzato. Il tema dell’incontro è la preservazione del patrimonio archeologico, costituito da pietre incise nell’antichità che ancor oggi regalano emozioni nell’osservarle. Queste, spesso, vengono vendute dalla popolazione indigente per pochi cordobas a turisti senza scrupoli.
Prima d’entrare in preziosi dettagli dell’allegro succedersi d’eventi, non posso tralasciare il piacevole viaggio per raggiungere l’isola. Come spesso Lisy ed il suo sorriso magico sono compagni di scorribande. Raggiungiamo San Jorghe al rai, cioè in autostop. Ovviamente farlo con una biondina dagli occhi azzurri, in questo paese, rende tutto più facile, esternalità positive. L’ultimo dei tre passaggi ce lo ha dato un signore con un auto enorme, dalla tina tanto accogliente da permetterci pure un pisolino scaldato da raggi impenitenti.
L’isola si raggiunge con un ferry, le onde fanno sobbalzare la barca lenta, come in un cartone animato di qualche decennio fa; la vista del vulcano Madera ci informa che siamo prossimi.
Al festival ho registrato una serie di immagini che mi hanno riempito la memoria, conosciuto persone che spero m’accompagnino nel mio vivere qui in Nicaragua. Una delle prime attività del festival è una rappresentazione di marionette per i bimbi dell’isola organizzata da una ragazza nica-boliviana di 17anni, appartenente ad una famiglia che da generazioni si occupa di questo artigiano mestiere. Soa, questo è il suo nome, ha degli occhi grandi e nocciolati, già da anni fa spettacoli e si sta specializzando nel teatro dell’assurdo: forma teatrale che vuole affrontare un argomento liberando i protagonisti ed il pubblico da ogni pre-giudizio o conoscenza- sul tema trattato.Un sacco di chiacchiere bevendo refrescos di tamarindo, insieme al suo ragazzo, boliviano di Cochabamba, giovane alto e ballerino.
Poi sono seguite danze popolari messe in scena da un gruppo di isolani; danze che riproducevano il quotidiano ed il mitologico, i problemi legati al raccolto come le storie di una vecchia strega dell’isola. Il tutto illuminato dal fuoco e accompagnato da maschere e musica popolare. Molto interessante.
A seguire un concerto intenso, di musichi nicaraguensi, giovani e non, tutti parolai di questa terra. Concerto che termina presto al mattino, caratterizzato da balli, da hippy con fascetta, da osservazione partecipata, da un camion carico di banane che si infila in una delle tante voragini che caratterizzano le strade di qui e rischia di rovesciarsi giusto alle spalle del palco. Situazione pericolosa accolta con serenità, tanto da richiedere l’attiva partecipazione dei presenti per risolverla.
Si è rimorchiato questo camion ad un altro, dal rimorchio vuoto; siamo quindi saliti nel vuoto per fare peso e favorire l’opera. Il tutto in modo colorato, musicisti e giovani, meno giovani, tutti saltando nel camion per far peso, la macchina che sbuffa, odore tipico di plastica bruciata. Tutti gli attori uniti da un sorriso sincero per la gioia di condividere quel momento. Strette di mano e applausi a risultato raggiunto.Una scena assurda, forse per questo così meravigliosa. Scene da un altro mondo, un mondo che mi piace.
La notte è proseguita in spiaggia insieme agli artigiani e a Lisy. Chitarra, ron, fumo, luna e stelle. Musica cantata al lago sacro, dedicata a persone magiche. Dormo in spiaggia con Lisy, cullati dal suono delle onde, avvicinati a turno da galli e galline, cavalli bianchi, maiali e cani.
Che bell’intorno.
Il giorno successivo passiamo la giornata con i cantanti attraversando l’isola in un bus che alza una gran polvere affrontando la strada sterrata: dentro è festa, si suona la chitarra, si canta, si chiacchiera e ci si conosce. Chi ne ha bisogno si riprende dall’eccessiva bevuta della notte appena trascorsa, la maggioranza ridono felici. Mi bagno con due amiche nica che sfidano il mio autocontrollo bagnandosi come mamma le ha fatte, ma alla fine colgo l’innocenza di fondo. E’ semplicemente voglia di eliminare le barriere tra corpo e lago, per riprendersi la naturale umanità. Come dargli torto.
La fortuna ci permette di viaggiare gratuitamente fino a Managua, in un minibus organizzato per riportare a casa gli artisti, così il viaggio attraversa il centro di questo paese lindo, offrendo panorami sempre da brividi ed uno dei più bei tramonti che ricordi. C’è stato un momento nel bus in cui è calato il silenzio; alla nostra sinistra il sole scendeva sempre più arancione tra un’immensa valle di montagne e colline, verdi e già giallo paglierino per la siccità. Un panorama di valle di cui non si poteva immaginare la fine, ma che si finisce, nel Pacifico, qualche centinaio di chilometri più a ovest. Un panorama che secca la gola.

Giornate rigeneranti, sensazioni di purezza
del sentire Bene.


grazie Ometepe grazie volti grazie corpi grazie Nicaragua

sabato 10 febbraio 2007

Oaxaca

Quante giornate senza scrivere, senza scrivervi. Sarà l’abitudine all’intorno che mi farà apprezzare meno le piccole cose? Fortunatamente no. Sto francamente lavorando molto, il desiderio di dedicare ulteriori energie a relazionarmi ad uno schermo è quindi minimo.
Questo non significa che le settimane trascorse non siano state intense, riempite da persone, attività, gioie e dolori, relazioni sorprendenti, e da una consapevolezza centroamericana che ogni giorno di più cresce dentro di me.
Queste quaranta milioni di persone che riempiono la terra che va da Guatemala a Panama, passando per Belize, Honduras, Salvador, Costa Rica e Nicaragua. Questi popoli, fratelli nelle loro diversità, che sempre meno interessano alla cultura di massa e agli organismi internazionali. Queste tante etnie, miscugli, unicità organiche.
Oggi sono stati uccisi tre deputati salvadoregni del parlamento centroamericano. Quotidianamente persone fanno barricate in alcuni paesi di Nicaragua perché, come spesso, l’acqua non arriva, perché l’elettricità non c’è. Oggi, come sempre, le signore preparano il gallo pinto e puliscono per bene il patio di fronte a casa. Oggi sono pensieroso, stanco di confrontarmi con dinamiche a spirale. C’è chi dice..

…una spirale a girare,
tra il mio senso di colpa universale
e tu che mi confondi
le idee che voglio chiare
ora, lascia andarmi fuori,
lascio tutto fuori,
la tranquillità dei ruoli, la via lattea degli errori…

La consapevolezza centroamericana di cui parlo è fatta di persone, di letture, di pianti, di cuori, di coscienza che aumenta ad ogni nuova chiacchiera, faccio mie perplessità, paure e disillusioni, faccio mie le speranze e la voglia di cambiare..

..se non combatto
sarei venuto qui per niente
se perdo
perdo per me stesso
perdo per la voglia
di fuggire via da ogni posto..

Il mio approccio diplomatico e non violento ben complementa l’effervescenza latina, la lucha che qui spesso assume forme ben lontane dalla via gandhiana all’indipendenza, alla verità e all’autocoscienza. Ma questo è il tipo di contributo che posso dare. Ascolto racconti che mi fanno rabbrividire, non si tratta di libri, né di documentari. Si tratta di persone che conosco, di amici, fratelli, perseguiti ingiustamente.
Abbiamo ospitato per un paio di settimane un amico di Oaxaca, un avvocato attivista per i diritti umani. Sorelle, fratelli, la violenza endemica presente nella gestione delle questioni indigene in Messico è sconvolgente, e quindi coinvolgente. Questo uomo è stato rapito, picchiato senza nessuna imputazione, se non quella di essere parte di una organizzazione per i diritti umani delle popolazioni indigene. I racconti degli abusi sulle donne, i bambini picchiati, di tutto ciò non si parla. Né qui, tanto meno lì. Ma i canali per informarsi ci sono, impossibile restare indifferenti. Ipocrita.
Questi fatti non sono ricordi, sono la quotidianità di troppe persone, nella contingenza parliamo di Oaxaca, come può essere la realtà di Guatemala e Salvador. Qui no, Managua, Nicaragua. Qui tutto è pace apparente, troppi anni di guerra hanno divorato le anime delle persone, ormai stanche, desiderose di tranquillità.
La partecipazione all’attività in sostegno al movimento APO di Oaxaca che è stata organizzata dal Movimento Sociale è stata debole. Ascoltare i racconti delle violenze è stato forte. Presentare un documento di protesta all’ambasciatore messicano in Nicaragua reale, effettivo.
L’amico messicano lascia la mia casa, prosegue nel suo viaggio in centroamerica per sensibilizzare le persone a ciò che sta succedendo ad Oaxaca.

Chissà se lo rivedrò,
una volta rimetterà piede in Messico c’è un mandato d’arresto contro di lui.

Suerte hermano

lunedì 8 gennaio 2007

Luna di giorno


San Stefano segna la partenza per la costa atlantica di Nicaragua, non prima d’aver passato la mattinata scoprendo il mercato di Masaya, uno tra i più famosi del paese, che a parte la grande area dedicata all’artigianato, ne ha una enorme riempita da venditori di qualsiasi tipo di cibaria. Non avevo mai visto tante qualità di riso e fagioli, quante verdure e quanta carne. Il miscuglio di questi odori a tratti è idilliaco, in alcuni momenti (nelle vicinanze della carne soprattutto) pestilenziale.
Il pomeriggio andiamo da Eduardo, cileno, che con altri amici cileni e nicaraguensi, viaggerà con noi per una settimana.
Raggiungere la costa atlantica, non è immediato tanto da indurre i più ad una comoda avioneta che in un’ora ti porta a Bluefields, capitale della regione autonoma dell’Atlantico del Sud, dove la maggioranza della popolazione è d’origine africana, si parla un creolo mischiato all’inglese ed il ballo è essenza delle persone e del circostante.
C’è un altro modo per raggiungere la costa: certamente più dinamico, interessante, fonte di incontri e parole. Partiamo a tarda sera con un bus borghese che da Managua ci porta verso l’Est, fino a Rama, dove le strade di questo paese finiscono e la natura ha il sopravvento. Ci si inizia a muovere in barche di diverse dimensioni, velocità e livelli di sicurezza e comodità, non prima d’aver aspettato qualche ora al freddo impalati davanti ad una tv insieme al pueblo guardando una trasmissione sullo stile “carramba che sorpresa”. Si inizia con una lancha che è una barchetta di legno a cui aggiungono un motore potente che instabile e rapida taglia il fiume Rama per raggiungere Bluefields. Non posso che passare le due ore di viaggio recitando un “Hare Rama Hare Rama” e osservando la bellezza della natura in sé, il fiume è circondato da verde a perdita d’occhio. L’uomo è arrivato con delle capanne, una ogni po’ di chilometri, che però non intaccano il tutto, sembrano immagini di un altro tempo, davvero. In ognuna c’è una famiglia con tanti bimbi che giocano felici, disegni sovrapposti alla totalità del verde che sta alle loro spalle..
Avevo sentito parlare un sacco di Bluefields, e non so su che basi me l’ero immaginata come una città grande e pericolosa (questo per diversi racconti che m’avevano eccessivamente influenzato). Sicuramente è un altro paese dentro questo paese: non solo la lingua e il colore della gente, ma la cultura stessa, le tradizioni ad essa legata.
La città è piccina, calma, lenta. La differenza evidente che mi riempie di gioia è la musica reggae che esce da ogni abitazione, l’accoglienza sorridente di una “big mama” venditrice di strada ed una atmosfera che mi abituerò a respirare nei dieci giorni successivi.
Le condizioni del mare non ci permettono di raggiungere la nostra meta iniziale: Corn Island, un isolotto perso sull’atlantico che si raggiunge via mare, ma questo ci darà l’opportunità di passare due bellissime giornate nella capitale. Passeggiando conosciamo una ragazza che ci invita tutti e otto a casa sua e cosi passiamo qualche ora piena di buon umore e poi, con la cugina, prendiamo una lancha verso un’isoletta li vicino, accompagnati dal canto di un pescatore rasta rivolto al mare che diceva “si se puede, si se puede”, in senso di rispettoso confronto con lo stesso. El Bluff, piena di musica, bimbi e una spiaggia raggiungibile solo passeggiando per una decina di minuti attraverso non invitanti scogli, piena di marinai che aspettano il tempo di salpare giocando a carte in barca, di ragazzini lavoratori. La ragazza ci farà conoscere un paio di luoghi del ballo, dove si va avanti fino allo sfinimento con reggae, soca, palo de mayo, reggaeton e un po’ di salsa e merengue. Siamo stati pure alla Laguna de Perlas, posto bellissimo con una forte divisione tra la componente creola ricca e la parte indigena Mizquita povera, con un ragazzo che ci spiegava come gli aiuti del governo vanno tutti alla parte creola e questo non permetta all’indigena di acquisire fondi da utilizzare per costruire case ed educare i ragazzi secondo le loro tradizioni. Qui tutti prendono la canoa, fanno cinquanta metri, gettano la rete e poco dopo tornano con il pesce, lo cucinano e lo mangiano: la catena alimentare si sviluppa come un tempo. Si caccia e si mangia, ma non gli uccelli perché, dice, li aiutano a tenere pulita la spiaggia. Gente semplice, con tanta storia, senso d’appartenenza ed identità, che si confronta con poco rispetto e considerazione da parte dei vari governi.
Il giorno successivo la ragazza ci ospiterà da lei, in otto, facendo in modo che ci stessimo tutti, spostando il poco mobilio della modesta casa della madre, “perché non aveva senso che spendessimo dei soldi in un ostello quando ci sono le persone che ci possono ospitare”. Questa ragazza, che non ci conosceva, ci ha ospitato, perché tutto ciò è naturale; questo è il mondo che sono abituato a vivere. L’idea della convivialità, della condivisione di momenti e spazi, di fiducia a priori verso l’altro, il concetto di comunità che faccio tanta fatica a trovare in altri luoghi. Il tutto condito da un sorriso ed un buon umore costante, da musica ron e vomito, che ha portato due di noi all’ospedale –intossicazione alimentare- ma che non ha intaccato il buon umore. Insomma le due giornate a Bluefields sono state un perfetto antipasto alla settimana passata tra le due isole di Corn Island, la grande e la piccola. La prima, raggiunta attraverso il “barco de la muerte,” così abbiamo soprannominato un ex peschereccio che fa la spola tra quest’isola e la costa. Il fatto è che qui parliamo di Oceano Atlantico, e le maiuscole sono dovute: onde alte metri che “El Rio Escondido”, nome della barca, affrontava con coraggio ma con tanta fatica. Il viaggio d’andata, anche a causa dei residui da intossicazione, è stato così condito da mal di mare e vomito in quantità, ma già al ritorno lo scenario è stato diverso. Ho passato le cinque, sei ore del viaggio osservando l’Oceano. Al largo l’acqua è talmente limpida e pulita, è verde! Sapete quel colore “verde mare”, quella matita che si usa poco, di cui ogni tanto ci si chiede ma che rappresenta.. ecco il verde mare è il colore dell’oceano al largo. Talmente pulito e talmente maestoso, talmente affascinante che la tentazione di buttarcisi dentro è stata ben forte.
Le giornate nelle due isole sono state rilassanti, iniziavano presto e terminavano al calar del sole, simili e così diverse. La Grande possiede già strade e servizi. La Piccola non posso dire sia ancora selvaggia, ma veramente poco ci manca. Se è vero che negli ultimi dieci anni diversi ostelli hanno aperto questi sono su un lato dell’isola; nell’altro ci sono solo alcune cabanas - tende di bambù - e niente più, non c’è luce, né acqua. Si raggiunge attraverso un sentiero, prima attraverso il villaggio dove l’odore di pan di cannella e cocco accompagna il passeggiare, e poi perso tra foreste di palme e banani, fino a che l’oceano si apre immenso davanti ai tuoi occhi. Abbiamo accampato qualche giorno, cibandoci di quel buonissimo pane di qui sopra e di qualche cocco che ho aperto con grande fatica, avendo genialmente dimenticato il coltellino a Managua, e altrettanta soddisfazione. Il latte di cocco, il latte di cocco!! Buono, sano, bello. La noche vieja, per quanto il concetto di tempo in un’isola non riempie di significato questa serata, è stata originale. Passeggiavamo in questa spiaggia da cartolina, con le palme che davano sulla sabbia bianca e poi l’oceano pieno di coralli, pensando che già così sarebbe stato geniale quando un locale alto grosso e bruttissimo ci invita ad un tavolo insieme ad alcune altre persone. Ci spiega come loro stiano già festeggiando da mezzogiorno e continueranno fino all’indomani. Che gioia penso, essere chiamato dalla spiaggia per partecipare alla festa di locali. E così è stato; non bastasse, avevano cucinato offrendoci una zuppa buonissima e tanti beveraggi. Avevano pure la musica così che s’è ballato un sacco, s’è chiacchierato con un guerrigliero della rivoluzione che da anni vive di espedienti (ed ogni giorno che passa ne incontro sempre più, da quelli che vivono per strada, a chi fa lo scarparo). Poi sono arrivate le bottiglie di spumante e quindi mezzanotte, ma chiedendone conferma ho ricevuto un bonario..”man it’s just 8pm”, è che il sole nell’isola tramonta verso le cinque, e non vi dico che tramonti. Così le otto di sera sono già percepite come notte fonda. Credo la festa sia terminata prima di mezzanotte, non ne sono sicuro, anzi non ne ho proprio idea, ma che importa. Ad un tratto mentre ballavo in riva all’oceano illuminato a giorno da una luna quasi piena, con Chiara che giocava alle palline vicino a me, mi sono girato e non c’era più nessuno.

Attimi perfetti,
completati da parole importanti dedicate.
Tempo d’andare dunque,
buonanotte,
a presto fratelli.

lunedì 25 dicembre 2006

Semafori e mercati

Disteso orizzontale su una spiaggia infinita,
vento che spinge onde,
onde che si riappropriano di quegli spazi
limite tra oceano e terra,
zone franche della naturalezza.

Pochomil, Masachapa, sponda pacifica di questo paese. Raccolgo le idee, il senso di pace che mi pervade aiuta, molto: un tempo senza scrivere, un tempo che è stato un anno quanto ad intensità ed emozioni.
Dalle visite al campo alla Garnacha si è lentamente formato un pensiero che ha trovato forma scritta in un progetto di sviluppo rurale, inviato alla Commissione Europea, speranzosi che venga approvato. Mi piace responsabilizzarmi, e c’è felicità nel coglierlo.
Sono stati tempi in cui ho sperimentato una stanchezza da lavoro differente rispetto a quella alienante della fabbrica, o a quella delle dodici ore di cameriere; una sensazione che ti fa semplicemente desiderare chiudere gli occhi e dormire, dondolandosi in una comoda amaca, veicolo verso sonni pesanti, relativizzanti.
Il lavoro, il tuo lavoro, che sempre si inserisce in un contesto più ampio, non controllabile. La bellezza sta nel sentire che in ogni caso, quando il sonno è ormai arrivato, o quando l’alba ed il calore che qui l’accompagnano ti svegliano, il benessere ti pervade. Sentimento che cresce ogni giorno sentendo come quello che tu folletto fai, è per te stesso fonte d’energia pulita, ragione d’equilibrio. E certo, il valore aggiunto di lavorare tra persone giovani simpatiche e motivate, di bersi un caffè scaldati dal sole, in un clima favorevole, tra gente che in qualsiasi situazione sorride e scherza ha la sua rilevanza.
Le vacanze di Natale corrispondono all’arrivo di Chiara dalla Bolivia. La aspetto chiacchierando con Lisy che mi domanda se sono nervoso, e io che rispondo, no..felice! Semplice ma efficace scambio. Arrivo all’aeroporto conducendo per la città che inizio ormai a conoscere non solo nelle sue arterie principale; aspettandola assisto felice all’arrivo di un volo da Miami, dove moltissimi nica sono emigrati in cerca di fortuna. Coloro che arrivano ostentano consapevoli la moda nordamericana: ragazzo con pantaloni larghi, cappellino ed enormi scarpe da ginnastica, ragazza con supercellulare, donna con capelli tinti di biondo, uomo con orologio d’oro e pancia opulenta. La famiglia nica giunge in massa all’aeroporto: le ragazze e le donne indossano il vestito più bello, gli uomini con la macchina luccicante che indirizzano il numeroso gruppo attraverso l’aeroporto. Rito dell’abbraccio, che dura una decina di minuti visto il numero di persone. Mi pare che questa dinamica da noi sia ormai storia, un pò perché le famiglie hanno al massimo due figli e non sei, un pò perché l’unità della famiglia allargata è ormai lontana e quindi un cugino mai penserebbe di andare all’aeroporto a ricevere il parente. Mai. C’era pure una vecchina inferma, che per questo non ha rinunciato a venire fino a qui per dargli il benvenuto, nera dai capelli bianchissimi.
Accolgo Chiara tra carezze pali santi e conchiglie. Le faccio conoscere alcune zone interessanti della capitale, a partire dalla mia colonia, la Centroamerica, caratterizzata da colori e quiete, fritanga, baruci e pulperie, i sorrisi e gli occhi dolci di chi le gestisce, l’ArtCafè dove la musica e le parole non mancano mai. Il mercato Huembes, famoso per l’artigianato ed i vestiti tipici dove troverò il suo regalo di natale; mercato che t’avvolge, un po’ per le frasi tipo “que quiere mi amor”, “corazon que le damo”, che le donne dall’immancabile grembiule pizzato ti regalano, un pò per la massa di gente, commercio e sapori che ne sono l’essenza.
Una bellissima cena a casa di Leo, dove quasi tutti i fratelli e le sorelle sono presenti, dove tutti cucinano qualcosa e l’atmosfera è rilassata e divertente, Convinco tutti ad andare a ballare in un locale, descritto come pericoloso solo perché s’azzuffano (come se non succedesse in ogni luogo), dove la musica della costa atlantica spadroneggia, dove ballando si suda, dove ci si stringe ed il ballo diventa metafora, strumento.

Il giorno successivo iniziano le attività di sostegno ai bambini di strada; una lettera inviata per mail dove invitavo a partecipare con una donazione a delle attività con i bambini di strada ha sortito dei buoni esiti. Sono stati raccolti fondi sufficienti per tre attività: due con i bambini ed una con dei malati cronici. Presto al mattino, abbiamo raggiunto Bello Horizonte, che, al di là del nome, è un’area disagiata a nord di Managua, in un barrio vicino a dove abitano i bimbi, ma non nel loro, giudicato troppo pericoloso per organizzarci un’attività: abbiamo intrattenuto un centinaio di bambini con marionette, giocoleria, clowneria, animali fatti coi palloncini e la pignatta (molti di loro sono già inseriti nel mercato informale del lavoro) e le loro giovani madri, per la grande maggioranza ragazzine. Questa attività si inseriva in un coordinamento più ampio che, in altre zone della città, interessava un totale di 800 bambini. Parte dell’organizzazione era della chiesa evangelica, per questo non sono mancate le prediche sull’importanza dell’evangelizzazione nel mondo ed un inquietante marcietta fatta danzare ai bimbi con parole sull’essere soldati di Cristo. Lascio i commenti a voi. Il giorno successivo, verso l’ora di pranzo, iniziamo ad impaccare i 200 pasti cucinati dalla mamma di due care amiche che, facendoci un prezzo di favore, ha reso possibile comprare molte più cene del previsto. I tempi potevano essere calcolati meglio, ma l’inaspettata lunga attesa dell’ultima tranche di pasti ci ha fatto partire quasi alle sei di sera, già un pò tardi, perché i bimbi una volta sceso il sole se ne vanno dai semafori e diventa difficile trovarli. Comunque, viaggiando attraverso zone di differente difficoltà e pericolosità della città, tra semafori, distributori e mercati, abbiamo distribuito le cene. Il più delle volte chiacchierando con i bimbi prima, altre volte no, vista la quantità di ragazzini e i volti imploranti segnati dalla fame e dalla droga, che solo chiedevano il riso alla valenciana al più presto. E tra “huele pega” (sniffare colla) e mangiare, molto meglio che mangiassero anche senza parlarci più di tanto.
Immagini: le mamme soprappeso con quattro cinque bimbi attorno che correvano dal semaforo alla macchina, i sorrisi dei bambini, gli abbracci ed i giochini improvvisati, i sinceri ringraziamenti. Occhi troppo giovani per aver visto e vivere quotidianamente quella vita.
L’ultima attività interessava numerose persone originarie del Nord del paese che da Luglio protestano di fronte al Parlamento in quanto affette da insufficienza renale cronica dovuta alle esalazioni chimiche emesse nell’azienda dove hanno lavorato tutta la vita. Tale azienda chimica, di proprietà della famiglia Pellas, che controlla buona parte delle ricchezze di questo paese (ron, birre, svariate aziende e banche), si rifiuta di riconoscere l’indennità a queste persone. Per questo, da mesi, portano avanti la loro condivisibilissima protesta, seppur in condizioni difficili, vivendo accampati alla meglio in tende di legno rivestite con sacchi della spazzatura. Il pomeriggio, terminato il pranzo con i bimbi, sono andato con Luis, mezzo spagnolo mezzo salvadoregno, storico membro del movimento sociale, a comprare viveri (quintali di riso, fagioli e caffè) e assorbenti per le donne (bene di lusso), nonché dei dolcetti per la cena della sera successiva. La cena, nacatamales (massa di mais con carne all’interno, venduta in una foglia di banano) è stata cucinata dalla zia di un’amica. La serata del 24 sono state organizzate rappresentazioni di teatro e danze tradizionali, musica e ballo, tutto grazie a compagnie che gratuitamente si sono messe a disposizione. Siamo giunti ad attività già iniziate, accolti da Luis che diceva “ecco gli amici della solidarietà italiana”. Si è ballato, grazie ad un impianto stereo e delle casse che riempivano gli ampi spazi, si è fatta giocoleria. Ho passato un sacco di tempo con i bimbi a giocare con le palline, ogni tanto rapendo qualche bimba e ballandoci sfrenatamente insieme tenendola in braccio. Che sorrisi!
Il natale è stato accolto con citazioni dei rivoluzionari di ieri e di oggi, di scrittori come Galeano. La reazione della gente a queste parole è stata forte, commossa ma cosciente della lotta necessaria. Pugni che si stringevano non a espressione di un’ideologia, ma di ciò che quotidianamente devono affrontare. Stringere il pugno per lavorare, stringere il pugno per vivere. Sono seguite le parole d’un prete gesuita, in centroamerica da trent’anni, che ha ben ricordato come il natale sia lontano dai banchetti, lontano dai centri commerciali e dai fasti, lontano da quella babilonia che anche qui a Managua è già radicata; che ha ricordato come il bambin Gesù nasca ai semafori, tra questa gente dimenticata ed osteggiata, che lotta per i propri diritti.
Non nego che la pelle d’oca mi ha vinto. Stringersi in un abbraccio è stato tanto naturale quanto vero, sentito.
Buon Natale, tutti a casa..chi ce l'ha!

domenica 10 dicembre 2006

San Nicolás e la Purissima


Il lunedi sono partito per il campo
destinazione municipalidad de San Nicolás de Oriente,
mai nome fu piu adatto.
Compagno di viaggio Don Eduardo, uomo con otto figli, una pancia enorme legata all’alimentazione tipica, occhi piccoli e sfuggenti, un sorriso dolce e bonario, che da tempo lavora per Acra. Parole di reciproca conoscenza, sulle rispettive famiglie, gli inevitabili commenti sulle ragazze-donne-nonne che incrociano il nostro cammino.
Il machismo é culturale, ogni giorno di piú mi rendo conto che non c’é cattiveria nell’uomo. Semplicemente sono commenti che ha sempre sentito fare e che ha sempre usato. Ogni uomo che ha un’amante per quanto puó la cura, le regala qualcosa, che sia una cena o delle sedie per la casa di legno senza nulla se non l’onnipresente televisore che trasmette novelas colombiane i video di musica anni ottanta. Sono stato a pranzo e a colazione dalla “querida” di Don Eduardo, ragazzotta ben in carne con tre figli. Continuo a non abituarmi a quanto riescono ad ingurgitare. Il riso trasborsa sempre dal piatto, le tortillas, i fagioli, il gallo pinto, e quant altro c’è. Si mangia fino a quando finisce tutto, anche se il livello di saturazione è già superato da tempo. E poi ci si sorprende se fanno due ore di siesta! Ci mancherebbe, la quantità di sangue che si concentra nel processo digerente non permette di fare nulla se non godere della comodità di un’amaca.
Ci sono degli aspetti tristi del machismo, ma le ragazzine che per strada si sentono fare un complimento la maggior parte delle volte sorridono, se non sono loro stesse a fartelo, schiudendo gli occhi nocciola ed il gran sorriso che le accomuna. Il machismo é tante cose, é figlio di uno dei mille mondi che esistono, e che per fortuna ancor’oggi ci caratterizzano. Perció, nonostante l’evoluzione individualista basata sull’equitá nell’uguaglianza che la cultura dominante propone, mi convinco sempre piú dell’importanza dell’uguaglianza nella diversitá: di un concetto che gli indú chiamano complementarietá, che altri chiamano di distinzione-reciprocitá. La relazione nelle diverse culture é in quanto tale; la volontá di svilupparla nella stessa maniera nei luoghi e nelle culture piú disparate mi sembra limitante (e ora le femministe possono ufficialmente organizzarmi un attentato).
Come sempre pochi chilometri fuori dalla polverosa e rumorosa capitale il panorama é completamente diverso. Percorrere la panamericana, la miglior strada di centroamerica che taglia tutti gli stati di questa regione per favorire il commercio tra gli stessi e gringolandia, é fonte di infinita gioia. Panorami di verdi montagne, di coltivazioni floride, di fiori gialli e viola. Un giorno mi convinceró che questa vista sia la normalitá, che vedere grigio e grattacieli non sia la veritá. Per il momento preferisco sentire la mia essenza scalpitare dalla gioia e i miei occhi riempirsi d’emozione nel godermi questi paesaggi.
Ho il compito di scrivere un progetto di sviluppo rurale nelle comunita’ di questo municipio perso nel dipartimento di Estelí, al nord, tra coloro che si fan chiamare norteñi, per la loro parlata canterina, la loro semplicitá, la presenza costante di un cane, un maiale, galline e gatti nella casa. Per il cibo, mangiato con le mani per gustarlo meglio, per le tortilla che non mancano mai. Gli uomini viaggiano sempre con il cappello, gli stivali a punta che spesso lustrano. E nella mia osservazione partecipata mi sono messo jeans e camicetta (certo non sono ancora ai livelli di camicia a quadrettoni da campesino, mi limito alle mie indiane che tanto a mio agio mi fanno sentire), cosí da essere notato un pó meno. Certo la mia carnagione da chele e la mia piña di capelli in testa non aiutano.
Parto con la meravigliosa mitsubishi 4x4 in affido ad ACRA per un progetto. Il volante si muove da solo, ma é solida e rassicurante. Poi il bianco da quel tanto di purezza che é sempre bene accompagni il muoversi, lento o veloce che sia.
La visita si è rivelata utile, ho partecipato a diversi incontri fiume tipicissimi di questa parte del mondo. Si parla per ore chiamandosi compañero e hermano poi si litiga con toni accesi e poi si finisce tutti a cenare tra pacche sulle spalle e desiderio di ron. La zona visitata è freschissima, sensazione ben difficile da provare a Managua. La parte urbana di San Nicolás è caratterizzata da una strada centrale ga un centinaio di metri e qualche trasversale; ricordate Dogville? Le stesse dimensioni ma con un’atmosfera decisamente più allegra. Visito un pretino italiano che è qui da molti anni, vive in una casa semplice dove l arredamento è costituito da un altare e niente più, camminerò con lui tra le comunità la settimana prossima.
Questo fine settimana si celebrava la “purissima”, l’immacolata concezione. Sono stato a Leòn, famosa per l’intensità della “criterissima.” Il paese prepara questa festa nei giorni precedenti. Ogni casa addobba un altare con la Madonna e canta le lodi alla vergine. Le persone invadono le strade e si muovono di casa in casa scandendo, gridando di fatto (e da qui il nome della festa) a loro volta inni a Maria. Tra i più usati: “Quien causa tanta alegria? La virgen Maria!”. Una volta recitati gli inni si attende pazientemente che i padroni di casa regalino un ricordo al fedele. Si va dalla caramellina, alla gelatina, ad artesania varia, fino a vesti, camicie e magliette. I fuochi d’artificio riempiono le strade di questa città, antica capitale di Nicaragua, così tipicamente centroamericana nelle sue architetture. Terminati i festeggiamenti siamo saliti al “fortìn”, una collina sopra la città dove ci sono i resti di un centro di tortura del regime somoziano. La riappropriazione di questi spazi, è parte del processo di rielaborazione che questa gente sta facendo dopo la fine della guerra civile. Le conversazioni si susseguono, l’idea di stare dove qualche decennio fa i compagni sandinisti che lottavano per la liberazione del paese dalla dittatura, venivano uccisi, è qualcosa che da i brividi. Il tutto condito da una vista mozzafiato sulla città, illuminata da fuochi d’artificio artigianali.
Faccio mie sempre più le controversie di questo paese, le dinamiche che lo caratterizzano, i cieli, la terra, i volti ed i sorrisi che lo contraddistiunguono,

Que linda Nicaragua

lunedì 4 dicembre 2006

Frijolero

Tempo dedicato al reinserimento, alla riappropriazione di luoghi, alle parole, agli abbracci, a chiarimenti necessari, a nuovi incontri, a discorsi facili e difficili, comodi e fastidiosi, a parole sulla santeria ascoltate e fatte mie attraverso occhi altrui, alle vittorie dei candidati delle sinistre in Ecuador e Venezuela, al seme della speranza che raggiunge sempre piú persone in questo continente.
Sono stato ad un concerto di rockeros antisistema messicani, i “Molotov”, famosissimi da queste parti. Non dimenticheró facilmente alcune cose: il testo di una canzone
“no me llame frijolero pinche gringo puñetero”, la divisione del pubblico con tanto di rete metallica tra “normali” e “vip”, sfociata inevitabilmente in un lancio reciproco di lattine vuote (alcool sempre comun denominatore), alla faccia della riconciliazione nazionale, la divisione tra liberali e sandinisti é visibile e queste occasioni, di ipotetica unione, ne sono la piú diretta conferma. Ma secondo voi é umano pensare di dividere il pubblico di un concerto, per lo piú di rockeros, con una rete metallica che taglia a metá il parco dove l’evento é ospitato? Siamo all’ennesima costruzione di un muro?
Magari, invece, per qualche ora mi sono trovato in una realtá parallela: al lato del palco, infatti, dj mettevano musica tecno nelle pause del concerto (tecno?!?) e figuri di dubbia identitá tutti abbigliati con delle tute grigie fosforescenti improvvisavano evoluzioni giocose con il fuoco.
Lo scorso fine settimana é stato intenso: c’é stata la riproposizione della serata reggae all’ArtCafé per il saluto ad Elena che passerá un paio di mesi in Italia (che trascorrerà tutti chiusi in una stanza a scrivere progetti alla faccia delle ferie). Belle sensazioni, tanto reggae, musica messa e ballata per Jah e Shiva, per chi a cui il mio pensiero é rivolto. Accompagnata Elena al bus per Guatemala, abbracci sinceri, reciproco volersi bene.
C’é stato sabato, passato in una bella riserva a Sud di Managua, famosa per la sua flora e fauna. Con un bus ed un passaggio si giunge rapidi. La bellezza della flora tropicale é stupefacente: passeggio completamente circondato dal verde, archi composti da fronde intrecciate indirizzano il cammino. Gli alberi sono talmente alti da faticare a vederne il termine, ammesso che ne abbiano! Mi distendo orizzontale, chiudo gli occhi e naturalmente medito, avvolto dal rumore dell’acqua di una cascata che scroscia sulla roccia, da mille uccelli magici, dal vento forte che si avvita tra le roccie.
Un cane indirizzava il nostro cammino, un cavallo si grattava l’orecchio con la zampa posteriore. E domenica, tracorsa tra le onde dell’oceano pacifico, tra spiaggie di sabbia chiara, conchiglie rosa e palme, ma anche immondizia abbandonata sulla spiaggia, tra surfisti nica e venditrici di tortillas, tra uno dei mille tramonti specialissimi che questo paese non si stanca di regalare.

giovedì 23 novembre 2006

Il ritorno

Eccomi qui

aereoplano atterrato
inevitabile stordimento..
anima ancora in viaggio suggerisce Elena,
essenza dell’assenza
assenza dell’essenza dico io

Caldo, si caldo.
Umido, si umido.

Volti mi sorridono all’uscita di quell’asettico ambiente che chiamano aeroporto. Elena, Fra e Lisy sono lì, belle come il sole. Hanno messo a disposizione un pò del loro tempo e della loro energia per venire ad accogliermi. Il delirium transitionis è soave, le parole fluiscono semplici, come se mai me ne fossi andato. Questa è la sensazione. La casa è li, grande e accogliente. Azioni note..la serie di catenacci da aprire e chiudere, le amache da aggirare per raggiungere l’entrata, la polvere, il giallo, i materassi a terra per gli ospiti, il frigo vuoto con la porta che si stacca (novità!), le sedie a dondolo, io che trascino le ciabatte, il giardino con le piante cresciute, i piatti da lavare, le formiche e i geki dappertutto, Lisy, Roberto ed un certo numero di persone che sempre affollano questi spazi nostri. La camera colorata.
Riflessione lucida: questo luogo lo sento come casa, pensiero certamente aiutato da due mesi di divertente vagabondare a casa di persone splendide in una grigia milano scaldata dalla musica e da cuori pulsanti. Vagabondare che, a tratti, ha messo in difficoltà pure la mia essenza nomade, ma che m’ha fatto approfondire conoscenze con persone che sono sicuro accompagneranno il mio andare. Questo luogo che sento come casa perché per la formazione culturale che abbiamo avuto, forse, America Latina è il luogo Altro dove è più semplice sentirsi, a casa.
Prima sera, festa, persone, torno all’ArtCafè dove ho salutato tutti e dove mi riaccolgono. Rivedo volti che mi sorridono, che mi dicono quanto mancavo. Sono stanco, il fuso orario mi vince, durerà qualche giorno. Cado orizzontale sul letto, all’alba già sveglio a passeggiare per il barrio, questa “centroamerica” che tanto mi piace, che alle sette del mattino racconta di donne in gonne colorate e tacones che puliscono la stradina fronte a casa, di venditrici di tortillas dalla voce nasale, di baciata che esce da tante case, di pulperie, di un caldo che fa sudare.
Mi lascio avvolgere dal rumore, dalla lingua, dai sapori forti, aglio e spezie. Caldo, sudo, caldo.
I bus strombazzano, i taxi usano clacson con suonerie per attirare i clienti, caldo, bandiere sandiniste un pò dappertutto.
La domenica mi sveglia la vicina che alle cinque e mezzo del mattino mette a palla baciata e reggaeton. Dopo un primo stordimento, il corpo inizia a muoversi da solo a questo ritmo controverso, che ti fa muovere ma tappare le orecchie. Muovere perché è un ritmo perfetto, tappare le orecchie perché i testi machisti farebbero rivoltare nella tomba qualsiasi femminista.
Lenzuola che ricordano Italia.
Partecipo ad un incontro del Movimento Sociale Nicaraguense in cui, tra le varie tematiche affrontate, si discute pure del nuovo governo. Eccitazione mista ad un realismo della ragione che porta a pensare come poco o nulla cambierà. Il momento a me più caro è stata la conversazione con il rappresentante delle comunità indigena. Anche qui i loro diritti sono molto poco tutelati e quando lo sono, le leggi vengono facilmente aggirate.
Si tratta del rispetto d’un popolo millenario, delle sue tradizioni, culturali e agricole. Cercherò di stare in contatto con queste persone. Emettono un’energia facilmente coglibile.
Le giornate hanno incominciato a volare in corrispondenza della mole di lavoro d’affrontare, la tesi da pensare. Per fortuna i raggi di sole passano attraverso le finestre e regalano luce ed energia in abbondanza, tanti prismi che si riflettono sui muri qui intorno.
E poi gli alberi, i refrescos, la frutta.
Tutto è veloce, tutto è lento in quest’america dimenticata.
Tutto è cuore, tutto è sentimento tra palme e manghi.

L’anima di Sandino riempie cuori indigeni
Gabbiano volo

venerdì 10 novembre 2006

Despedida ed è già Babilonia

Riprendere a scrivere, parole filanti di altri due mesi trascorsi, in prospettiva Nicaragua si, ma dalla controversa Italia, madre e formatrice.
Prima di lasciare la terra di Sandino, dopo il viaggio motivo calendario ho trascorso gli ultimi giorni in una calda Managua, tra conoscenze sempre più approfondite. L’ultima notte ho salutato tutti gli amici all’ArtCafè dove io e Elena abbiamo provato a regalare gioia tramite le vibrazioni reggae, Jah love! Tutto è iniziato per scherzo, chiacchierando con Jader, gestore del locale, su quanto manchi la musica reggae a Managua. Con la semplicità qui tipica in poche settimane casse e computer erano collegate, pronti a riempire le mura ed il circostante di santa musica. E’ andato tutto ogni più rosea previsione, s’è messo musica dalle otto di sera alle quattro di mattina, solo ed esclusivamente roots.. chi l’avrebbe detto? Ho ballato un sacco, ho lasciato che questa musica si impossessasse del mio corpo, mentre rivoli di sudore scendevano rapidi. Le ragazzine sono proprio brave ballerine, pur d’attaccarsi improvvisano reggaeton anche dove testi e musica poco c’entrano. Ho passato un sacco di tempo con Iris, che mi ha pure aiutato a scegliere alcuni pensieri da portare a casa Italia. Mentre attraversavo il Huembe, il più grande mercato di Managua, sono stato avvolto da sonorità di tamburi, mi sono avvicinato per capire che fosse e, meraviglia!, era il suono prodotto dalle donne che sbattevano sul tavolo le tortillas in preparazione. Sembrava d’essere sotto acido, tutto ovattato da questo TUM TUM TUM, ma aprendo gli occhi donne colorate al lavoro, tra canti e chiacchiere.Il mattino successivo, giorno di partenza, giorno di arrivederci, Elena e Lisy m’accompagnano all’aeroporto, dopo qualche ora passata a chiacchierare giunge il mio tempo. Lungo viaggio destinazione Milano, pensieri contrastanti accompagnano le ore di volo, quelle d’attesa. L’attesa si.Rimetto piede in terra italica, delirium transitionis iniziato che gira a velocità folle. Chiara viene a prendermi a Linate, abbronzantissima e piena d’India. Ritrovare una persona importante. Riavvicinarsi. Notti di scambi, parole, intensità, bene, male.Ritorno per il corso di formazione al servizio civile, passaggio indispensabile per ritornare in Nicaragua. Incontro molte persone interessanti alla formazione, quasi tutti sono già stati all’estero a lavorare, dimostrano una adeguata apertura mentale e voglia di fare bene il loro lavoro. Inizio ad itinerare di casa in casa, gentilmente ospitato da persone che neppure conoscevo. Così, dopo una settimana passata da Chiara, zampetterò da Gaia, poi da Vale, da Velca e di nuovo da Vale.
Nuovamente in partenza, Nicaragua!

lunedì 11 settembre 2006

Diretto

accavallarsi di pensieri
subbuglio di sensazioni
conoscenze nuove conoscenze
persistenze
disinserito
retrattile
non pervenuto
brucia
grigia milano
brucio, mi spengo
a domani

venerdì 1 settembre 2006

Integrazione

Eravamo rimasti ad Ometepe, ad i suoi paesaggi ed il suo calore umano. Di ritorno, dopo qualche ora trascorsa a Managua riparto, questa volta destinazione Matagalpa, nord del paese, montagna, per passare gli ultimi giorni delle mie vacanze.Cittadina dal clima autunnale, piccola ma che conta mezzo milione di abitanti. Viaggio in bus con Barton, gringo che lavora tra Washington e Managua per una ong ecologista. Il suo stipendio deve essere buono dato che decide di stare in un hotel da 200cordoba, mentre io trovo tranquillamente una stanzetta per 40. Prospettive immagino.Incontro un sacco di persone: Marjolin, l’amica belga di Lisy, qui per la sua tesi, che s’è trovata un ragazzo nica tatuator-dipintor-artigiano, di poche parole e molto alcool, che indossa costantemente occhialetti alla Lennon. Pablo, figlio di otto anni di Mauro, coordinatore di Movimondo. Amo i bimbi. Partecipo sotto una pioggia tropicale ad un concertino di alcuni ragazzi di Jinotega, che suonano tipico repertorio nica. Leo mi introduce ad un gruppo di dieci turiste catalane a cui sta facendo da guida, più o meno interessanti, una individualità su tutte, Iolanda, Iolanda. Bionda, riccia, mamma di Ian di quattro anni, occhi nocciolati, costante sorriso, conversazioni rivitalizzanti.Presto mi immergo nella naturalezza che circonda la città; montagne verdissime, fusti enormi e ben alti. Impressionante la quantità di flora, di vegetazione, le dimensioni, la densità. Visito una finca di caffè organico in cui c’è un giovane agronomo nica che spiega un sacco di cose su questa pianta (sapevate che per dare i primi chicchi la pianta deve vivere almeno tre anni? Che deve crescere all’ombra per essere di qualità? Che i pesticidi organici sono costituiti da farina?). Nella passeggiata attraverso la finca di caffè, si scoprono enormi banani (utili come fertilizzanti), ananas, manghi e pitaya. Il momento più divertente è stata la camminata verso le cascate, guidato da Carlos, catalano che vive qui da tre anni. Il ragazzo sopravvive facendo la guida turistica. I catalani in Nicaragua, come quantità, sono paragonabili agli israeliani in India. Tra fiumi guadati e sentieri percorsi a piedi scalzi, immersi nel fango con relativi piacevoli scivoloni, mi sono immerso in queste acque gelide, prodotto di queste meravigliose cascate.Dopo queste giornate è iniziato un tempo, dedicato all’integrazione con il locale, alla scoperta e all’investigazione.Tre settimane, forse più, piene di incontri, di persone, di luoghi, di volti e parole.E’ stato il tempo in cui ho avuto la conferma ufficiale di aver vinto il servizio civile con Arci, fatto che mi permetterà di trascorrere altri otto mesi in Nicaragua, a partire da novembre, finalmente pagato, così da non dover pensare ogni attimo a come investire la seppur minima cifra.Come potete immaginare questo avrà delle conseguenze, su di me e sull’intorno che m’accompagna. Mi permetterà di costruire per poi nuovamente partire, di nuovo. La vita del cooperante, con tutte le sue contraddizioni.Nel frattempo ho plasmato casa, la camera m’assomiglia ogni giorno di più, sa di colori, sa di vita, sa di esperienze accumulate, cui guardare attraverso il canale fotografico, sa di India, quanto sa di India. Ho dipinto parte del bagno d’un arancio vivo, che si sposa bene con il giallo acceso che già c’era.Arancio e giallo.La casa è un centro sociale, gente che viene e che va, ai muri i poster degli eventi sociali organizzati a Managua, un Sandino enorme, tante bandiere, tanti ideali. La gioia di svegliarsi il mattino ed incontrare nella sala-dormitorio qualcuno più o meno conosciuto, fermatosi dalla sera prima, di passaggio, o li, semplicemente perché gli va. Preparare il caffè mentre Lisy si diverte tra avena e frutta, abbracci sinceri a questa ragazzina belga. Ricevere amici la sera per ballare, lasciare che il corpo si sciolga. Chiacchierare, conoscere pian piano queste persone speciali che con tanta gioia mi hanno accolto: il sorriso di Leo, le trecce di Lisy, la gestualità di Roberto, le danze di Alam, gli occhi di Iris, la testa di Cristian.Scoprire la storia dei Nahual, gli indigeni che abitavano questa terra prima dell’invasione colonizzante spagnola. Nicaragua, “triangolo sobre el mar” in nahual.Ascoltare le canzoni della rivoluzione sandinista, rabbrividire.La settimana che si è appena conclusa mi ha visto protagonista d’un viaggio di lavoro: sono tornato ad Ometepe, la isola magica, e poi ho proseguito per San Miguelito. L’idea era di fotografare i progetti in corso, conoscere i partner locali e fare una sommaria valutazione dei progetti in corso, la sostenibilità di quelli già terminati.Approdo ad Ometepe e Martin mi porta in moto in giro per l’isola. Che paesaggi, apprezzati ancor più vista la velocità minima legata alla pessima condizione delle strade. Passo la notte in una comunità di donne che, organizzatesi in un comitato, offrono alcune stanze e vitto. Sto in un nucleo familiare tipico, nonna, figlie, mariti e nipoti. Coltivano le loro cose, animali in quantità, chiacchiere a volontà. Mi sono bagnato nel lago, ho respirato un altro indimenticabile tramonto guarnito da una donna che faceva il bucato nelle acque evangelizzando il figlio che le nuotava intorno. L’evangelismo qui s’è sviluppato molto negli ultimi decenni; questa setta predica l’astinenza da alcool e da tanti piaceri peccaminosi. Nella circostanza la donna stava raccontando e commentando la parabola del figliol prodigo, mi sembrava d’essere in un altro tempo ascoltandola. Lago, tramonto e una donna che evangelizza il figlio. Naturale sorriso, cuore si scalda e ringrazia chi di dovere per poter essere dove sono. La nonna ha passato ore a cercare di fidanzarmi con la nipote, una ragazzina che sta per compiere quindici anni. Diceva che non mi devo preoccupare, che la ragazza continuerà a studiare, ma che intanto ci si fidanzi. E certo, manca che mi metta con una quasi quindicenne adesso (peraltro, come troppe indigene, di una bellezza disarmante).La camera dove alloggio è arancio e verde mare, con dipinti tipici dell’isola. Da una finestra posso gustarmi il panorama, parte di questo è un cavallo bianco. Dal mio letto lo guardo, e lui s’avvicina fino ad infilare la testa in camera; lo accarezzo, nitrisce, e contento se ne torna a scorrazzare per il parco. Cavalli bianchi, quanti ne ho incontrati in questi due mesi.Il giorno successivo altro spostamento in moto, direzione Altagracia, dove si è sviluppato un progetto per la protezione delle coltivazioni di platano (banano) da un insetto che lo uccide. In sostanza s’è sperimentato l’utilizzo di un fungo naturale che protegge l’albero, così da non dover utilizzare pesticidi. Se è vero che l’utilizzo del fungo si è dimostrato soddisfacente, è anche vero che al momento non lo si sta utilizzando, perché lo stesso non cresce nell’isola. Quello che si sta facendo è organizzare una coltivazione del fungo nell’isola, così da poter presto proteggere in modo naturale le piantagioni. Immerso tra i platani ascolto e partecipo a discussioni campesine. Immerso tra i platani miro e ammiro la fermezza di questi, come di tanti coltivatori di fronte ai problemi che la cooperativa comporta rispetto alle ristrettezze energetiche, all’acqua che non c’è. Termino la visita, rimonto in moto e tagliamo l’isola, tra i vulcani Asuncion e Madera, tra il lago e la foresta, tra case di legno sognate, tra donne che lavano i panni nel lago, utilizzando gli scogli per stendere la roba così da formare una distesa di colori che squarcia la vista. Chiedo a Martin di lasciarmi li; passo le ultime ore sull’isola disteso tra sabbia fine, terminando di leggere un libro di Ramirez sulla rivoluzione.Al crepuscolo salgo su un traghetto, chiamiamolo generosamente così, direzione San Miguelito, costa est del Lago Nicaragua. Il barco è su due piani, l’inferiore, seconda classe, dove una quantità esagerata di gente si ammassa, e il superiore, prima classe, dove c’è un’aria condizionata freddissima. Risolvo montando l’amaca, tra mille amache, trascorro il viaggio piacevolmente cullato dalle onde e da una pioggia leggera. Intorno carichi di platani e viveri vari che vanno dall’isola alla costa. Il viaggio è interrotto da luci forti quanto inaspettate, porti improvvisati dove si caricano e scaricano le mercanzie.La giornata comincia presto, visito un gruppo di donne con cui Acra ha un progetto per il rafforzamento della situazione economica delle donne nubili con figli. Comprano il pesce al porto, lo trasportano alle loro comunità e lo vendono. Parte del ricavato va a loro. Nella passeggiata scopro il pueblo di San Miguelito, definito di povertà estrema dagli indicatori del PNUD. Come spesso mi capita di notare è si pieno di sofferenza, ma pure di sorrisi, di un impegno per migliorare le cose, di un sentire lucha che pare intrinseco in queste persone. Le donne si prendono cura di me, mi regalano manghi e pitaya da portare a Managua, “che li le cose non sono più genuine” dicono, e una bottiglia di ron. Invece dei pomodori mi danno il ron. Indicativo direi. Saluto le signore che m’accompagnano a prendere il bus, a dieci chilometri dal pueblo. Ovviamente non ci sono orari quindi aspetto un paio d’ore, in compagnia di una signora che gestisce una pulperia nel bel mezzo del nulla. Mi racconta della famiglia, di come il suo istinto di maternità sia ancora forte, avendo solo sette figli. Effettivamente nelle zone rurali il numero di figli varia tra cinque e dodici. E il tasso di crescita è molto forte: mezzo Nicaragua è minorenne! I figli ci fanno compagnia per un pò, poi ognuno va in una direzione diversa, si rivedranno più tardi o il giorno dopo. Una scena surrealista: la donna, pesantemente appoggiata al banco di legno della pulperia, giusto all’incrocio di due strade. Ogni figlio se ne va in una direzione diversa. La donna controlla i tre allontanarsi, scomparire piano all’orizzonte.Il bus passa, mi siedo in un sedile di legno che regalerà una gioia infinita al mio posteriore. Ci sono solo campesinos forniti di immancabile camicia a quadrettoni e cappello da cow-boy con piuma, e donne, con un certo numero di scoppiettanti figli aggrappati. Mi siedo vicino ad un uomo maturo, apparentemente cinquantenne, scoprirò poi avere sessantaquattro anni. Io non sono la rappresentazione del macho, un pò per costituzione e un pò perché proprio non lo cerco. Ma evidentemente il contadino ha dei parametri molto ristretti, tanto da domandarmi con una naturalezza sconcertante. “Vo eres mujer?„ La cosa divertente è che ora ho la barba lunga! Tutto si spiega quando in quel modo tipicamente nica di indicare una cosa manda una sorta di bacio verso i bracciali che porto. Questo gesto lo ho già fatto mio, come era stato in India per il grazioso ondulare del volto. La mia spiegazione sulla sacralità dei bracciali non lo convince, meglio va quando gli dico che ho “La” fidanzata che verrà in Nicaragua e ci sposeremo presto. Solo allora si è tranquillizzato, invitandomi caldamente a tagliarmi i capelli prima di sposarmi altrimenti, dice, sarà un matrimonio di due donne. Tutto questo simpatico interscambio attira l’attenzione del bus intero, anche perché l’uomo non si lascia scappare l’opportunità di ripetere ogni singola parola ad alta voce. Donne e uomini ridono di questo chele atipico. E io partecipo autoironico, rendendomi conto che se risulto alieno in Italia, è normale che un campesino nica nutra dei dubbi su di me; che poi li focalizzi sulla sessualità questo è tipico del macho locale. A parte questa cosa, la conversazione è stata interessante: quando mi ha detto quanti anni ha, ha usato queste parole “ Fuè un dia miercoles, el 2 de mayo del ano 1942. Hacia un gran calor”. Noi risponderemo con un sintetico e sistematico 29/5/80. Sbaglio? Mi ha parlato della sua fattoria, mi ha chiesto quanti ettari abbia la mia famiglia, quante vacche. Parametri di valutazione della ricchezza differenti. Alla fine, dopo avermi preso un sacco in giro, m ha stretto forte la mano, mi ha augurato con sincerità buona fortuna, ha tirato un gran fischio ed è sceso dal bus in corsa